INTRODUZIONE
L’idea che le emozioni siano entità biologiche innate, inscritte nei circuiti neurali dell’uomo sin dall’infanzia e universali in tutte le culture, ha rappresentato per decenni l’ortodossia dominante nelle scienze psicologiche e neuroscientifiche. A partire dalle teorie darwiniane sulle espressioni emozionali, fino ai modelli neurobiologici più recenti (Panksepp, 1998; LeDoux, 1996), le emozioni sono state trattate come risposte discrete, automatiche, e spesso pre-linguistiche, associate a circuiti specifici nel cervello. Ne ho trattato diffusamente nel mio libro Regolare le emozioni. Teorie e metodi per lo sviluppo e il potenziamento dell’autocontrollo.
Tuttavia, un crescente corpo di ricerche teoriche ed empiriche propone una prospettiva alternativa: la teoria costruzionista delle emozioni, il cui sviluppo più influente è associato al lavoro di Lisa Feldman Barrett (2017).
Secondo la teoria costruzionista, le emozioni non sono entità ontologicamente date, ma risultano da un processo di categorizzazione predittiva da parte del cervello, che utilizza concetti appresi culturalmente e linguisticamente per interpretare segnali somatici, viscerali, impulsi ad agire e stimoli dall’ambiente e dalle situazioni. In questa cornice teorica, il linguaggio assume un ruolo centrale: non come mero strumento comunicativo, ma come infrastruttura cognitiva e neurobiologica che rende possibile l’esperienza stessa dell’emozione. Sono le parole, infatti, a costituire le unità minime di costruzione concettuale attraverso cui il cervello può generare predizioni e attribuire significato a stati corporei, impulsi ad agire e situazioni. Senza un concetto linguistico condiviso, senza un nome comune appreso, un’emozione non può essere riconosciuta né esperita come tale: essa resta un amalgama informe di attivazioni fisiologiche e sensazioni vaghe. L’articolo che segue esplora questa prospettiva, analizzando il ruolo cruciale delle parole nella costruzione dei concetti emozionali e, di conseguenza, delle emozioni stesse, e le implicazioni di questa visione per l’educazione emotiva, la psicologia clinica e la promozione della salute mentale, come ad esempio lo sviluppo dei personali dizionari delle emozioni. Una strategia di intervento per cui ho messo a punto uno strumento da usare in ambito educativo, il libro I nomi delle emozioni. Vocabolario ragionato per l’educazione, la consapevolezza e la regolazione emotiva, disponibile a questo link.
I FONDAMENTI NEUROCOGNITIVI DELLA COSTRUZIONE EMOTIVA
Il paradigma costruzionista delle emozioni si fonda su un modello predittivo del funzionamento cerebrale, oggi ampiamente condiviso nelle neuroscienze cognitive (Clark, 2013; Barrett, 2017; Hohwy, 2020). In tale prospettiva, il cervello non si limita a ricevere passivamente stimoli sensoriali, ma anticipa costantemente il mondo tramite previsioni basate sull’esperienza passata. Questo meccanismo di inferenza bayesiana consente di minimizzare l’errore predittivo, ottimizzando il rapporto tra l’organismo e l’ambiente. Anche le emozioni, in questo schema, non sono risposte reattive ma simulazioni predittive costruite dal cervello per dare senso a pattern complessi di segnali interni (interocezione) ed esterni (percezione sensoriale).
L’interocezione, cioè la percezione dei segnali fisiologici provenienti dal corpo (frequenza cardiaca, tensione muscolare, respirazione, temperatura corporea, livelli di cortisolo, ecc.), rappresenta uno dei pilastri fondamentali su cui il cervello costruisce significati emozionali (Craig, 2002; Critchley et al., 2004; Farb et al., 2013). Ma la mera registrazione fisiologica non è sufficiente a generare un’emozione: essa richiede che tali segnali vengano interpretati attraverso l’accesso a concetti emozionali culturalmente appresi e linguisticamente rappresentati. È qui che il ruolo del linguaggio diventa cruciale: esso fornisce l’impalcatura concettuale che permette al cervello di formulare un’ipotesi interpretativa su ciò che sta accadendo nel corpo e nel mondo.
Senza il concetto di “tristezza”, ad esempio, un soggetto potrà percepire un senso di oppressione toracica, apatia e rallentamento, ma non disporrà di un modello interpretativo coerente capace di unificare tali segnali in un’esperienza di “essere triste”. Allo stesso modo, la stessa configurazione interocettiva, le stesse sensazioni somatiche e viscerali, potrebbero essere categorizzate come “stanchezza”, “noia” o “disillusione” in base al contesto e al repertorio concettuale a disposizione dell’individuo. Questo fenomeno si associa alla cosiddetta granularità emotiva (Kashdan et al., 2015): la capacità di differenziare finemente le esperienze affettive grazie a un lessico emozionale ampio e articolato. La granularità, come mostrano numerosi studi, è correlata a una maggiore regolazione emotiva, minori sintomi depressivi e ansiosi, minori malattie somatiche, una più efficace comunicazione interpersonale (Barrett et al., 2001; Smidt & Suvak, 2015; Venables et al., 2022). Una più elevata granularità emotiva inoltre si associa a una minore vulnerabilità al passaggio da un uso occasionale di sostanze psicoattive all’utilizzo problematico e alle dipendenze.
Una metafora utile per comprendere la granularità emotiva è quella del sommelier: così come l’esperto di vini è in grado di distinguere note aromatiche che per il neofita restano indistinte (frutti rossi, cuoio, pepe nero), così il soggetto con un lessico emotivo sviluppato può cogliere le sfumature tra malinconia, sconforto, delusione e rimpianto. Il vino è lo stesso, ma la qualità dell’esperienza cambia radicalmente in base alla finezza categoriale del linguaggio.
La parola, dunque, non è un semplice “etichetta” applicata post hoc a un’emozione già formata, ma un dispositivo epistemico ed esperienziale: essa rende possibile circoscrivere e ritagliare un preciso stato emotivo dal magma inafferrabile della dimensione affettiva. In questo modo l’emozione diventa accessibile alla coscienza, comunicabile agli altri, e regolabile attraverso processi di riflessione e autorappresentazione. Come sottolinea Feldman Barrett (2022), “without a concept, you cannot feel the emotion; at most, you experience affective ambiguity.” In altri termini, il linguaggio rende possibile vivere l’emozione non solo pensarla.
EMOZIONI COME REALTÀ SOCIALI E CATEGORIE CULTURALI
Un altro pilastro fondamentale della teoria costruzionista delle emozioni è l’idea che le emozioni siano realtà sociali, ossia categorie che esistono solo nella misura in cui vengono condivise e mantenute collettivamente attraverso pratiche linguistiche e culturali. Come ha mostrato John Searle (1995), una realtà sociale nasce quando un gruppo di individui attribuisce uno status funzionale a un oggetto o a un comportamento — per esempio, quando decidiamo che un rettangolo di carta è denaro, oppure che un certo insieme di movimenti facciali è “rabbia”. In questo senso, le emozioni sono reali non perché abbiano una base universale o un’impronta biologica fissa, ma perché sono sostenute dalla intenzionalità collettiva (Tomasello, 2019).
Tale costruzione sociale delle emozioni è resa evidente dall’osservazione transculturale: vi sono concetti emozionali che esistono in alcune culture e non in altre. “Schadenfreude” in tedesco designa il piacere per le disgrazie altrui; “fago” nella cultura Ifaluk delle isole Micronesiane combina amore, compassione e tristezza; “liget”, tra gli Ilongot delle Filippine, indica una forma di eccitazione aggressiva condivisa tra membri del gruppo durante azioni collettive ad alto rischio. Tali concetti non sono semplici curiosità linguistiche, ma dimostrano che la mappa affettiva del mondo non è universale, bensì culturalmente specifica e plasmata dal vocabolario emozionale disponibile (Wierzbicka, 1999).
L’esistenza o l’assenza di un termine linguistico determina non solo se un’emozione può essere nominata, ma se può essere esperita, appresa, regolata e condivisa. Questo rende il lessico emotivo un autentico strumento di modellazione neurocognitiva: ogni parola emozionale trasmette una forma di sapere incarnato, una grammatica affettiva, un modo di attribuire senso al mondo interno ed esterno. È ciò che accade anche nel fenomeno dell’acculturazione emozionale (Mesquita et al., 2016), secondo cui individui che migrano in un nuovo contesto culturale modificano progressivamente il proprio repertorio emozionale, adattandolo alle nuove norme linguistiche e concettuali del gruppo di appartenenza.
IMPLICAZIONI CLINICHE, EDUCATIVE E CULTURALI
Il riconoscimento del ruolo fondamentale del linguaggio nella costruzione delle emozioni non è solo una conquista teorica: ha profonde implicazioni applicative, in particolare nei contesti clinici, educativi e socioculturali. Le ricerche recenti evidenziano come la capacità di nominare le emozioni in modo preciso — ciò che Barrett (2017) definisce emotional granularity — sia un predittore significativo della salute mentale. Individui dotati di un lessico emotivo ricco sono in grado di regolare meglio gli stati affettivi disturbanti, mostrano minore vulnerabilità a sintomi ansioso-depressivi, e una più efficace adattabilità nei contesti interpersonali (Kalokerinos et al., 2019; Nook et al., 2021).
In ambito clinico, ciò implica che il lavoro terapeutico debba includere una vera e propria educazione linguistica ed emozionale. Modelli come la Emotion-Focused Therapy (Greenberg, 2011) e gli approcci basati sulla Mentalization (Fonagy & Bateman, 2016) già integrano il rafforzamento del vocabolario emozionale come strumento di riflessione e regolazione. Nei bambini, gli interventi precoci di alfabetizzazione emotiva — come i programmi SEL (Social and Emotional Learning) — hanno dimostrato di migliorare l’autocontrollo, l’empatia e la performance scolastica (Brackett et al., 2012).
Una metafora illuminante per comprendere la funzione regolativa del linguaggio sulle emozioni è quella del termostato: le parole, come un dispositivo sensibile, permettono di leggere con precisione la temperatura affettiva interna e di attivare strategie adattive per riportarla entro range sostenibili. In assenza di parole adeguate, l’individuo resta esposto a una forma di analfabetismo emozionale, che compromette l’equilibrio psicologico e le competenze sociali.
A livello culturale, la teoria costruzionista fornisce anche una chiave interpretativa per comprendere i conflitti emozionali interculturali, le difficoltà di traduzione affettiva nei contesti migratori, e le discrepanze nelle norme espressive. La promozione di un lessico emozionale ricco e condiviso — ad esempio tramite l’educazione, la letteratura, il teatro, le narrazioni autobiografiche — non è solo un obiettivo pedagogico, ma un imperativo democratico: consente di articolare la sofferenza, dare dignità all’esperienza soggettiva e creare ponti tra individui e culture (Reddy, 2001).
Conclusioni
Le emozioni non sono entità naturali, universali e indipendenti dalla mente che le esperisce, ma processi dinamici di costruzione interpretativa basati su concetti appresi e condivisi. Il linguaggio è la tecnologia cognitiva che rende possibile tale costruzione: attraverso le parole categorizziamo, interpretiamo e viviamo i nostri stati interni. Le parole non servono soltanto a descrivere ciò che proviamo: creano ciò che possiamo provare.
La teoria costruzionista delle emozioni ci invita a riconoscere il potere formativo del linguaggio, la plasticità dell’esperienza affettiva e la necessità di un’educazione emotiva centrata sulla valorizzazione del lessico. Promuovere una maggiore granularità emotiva non significa soltanto dotarsi di un vocabolario più ricco: significa abitare con maggiore consapevolezza e profondità la propria vita interiore, e contribuire a una società più empatica, dialogica e capace di comprendere la complessità dell’umano.
In questo spirito nasce il progetto I nomi delle emozioni, un vocabolario ragionato pensato non solo per educatori, genitori e terapeuti, ma per chiunque desideri raffinare il proprio sguardo interiore, riconoscere le sfumature emotive, e sviluppare una più profonda capacità di comprendere, comunicare e regolare le emozioni per sé e per gli altri. I nomi delle emozioni è acquistabile su Amazon a questo link
Stefano Canali
Bibliografia
Barrett, L. F. (2017). How emotions are made: The secret life of the brain. Houghton Mifflin Harcourt.
Brackett, M. A., Rivers, S. E., Reyes, M. R., & Salovey, P. (2012). Enhancing academic performance and social and emotional competence with the RULER feeling words curriculum. Learning and Individual Differences, 22(2), 218–224.
Clark, A. (2013). Whatever next? Predictive brains, situated agents, and the future of cognitive science. Behavioral and Brain Sciences, 36(3), 181–204.
Critchley, H. D., Wiens, S., Rotshtein, P., Öhman, A., & Dolan, R. J. (2004). Neural systems supporting interoceptive awareness. Nature Neuroscience, 7(2), 189–195.
Farb, N. A., Segal, Z. V., & Anderson, A. K. (2013). Attentional modulation of primary interoceptive and exteroceptive cortices. Cerebral Cortex, 23(1), 114–126.
Fonagy, P., & Bateman, A. (2016). Mentalization-based treatment for personality disorders: A practical guide. Oxford University Press.
Greenberg, L. (2011). Emotion-focused therapy. American Psychological Association.
Hohwy, J. (2020). The predictive mind. Oxford University Press.
Kalokerinos, E. K., Erbas, Y., Ceulemans, E., & Kuppens, P. (2019). Differentiate to regulate: Low negative emotion differentiation is associated with ineffective use but not selection of emotion-regulation strategies. Psychological Science, 30(6), 863–879.
Kashdan, T. B., Barrett, L. F., & McKnight, P. E. (2015). Unpacking emotion differentiation: Transforming unpleasant experience by perceiving distinctions in negativity. Current Directions in Psychological Science, 24(1), 10–16.
Mesquita, B., Boiger, M., & De Leersnyder, J. (2016). The cultural construction of emotions. Current Opinion in Psychology, 8, 31–36.
Nook, E. C., Satlof-Bedrick, E. S., et al. (2021). The development of emotion differentiation across adolescence: Associations with depressive symptoms. Journal of Adolescence, 89, 1–11.
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Searle, J. R. (1995). The construction of social reality. Free Press.
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Tomasello, M. (2019). Becoming human: A theory of ontogeny. Harvard University Press.
Venables, N. C., Hall, J. A., Patrick, C. J., & Bernat, E. M. (2022). Trait emotional awareness and emotion regulation in the context of stress: A neurophysiological investigation. Personality and Individual Differences, 185, 111282.
Wierzbicka, A. (1999). Emotions across languages and cultures: Diversity and universals. Cambridge University Press.
