Amore come dipendenza? Dipende

By | 28 gennaio 2018

Dall’alba della civiltà occidentale, l’amore è sempre stato visto come la condizione affettiva più piena e arricchente: il sentimento cui tendere per realizzare una vita felice e piena. Ciò non solo sul piano affettivo ma anche nella dimensione della consapevolezza di sé, il tipo di conoscenza che fonda la stessa possibilità di agire e scegliere più liberamente. Ad esempio il poeta Antonio Porta nel 1981 scriveva:

“lo specchio che hai fissato sul petto

è il segnale di un patto profondo

tu mi guardi mentre io ti guardo dentro

e se ti guardo dentro mi vedo”[1]

Egon Schiele, La morte e la fanciulla, 1915

Tuttavia, un numero crescente di ricerche sembrano indicare che certi schemi comportamentali dell’amore e i loro relativi correlati neurali siano assimilabili a quelli che caratterizzano le dipendenze. Dal punto di vista neurobiologico sembra ormai dimostrato, ad esempio, che la percezione del partner e i comportamenti strumentali alla relazione amorosa attivano il sistema della ricompensa e determinano il rilascio di dopamina, che sono i principali processi innescati dall’assunzione di droghe e di sostanze con potenziale d’abuso, come anche il tabacco e l’alcol. Abbiamo già in precedenza parlato delle analogie comportamentali e neurocognitive tra amore e dipendenza.

Sulla base di questi studi si sta sviluppando un dibattito schematizzabile in due opposte interpretazioni. Da un lato, un approccio restrittivo, che tende a parlare di dipendenza solo quando i comportamenti legati alle relazioni amorose assumono un carattere patologico e invalidante. Dall’altro una prospettiva più allargata. Focalizzandosi maggiormente sui sostrati neurobiologici, quest’ultima interpretazione maggiormente includente sostiene che qualsiasi relazione amorosa è ascrivibile a una forma di dipendenza, in quanto accompagnata da processi neurochimici analoghi a quelli che sembrano sostenere i disturbi da uso di sostanza e le dipendenze comportamentali come il gioco d’azzardo patologico.

In questo post analizzeremo gli elementi concettuali e le ricerche alla base della visione più ristretta della dipendenza affettiva rimandando ai prossimi articoli l’illustrazione delle teorie e delle indagini che sembrano fondare la prospettiva più includente e secondo cui ogni rapporto d’amore più essere assimilabile a una forma più o meno complessa di dipendenza.

 

La visione restrittiva: dipendenza come malattia correlata a processi cerebrali patologici

Sebbene nel corso degli ultimi anni i modelli esplicativi biomedici delle dipendenze siano diventati sempre più complessi, articolati e multidimensionali, continua a prevalere tra gli specialisti del settore una concettualizzazione che descrive queste condizioni come l’espressione di meccanismi e dinamiche patologiche indotte sul sistema nervoso centrale dall’uso reiterato delle sostanze. [1]. In questa visione ‘ristretta’, i comportamenti di dipendenza sono prodotti da processi cerebrali che semplicemente non sussistono nel cervello dei non-dipendenti.

Una versione particolarmente popolare di questo punto di vista sostiene che le sostanze psicoattive siano in grado di sequestrare i meccanismi dopaminergici del sistema della ricompensa. E questi meccanismi mediano le componenti centrali del piacere, dell’apprendimento e della riattivazione dei comportamenti strumentali utili a ripetere l’esperienza del piacere. Le droghe infatti sarebbero capaci di indurre schemi di forzata attivazione di questo sistema totalmente diversi da quelli innescati dalle ricompense naturali come il cibo o il sesso. Attraverso altri segnali di feedback le ricompense naturali producono attivazioni che vanno incontro a processi di abituazione e di estinzione. Ad esempio i segnali della dilatazione dello stomaco oppure altri segnali di tipo endocrino che occorrono durante l’assunzione di cibo modulano la fame e attenuano e infine bloccano l’appetito anche di fronte a nuove pietanze appetitose. Allo stesso modo i segnali dagli organi riproduttivi, dal sistema endocrino e dai muscoli affaticati dall’atto sessuale tendono a contrastare gli stimoli predittivi di ricompensa sessuale anche in presenza di un partner disponibile e a spegnere così l’eccitazione, la motivazione al comportamento consumatorio.

Gli appetiti e le motivazioni al consumo per le ricompense naturali vengono cioè inibite dalla sazietà: l’esperienza soggettiva associata alla soddisfazione della motivazione biologica, come la fame, la sete, l’eccitazione sessuale, da cui si era originato il comportamento consumatorio. Le sostanze d’abuso determinerebbero invece, a ogni assunzione, una forzata e diretta attivazione del sistema della ricompensa. Mancano quindi in questo caso i segnali di feedback inibitorio evocati dalla soddisfazione della motivazione biologica. Per tale ragione nelle dipendenze la dinamica della motivazione al consumo delle sostanze resta largamente impervia all’estinzione e al controllo. Per questa stessa ragione la dinamica della motivazione al consumo nelle dipendenze dovrebbe essere considerata costitutivamente diversa a quella prodotta dalle gratificazioni e dai piaceri naturali, come l’amore. In quest’ultimo caso infatti, la motivazione alla loro ricerca e consumazione è sempre controbilanciata da altri potenti fattori e segnali modulatori inscritti nel funzionamento stesso del sistema della ricompensa.

La dipendenza inoltre costituisce un apprendimento strumentale patologico in cui l’azione della sostanza sul sistema della ricompensa promuove la fissazione dell’associazione tra un certo insieme di stimoli ambientali e/o organici a un particolare schema di azione di ricerca e consumazione. Quando questa associazione si stabilisce gli stimoli associati diventano predittivi della ricompensa e innescano il desiderio e i comportamenti correlati. Ad esempio, l’odore del fumo o la vista della sigaretta per il tabagista possono costituire gli stimoli associati che avviano la voglia e il consumo del tabacco. Altro esempio di stimolo associato può essere oppure la vista di certi ambienti o persone frequentemente al consumo di una sostanza psicoattivo o all’alcol. Può diventare uno stimolo innesco al consumo anche un certo tipo di stato affettivo, come l’ansia e la tristezza, se frequentemente associato all’uso di una sostanza capace di mitigare in qualche modo lo stato soggettivo penoso.

Secondo la visione “ristretta” della dipendenza, in tutti questi casi l’azione della sostanza sul bersaglio neurofarmacologico specifico e sul sistema della ricompensa promuoverebbe la costruzione di apprendimenti strumentali, di memorie procedurali specifiche, attraverso la fissazione di complesse reti neurali che non potrebbero sussistere in assenza delle sostanze [2].

Da questa visione “ontologica” della dipendenza da sostanze come condizione morbosa del sistema nervoso centrale, consegue che ricompense naturali, come il cibo e l’amore, non possano mai avere la forza uncinante delle sostanze e che le motivazioni e i comportamenti funzionali alla ricerca e alla consumazione delle ricompense naturali non possano sfociare in franche forme di dipendenze.

L’amore romantico “sano”, che si presume sia il più comune, è generalmente descritto dagli studiosi come vantaggioso per l’individuo e dal punto di vista evolutivo. Come aveva già sostenuto Platone, questo tipo di sentimento sembrerebbe ampliare le dimensioni dell’esperienza umana e della capacità di comprensione del sé. Ci piace a questo proposito rimandare a una famosa aria dell’opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini. Così canta Renato Des Grieux dopo aver incontrato per la prima Manon Lescaut, lui che poco prima aveva detto agli amici “L’amor! Questa tragedia, ovver commedia, io non conosco!“:

“Donna non vidi mai simile a questa!

A dirle: io t’amo,

a nuova vita l’alma mia si desta.

Manon Lescaut mi chiamo!

Come queste parole profumate

mi vagan nello spirto

e ascose fibre vanno a carezzare.

O sussurro gentil, deh! non cessare!”

Dal punto di vista biologico ed evoluzionistico, l’amore sarebbe un comportamento vantaggioso perché favorisce ovviamente i comportamenti riproduttivi, e inoltre facilita l’apprendimento delle regole sociali, l’incrocio e la trasmissione di strutture culturali e comportamentali differenti, favorendo così l’articolazione evolutiva, comportamentale e quindi l’adattamento della specie umana.

Reynaud et al. [3] distinguono tra dipendenza d’amore e mera passione amorosa e descrivono quest’ultima come uno stato universale e necessario per gli esseri umani. Peele e Brodsky [4] si riferiscono all’amore “genuino” come a quel sentimento che, diversamente dalla dipendenza amorosa, comporta un impegno per la crescita e l’adempimento reciproco tra i partner coinvolti.

Tuttavia, come indicavamo all’inizio, altri ricercatori, come Burkett e Young [5], sottolineano le somiglianze tra dipendenza e normali relazioni romantiche partendo dal comune substrato neurofisiologico e neurochimico che sembra accompagnare entrambe le condizioni. Ne parleremo in un prossimo post.

Stefano Canali

 

Riferimenti bibliografici

1 Foddy B, Savulescu J. A liberal account of addiction. Philosophy, Psychology, and Psychiatry. 2010; 17(1):1–22.

2 Volkow ND, Wang GJ, Fowler JS, Tomasi D, Telang F, Baler R. Addiction: decreased reward sensitivity and increased expectation sensitivity conspire to overwhelm the brain’s control circuit. Bioessays. 2010; 32(9):748–755. [PubMed: 20730946].

3 Reynaud M, Karila L, Blecha L, Benyamina A. Is love passion an addictive disorder? The American Journal of Drug and Alcohol Abuse. 2010; 36:261–267. [PubMed: 20545601].

4 Peele, S., Brodsky, A. Love and addiction. Taplinger; New York: 1975.

5 Burkett JP, Young LJ. The behavioral, anatomical and pharmacological parallels between social attachment, love and addiction. Psychopharmacology. 2012; 224(1):1–26. [PubMed: 22885871].

[1] da “Come può un poeta essere amato?” (Diario ’81-’82), in “Invasioni”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

 

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