Regolazione delle emozioni, dipendenze e ricadute

By | 1 luglio 2016

La gran parte degli studi e del dibattito scientifico attuali sull’abuso di sostanze e le dipendenze mettono al centro la perdita di controllo e considerano le ricadute, fenomeno caratteristico di queste condizioni, come un tipico esempio di insuccesso per “sottoregolazione”: un fallimento causato cioè da un’autoregolazione troppo debole. Esistono tuttavia molti aspetti delle dipendenze e delle recidive legati a inefficaci o distorti processi di autoregolazione piuttosto che a “debolezza di autocontrollo”. In questo caso si dovrebbe allora parlare di cattiva regolazione e non di sottoregolazione, perché il controllo del comportamento è attuato secondo strategie che portano a risultati indesiderati o patologici. Di conseguenza, in molti casi le ricadute potrebbero essere spiegate come il tentativo – sebbene infausto – di far fronte a un problema o a un disagio.

Un diffuso esempio di cattiva regolazione è l’uso di una sostanza, cannabis, alcol, eroina, tabacco o altri agenti psicoattivi, per tentare di migliorare l’umore[1]. Un soggetto che sta tentando di astenersi dal consumo evidentemente assegna all’astinenza un grande valore per la bilancia del suo umore anche a lungo termine. Da questo punto di vista la ricaduta può apparire un comportamento irrazionale e per questo viene generalmente spiegata coma una perdita del controllo del comportamento, una insufficiente regolazione del suo appetito. L’irrazionalità dipenderebbe cioè non da un cattivo uso dei controlli cognitivi ma da una debolezza di volontà, in questo caso da un’insufficiente controllo inibitorio del desiderio di consumare la sostanza.

Ma come stanno le cose quando chi usa la sostanza crede o è consapevole che il suo umore sia modificabile e senta di avere imparato strategie per modulare i suoi stati affettivi? Tice, Bratslavsky, e Baumeister hanno dimostrato che, dopo l’induzione di stati affettivi negativi i comportamenti impulsivi, come la consumazione di snack dolci o grassi e come le ricadute, occorrono soltanto se i partecipanti ritengono che il loro umore sia modificabile dalle loro azioni[2]. Quando al contrario credono che la loro condizione emotiva sia immutabile, il desiderio o l’inclinazione a cedere agli impulsi, ai desideri e alla tentazioni non viene aumentata anche in condizioni di stress percepito. Questo esperimento suggerisce che, indipendentemente dall’effettivo risultato conseguito a lungo termine, una ricaduta rappresenti un tentativo razionale di far fronte in acuto a una condizione dell’umore avvertita come particolarmente penosa.

Donna con espressione di tristezza. Charles Le Brun, Expressions des passions de l'ame' (1727) http://catalogue.wellcomelibrary.org/record=b1190379

Donna con espressione di tristezza. Charles Le Brun, Expressions des passions de l’ame’ (1727)
http://catalogue.wellcomelibrary.org/record=b1190379

È noto d’altra parte da molto tempo che le condizioni di stress e disagio emotivo sono associate a tassi di recidiva più elevati. Questo fatto era al centro dei primi modelli di spiegazione delle dipendenze come la teoria del condizionamento operante negativo proposta da Abraham Wikler già nel 1948 e l’ipotesi della riduzione della tensione avanzata da John Conger nel 1951 e poi nel 1956. Secondo Wikler la ricaduta è motivata dall’anticipazione del disagio della sindrome d’astinenza e dall’aver appreso che è possibile attenuare i sintomi penosi usando la sostanza[3]. Analogamente, la teoria della riduzione della tensione di Conger sostiene che l’attenuazione dello stress percepito ottenibile dall’assunzione di alcol rappresenta un importante fattore di rinforzo per il consumo e quindi per le recidive di chi tenta di restare astinente[4]. Sono molti a questo proposito gli studi i quali dimostrano che l’uso di sostanza può attenuare la percezione e la risposta allo stress[5]. E peraltro questa ipotesi è coerente con la teoria del consumo di sostanze come automedicazione formulata da Edward Khantzian verso la metà degli scorsi anni Settanta e ancor oggi ritenuta per molti versi valida ed euristicamente stimolante[6].

Queste interpretazioni tuttavia sono state a lungo contrastate. In primo luogo è stato sostenuto ad esempio che i consumatori di sostanze spesso non riferiscono di aver vissuto emozioni particolarmente negative prima di una recidiva[7]. Altre interpretazioni contrarie hanno sottolineato come le ricadute siano legate piuttosto a automatismi appresi e avvengano molto di frequente in condizioni di assenza di consapevolezza, senza nessuna evidente pressione emotiva, sotto la spinta di segnali ambientali innescanti[8]. Queste posizioni critiche colgono senza dubbio aspetti importanti del complesso di fattori che determinano le condizioni di dipendenza, dove forte è il peso degli automatismi appresi, delle memorie procedurali. Indubbiamente i comportamenti associati alle dipendenze sono accostabili per larghi versi ai modi di reagire automaticamente agli stimoli interni ed esterni analoghi a quelli che permettono di guidare una macchina, scrivere, andare in bicicletta. In entrambi i casi abbiamo a che fare con meccanismi e processi legati a strati profondi del cervello, come lo striato, dove sembrano codificate le sequenze comportamentali delle forti abitudini e delle memorie procedurali. Processi cerebrali profondi per questo sottratti alla consapevolezza, al controllo volontario e cognitivo, ma allo stesso tempo privi di vissuto emotivo e partecipazione affettiva, come tipicamente è manifesto per le abitudini e gli automatismi.

Tuttavia, le ricerche più recenti hanno dimostrato che, sebbene non assumibili da soli come fattori causali delle recidive, le emozioni negative costituiscono elementi centrali delle sindromi d’astinenza e delle ricadute. Per questo, con i dovuti aggiornamenti, i modelli del condizionamento operante, del rinforzo negativo, costituiscono una parte fondamentale nell’interpretazione degli episodi di ricaduta[9].

Questo modo di guardare all’uso di sostanze e alle ricadute come tentativi di regolare l’umore ha numerose implicazioni, peraltro riferibili a domini molto diversi, da quello clinico al piano morale.

Riguardo al trattamento ad esempio le terapie che usano sostanze per migliorare l’umore possono risultare efficaci per ridurre il consumo e la possibilità di ricadute. A questo proposito, è noto che il bupropione, un antidepressivo agonista della dopamina, riduce il consumo di tabacco e di metamfetamina e altri antidepressivi usati in associazione alla terapia la dipendenza da altre specifiche sostanze sembrano avere questo effetto. Sempre in ambito clinico, la prospettiva che abbiamo discusso legittima le terapie sostitutive, come la somministrazione di metadone o la sigaretta elettronica (sebbene questa non sia tecnicamente una terapia sostitutiva). Ciò perché il farmaco sostitutivo elimina buona parte dei sintomi della sindrome d’astinenza, quelle emozioni negative e lo stress percepito che potrebbero concorrere a determinare una ricaduta.

Sul piano psicologico questa prospettiva suggerisce che sono destinati a fallire tutti gli interventi, nel trattamento o nella prevenzione dell’abuso di sostanze, i quali non tengano conto dell’effetto delle emozioni negative sull’autocontrollo e non cerchino di rimuoverle oppure di promuovere nella persona lo sviluppo di più efficaci capacità di regolazione degli stati affettivi.

Un’ultima considerazione sulle implicazioni etiche e sociopolitiche. Abbiamo visto il peso che lo stress cronico, le emozioni e i sovraccarichi cognitivi – purtroppo tipici dell’ambiente contemporaneo – hanno sia sulla sottoregolazione che sulla cattiva regolazione del comportamento. Questo a nostro parere, in sede giuridica, rispetto alla determinazione della responsabilità, dovrebbe suggerire di valutare con più attenzione la forza vincolante degli stimoli/stressor ambientali (la loro intensità, la loro durata) e degli stili di reazione emotiva delle persone.

Infine, considerata la complessità, se non l’impossibilità, di interventi tesi a ridurre la densità dei carichi emotivi-cognitivi e dello stress propria di certe situazioni sociali contemporanee, in ambito educativo, sin dalla scuola primaria, dovrebbe diventare prioritaria la realizzazione di percorsi finalizzati allo sviluppo di una migliore regolazione emotiva da integrare stabilmente nei curricula scolatici. Mentre a livello sociale si dovrebbe cercare la facilitazione di pratiche facili ed economiche a realizzarsi, come l’attività sportiva, per cui è dimostrata scientificamente la capacità di ridurre non solo il livello di stress percepito. Anche perché, come dimostrato da migliaia di studi ormai, l’esercizio fisico è in grado anche di aumentare l’attività di quei sistemi cerebrali legati alla ricompensa, alle dinamiche motivazionali e appetitive (dopamina), al compenso allo stress, al recupero, ai comportamenti riproduttivi, parentali e prosociali  (oppioidi ed endocannabinoidi), il cui insufficiente funzionamento appare fortemente correlato all’abuso di sostanze psicoattive e alle dipendenze.

Riferimenti bibliografici

[1] Perkins KA, Ciccocioppo M, Conklin CA, Milanak ME, Grottenthaler A, Sayette MA. Mood influences on acute smoking responses are independent of nicotine intake and dose expectancy. J Abnorm Psychol. 2008 Feb;117(1):79-93; Conklin, C. A., & Perkins, K Baker, T. B., Piper, M. E., McCarthy, D. E., Majeskie, M. R., & Fiore, M. C. (2004). Addiction motivation reformulated: An affective processing model of negative reinforcement. Psychological Review, 111, 33–51.. A. (2005). Subjective and reinforcing effects of smoking during negative mood induction. Journal of Abnormal Psychology, 114, 153–164.

[2] Tice, D. M., Bratslavsky, E., & Baumeister, R. F. (2001). Emotional distress regulation takes precedence over impulse control: If you feel bad, do it! Journal of Personality and Social Psychology, 80, 53–67.

[3] Wikler, A. (1948). Recent progress in research on the neurophysiological basis of morphine addiction. American Journal of Psychiatry, 105, 329–338.

[4] Conger, J. J. (1951). The effects of alcohol on conflict behaviour in the albino rat. Quarterly Journal of Studies on Alcohol, 12, 1-29; Conger, J. (1956). Reinforcement theory and the dynamics of alcoholism. Quarterly Journal of Studies on Alcohol, 17, 296–305.

[5] Si veda ad esempio: Sayette MD. Does drinking reduce stress? Alcohol Research and Health. 1999;223(4):250–255.

[6] Khantzian, E.J., Mack, J.F., & Schatzberg, A.F. (1974). Heroin use as an attempt to cope: Clinical observations. American Journal of Psychiatry, 131, 160-164; Khantzian EJ (1997) The self-medication hypothesis of substance use disorders: A reconsideration and recent applications. Harv Rev Psychiatry. 4:231–244.

[7] Ad esempio: Shiffman, S. (1982). Relapse following smoking cessation: A situational analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 50, 71–86.

[8] Ad esempio: Tiffany, S. T. (1990). A cognitive model of drug urges and drug-use behavior: Role of automatic and nonautomatic processes. Psychological Review, 97, 147–168.

[9] Brownell, K. D., Marlatt, G. A., Lichtenstein, E., & Wilson, G. T. (1986). Understanding and preventing relapse. American Psychologist, 41, 765–782; Baker, T. B., Piper, M. E., McCarthy, D. E., Majeskie, M. R., & Fiore, M. C. (2004). Addiction motivation reformulated: An affective processing model of negative reinforcement. Psychological Review, 111, 33–51.

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