Come ho illustrato in diversi articoli precedenti, le scienze cognitive e le neuroscienze descrivono l’Io come un insieme di sistemi funzionali diversi, di differenti individui psichici. Nell’attuale dibattito scientifico questa tesi viene descritta come una rilevante innovazione teorica. In realtà l’idea della pluralità dell’Io era stava elaborata già dagli ultimi decenni dell’Ottocento sia in ambito filosofico che psichiatrico.
Nietzsche ad esempio aveva sviluppato questa tesi a partire dall’analogia della molteplicità cellulare che informa la singolarità di ogni organismo vivente, la sua fisiologia e la sua dimensione patologica, che si manifesta quando le vite di popolazioni cellulari perdono l’integrazione ed entrano in conflitto. Per questo, in Aldilà de bene e del male scriveva: che l’io è “una costruzione societaria di molte anime” (1886) o anche “una pluralità di forze di tipo personale, delle quali ora l’una ora l’altra vengono alla ribalta, come ego, e guardano alle altre come un soggetto guarda a un mondo esterno ricco di influssi e di determinazioni. Il soggetto è ora in un punto ora nell’altro”. Pluralità, individui, provvisorie singolarità di soggetti capaci di azione che incessantemente scaturiscono in una mutua tensione, nella trasformazione perenne: “Io comprendo solo un essere che sia al tempo stesso uno e plurimo, che si trasformi e permanga, che conosca, senta, voglia – questo essere è il mio fatto originario” (Frammenti postumi, 7, 5 [243]).
I medici filosofi e l’Io come colonia di esseri psichici multipli
Nietzsche aveva preso questa idea dalle opere dei cosiddetti médecins philosophes, i medici-filosofi francesi soprattutto dai lavori di Théodule Ribot, Pierre Janet e Alfred Binet. Partendo dalla psicopatologia, questi psichiatri avevano descritto la mente, la coscienza, anche quelle sane, come un instabile aggregato di Io diversi, una colonia di esseri psichici multipli, un arcipelago di isole di coscienza allo stesso tempo unite e separate dalle transitorie correnti del mare dei diversi processi mentali. Questo complesso sistema di coscienze si regge su equilibri precari costantemente riformulati, da colazioni psichiche unite in alleanze da faticosi e delicati processi di composizione, contrasto, patteggiamento. L’Io manifesto di un individuo è quello più forte al momento, quello più capace in un dato periodo di organizzare, sintetizzare e coalizzare i singoli individui e i molti nuclei di coscienza che coabitano in una mente.
Scrive ad esempio Théodule Ribot: “L’io, come appare a se stesso, consiste in una somma di stati di coscienza. Ve n’è uno principale, attorno al quale si raggruppano degli stati secondari che tendono a soppiantarlo e che sono essi stessi spinti da altri stati appena coscienti. Lo stato che occupa il ruolo principale, dopo una lotta più o meno lunga, recede ed è rimpiazzato da un altro, attorno al quale si costituisce un raggruppamento analogo”. (Les maladies de la mémoire, Paris 1881, 83).
Questo egemone Io provvisorio sembra tenuto insieme dal filo tenue della memoria. “Il nostro io d’ogni momento, questo presente perpetuamente rinnovato, è in gran parte alimentato dalla memoria, ossia allo stato presente si associano altri stati già respinti o localizzati nel passato, che costituiscono la nostra persona come appare a ogni istante” (Ribot, ibid.).
Ma queste coalizioni sono fragili, esposte all’incostanza della vita e delle relazioni, e per questo si disfano perché cambiano gli equilibri generali tra persona e ambiente e tra sistemi di coscienza, emozioni e desideri, sensi della memoria nella mente di un individuo. E quando la coalizione psichica dell’Io egemone si dissolve va in frantumi tutto il sistema di elementi psichici cui aveva garantito un transitorio equilibrio. Subentra allora la frantumazione dell’Io, il disorientamento, la confusione, il disagio, la malattia mentale. Ma si manifesta anche la patologia della volontà, la molteplicità e il contrasto delle intenzioni, l’ambivalenza verso gli oggetti del desiderio, la compresenza di motivazioni conflittuali: volere e sentir ripulsa allo stesso tempo verso uno stesso oggetto, valore, persona, futuro. Senza ordine e trama, fuori dal tempo della memoria e fuori dal tempo (una grandezza che può essere scandita solo da un singolo agente), quindi senza futuro, l’identità personale viene persa in frammenti inaccostabili, si pensa e si agisce privi di coerenza. Si viene agiti dagli stimoli, controllati dall’impulso.
Rimbaud e Bergson: l’Io come altro e la storia degli Io che siamo stati
Nella cosiddetta lettera del veggente scritta a Paul Demeny il 15 maggio del 1871, il giovanissimo Arthur Rimbaud, quasi da veggente appunto, aveva anticipato le teorie dell’artificiosità e della molteplicità dell’Io, la sua alterità rispetto al complesso profondo della vita psichica di ogni persona: “Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Per me è evidente: assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo osservo, lo ascolto: lancio una nota sull’archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento in profondità, oppure d’un balzo è sulla scena.
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato, del “me stesso”, soltanto il significato falso, non avremmo da spazzar via i milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accumulato i prodotti della loro orba intelligenza, e se ne proclamano gli autori!” (Ho parlato di Rimbaud, della lettera del veggente e delle sue esplorazioni con le sostanze psicoattive in un articolo)
Questa alterità peraltro trapela anche dalla difformità, talora dalla discordanza, degli Io che siamo stati nel tempo, dalle scie, dalle scorie e dalle turbolenze che queste diverse personificazioni attuali e possibili hanno lanciato nel nostro futuro. Da qui anche la complessità e il carattere indecifrabile di ciò che ci aspetta e soprattutto di ciò che dovremmo scegliere per la nostra vita di domani; da qui l’oscurità e le sconcertanti contraddizioni dei nostri desideri.
Il filosofo francese Henri Bergson aveva riflettuto sul peso di questi scarti: “Ognuno di noi, con un colpo d’occhio retrospettivo sulla propria storia, constaterà che la sua personalità da bambino, per quanto indivisibile, riuniva in sé persone diverse, che potevano restar fuse insieme perché erano allo stato nascente: questa indecisione piena di promesse è uno dei maggiori fascini dell’infanzia. Ma le personalità che ci compenetrano divengono, col crescere, incompatibili e, poiché ciascuno di noi non vive che una sola volta, è costretto a fare una scelta. Noi scegliamo, in realtà, incessantemente e incessantemente abbandoniamo molte cose. La strada che percorriamo nel tempo è coperta dalle macerie di tutto ciò che cominciavamo a essere, di tutto ciò che avremmo potuto diventare” (L’évolution créatrice, 1907).
La ricerca attuale sta cercando di comprendere in quale modo si arrivi all’unità transitoria e funzionale della molteplicità dell’Io, ne ho parlato già in altri articoli, si veda ad esempio: “La molteplicità dell’Io e i sistemi funzionali per le decisioni“; “Il conflitto tra desiderio e ragione“; “La molteplicità dell’Io, l’identità narrativa e le terapie narrative”
Nei prossimi cercherò di illustrare come si è già risposto in passato e perché sarebbe auspicabile recuperare la memoria di queste soluzioni anche per le scienze cognitive contemporanee.
La molteplicità dell’Io nel romanzo di Antonio Tabucchi Sostiene Pereira
Racconta dei medici-filosofi anche Antonio Tabucchi nel romanzo Sostiene Pereira:
“Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Théodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.
Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma”
Un passaggio che il regista Roberto Faenza ha trasporto quasi integralmente nell’omonimo film diretto nel 1995, in questa scena con Marcello Mastroianni (Pereira) e Daniel Auteuil (Cardoso):
Stefano Canali
