Mindfulness, regolazione delle emozioni e dipendenze

By | 27 agosto 2016

È noto che i sintomi principali di una dipendenza da un agente psicoattivo consistono in un sentimento di bramosia e necessità nei confronti della sostanza (il cosiddetto craving), una ridotta capacità di regolare le emozioni, un minore autocontrollo sul proprio comportamento e un’aumentata reattività allo stress. Negli ultimi anni, diversi studi hanno dimostrato che tutti questi aspetti sono suscettibili di modifiche grazie a interventi terapeutici basati sull’utilizzo di training cognitivi e pratiche meditative, come la mindfulness. Infatti, un numero sempre maggiore di evidenze dimostra come queste tecniche possano avere un ruolo determinante nel trattamento delle dipendenze.

La meditazione mindfulness è una pratica finalizzata allo sviluppo della capacità di prestare attenzione al momento presente, attraverso la ricerca di uno stato mentale non giudicante e caratterizzato da un alto grado di consapevolezza di sé. Chi si impegna in questo tipo di training mentale impara a rimanere concentrato sul proprio respiro o sulle sensazioni provenienti dal proprio corpo o su altri oggetti d’attenzione in modo rilassato e aperto. Allo stesso tempo questa pratica tende ad allenare l’attitudine ad osservare gli stati mentali, riconoscerli e quindi lasciarli andare. Ciò permette l’acquisizione progressiva la capacità di affrontare pensieri ed emozioni in modo neutrale e distaccato. La pratica della mindfulness determina una riduzione dei livelli di stress e un miglioramento del tono dell’umore, associati inoltre a cambiamenti nell’organizzazione anatomica e funzionale del sistema nervoso per effetti di processi neuroplastici attivati dalla ripetizione dell’esercizio.

Uno degli effetti più consistenti ottenibili grazie a questo tipo di meditazione, riguarda tuttavia la capacità di regolare i propri stati affettivi. La regolazione emotiva consiste in una serie di processi e strategie cognitive che permettono di influenzare l’intensità, la durata e la manifestazione delle proprie emozioni[1]. Un deficit a livello di questi meccanismi si riscontra, ad esempio, in tutti quei casi in cui un’eccessiva impulsività e una scarsa gestione delle emozioni determinano una perdita di controllo sul comportamento. Così, nell’ambito delle dipendenze, un trattamento basato sulla mindfulness può far sì che il soggetto migliori le sue capacità di regolazione emotiva e, quindi, di autocontrollo[2]. Imparando a riconoscere le emozioni (inclusi gli inneschi) e ad affrontarle in modo conscio e distaccato, egli sarà in grado di gestire la propria affettività con maggiore consapevolezza, facendo sì che questa non prenda il sopravvento sul suo comportamento.

Come detto in precedenza, gli effetti della meditazione mindfulness su questi processi cognitivi sono riscontrabili anche a livello cerebrale. È noto da studi di neuroimaging che la capacità di regolare le proprie emozioni coinvolge l’attività di due strutture corticali tra loro adiacenti: la corteccia cingolata anteriore (ACC) e la corteccia prefrontale mediale (mPFC)[3]. Queste strutture sono in grado di modulare l’attività del sistema limbico, l’area deputata alla produzione automatica e impulsiva delle risposte emotive, e contemporaneamente operare un monitoraggio in itinere sui meccanismi di regolazione e sugli effetti del comportamento rispetto ai risultati attesi[4]. Ebbene, in uno studio di risonanza magnetica del 2010, Tang e colleghi hanno dimostrato che solo 10 ore di pratica mindfulness, distribuite nell’arco di quattro settimane, sono state in grado di indurre nei soggetti modificazioni strutturali a livello dell’ACC, identificabili da una maggiore connettività (aumento della sostanza bianca) tra questa regione e quelle limitrofe[5].

La pratica meditativa è quindi in grado di favorire cambiamenti strutturali nelle aree corticali deputate alla regolazione emotiva. Effetti di questo tipo sono stati riscontrati anche dopo trattamenti più brevi, della durata di qualche giorno[6], o persino dopo una singola seduta[7]. Poiché deficit a livello dell’ACC/mPFC sono stati associati a diversi disturbi mentali, tra cui i disturbi dell’umore e l’abuso di sostanze, si è quindi ipotizzato che attraverso la mindfulness sia possibile intervenire sui problemi di autocontrollo e regolazione delle emozioni che caratterizzano queste patologie, agendo direttamente sulle aree cerebrali deputate a tali processi cognitivi.

Diversi studi hanno infatti dimostrato gli effetti positivi della pratica mindfulness nel trattamento delle dipendenze. In generale, questo tipo di meditazione permette di ottenere buoni risultati, grazie soprattutto a un incremento della capacità di monitoraggio e di gestione delle emozioni associate al craving e all’astinenza. Ad esempio, uno studio condotto su un gruppo di fumatori ha evidenziato che, dopo due settimane di mindfulness (5 ore totali di pratica), il 30% di questi aveva smesso di fumare e il 60% aveva ridotto il numero di sigarette giornaliere. Inoltre, dagli esami di risonanza magnetica era emerso che tutti i soggetti mostravano un’aumentata attività a livello dell’ACC e della mPFC, correlata al tasso di sospensione dal fumo: i soggetti che avevano smesso di fumare erano quelli che manifestavano un incremento maggiore nell’attività di queste aree[8].

I modi in cui la meditazione mindfulness può influenzare il trattamento delle dipendenze sono quindi molteplici. Essa è in grado di agire sui livelli di stress e sulle capacità di accettazione del proprio disturbo, ma anche sulle capacità di regolazione emotiva e sulle funzionalità del sistema nervoso. Pur non essendo ancora del tutto chiari i meccanismi che permettono di ottenere questi risultati, è evidente che un approccio non giudicante nei confronti della propria dipendenza permette di affrontare con maggiore consapevolezza le emozioni e lo stress che derivano dall’astenersi da una sostanza.

di Fabio Ambrosino

editing Stefano Canali

[1] Gross J.J. (2014). Handbook of emotion regulation. 2nd ed. Guilford Press

[2] Tang Y.Y., Posner M.I., Rothbart M.K., Volkow N.D. (2015). Circuitry of self-control and its role in reducing addiction. Trends in Cognitive Sciences, 19, 439 – 444

[3] Rudebeck P.H., Bannermann D.M., Rushworth M.F. (2008). The contribution of distinct subregions of the ventromedial frontal cortex to emotion, social behavior, and decision making. Cognitive, Affective, & Behavioral Neuroscience, 8, 485 – 497

[4] Etkin A., Egner T., Kalish R. (2011). Emotional processing in anterior cingulate and medial prefrontal cortex. Trends in Cognitive Sciences, 15, 85 – 93

[5] Tang Y.Y., Lu Q., Geng X., Stein E.A., Yang Y., Posner M.I. (2010). Short-term meditation induces white matter changes in the anterior cingulate. Proceedings of the National Academy of Sciences U.S.A., 107 , 15649 – 15652

[6] Tang Y., Ma Y., Feng H., Wang J., Feng S., Fan M (2009). Central autonomic nervous system interaction is altered by short term meditation. Proceeding of the National Academy of Sciences U.S.A., 106, 8865 – 8870

[7] Taubert M., Dragansky B., Anwander A., Müller K., Horstmann A., Villringer A., Ragert P. (2010). Dynamic properties of human brain structure: learning related changes in cortical areas and associated fiberconnections. Journal of Neuroscience, 30, 11570 – 11577

[8] Tang Y.Y., Posner M.I., Rothbart M.K., Volkow N.D. (2015). Circuitry of self-control and its role in reducing addiction. Trends in Cognitive Sciences, 19, 439 – 444

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