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Dipendenza e relazioni: come lo sguardo altrui plasma il sé

Chi cade nella dipendenza non perde solo il controllo sulla sostanza: perde lo specchio in costruisce la sua identità e si riconosce. Le persone con cui ha relazioni più intime oscillano tra rimprovero e resa, e senza volerlo lo inchiodano al ruolo di «tossico». Eppure esiste una terza via, che riapre insieme la relazione e la speranza di cambiare.

Lo specchio incrinato. Le relazioni intime plasmano, e disfano, l’identità delle persone con dipendenza

Il volto dell altro mi ordina e mi chiama. Emmanuel Lévinas

 

Che la dipendenza patologica sia anche una condizione neurobiologica è ormai acquisito, e ribadirlo aggiunge poco alla comprensione del fenomeno. Meno esplorata, e concettualmente più insidiosa, è l’ipotesi che la dipendenza grave costituisca anche una lesione del tessuto relazionale entro cui una persona si mantiene visibile a se stessa in quanto agente: un’erosione progressiva di quel riconoscimento reciproco che ci consente di sapere chi siamo. Il nesso tra identità, agentività e sguardo altrui è oggetto di indagine consolidata nella filosofia della mente e dell’azione, e trova una formulazione particolarmente feconda nella lettura che Kennett, McConnell e Snoek (2020) propongono delle relazioni affettive segnate dall’addiction, a partire dalla cornice teorica elaborata da Peter Strawson. La loro tesi, sviluppata su un ampio corredo di interviste a persone dipendenti e ai loro familiari, è che il modo in cui i congiunti reagiscono alla persona dipendente non sia un epifenomeno della patologia, ma uno dei suoi meccanismi di cronicizzazione. Conviene seguirne l’argomentazione, poiché ribalta un’intuizione consolidata: non è soltanto la persona che si ammala a compromettere le proprie relazioni, sono anche le relazioni che, disgregandosi, concorrono a mantenerla nella condizione patologica.

La visibilità psicologica: il sé come funzione dello sguardo altrui

Edvard Much, Sera sul viale Karl Johan, 1892

Il presupposto teorico è tanto elementare quanto trascurato: non disponiamo di un accesso diretto e privilegiato a ciò che siamo. Ci conosciamo per interposta persona. Le innumerevoli microinterazioni che scandiscono una giornata, dall’acquisto di un biglietto al saluto di un collega alla richiesta di un’indicazione, restituiscono di continuo, attraverso le reazioni emotive altrui, un’informazione su come appariamo e su cosa ci si attende da noi (Branden, 1993). Uno sbadiglio segnala che stiamo annoiando; un’espressione ferita, che siamo stati sgarbati. È ciò che Branden definisce visibilità psicologica (psychological visibility): la capacità di rendersi percepibili a se stessi mediante lo specchio dell’altro. Quando l’immagine che abbiamo di noi e quella che ci proviene dagli occhi altrui coincidono, procediamo con sicurezza; quando divergono in modo persistente, e non riusciamo più a ricondurre lo scarto a un fraintendimento occasionale, tendiamo a interiorizzare la versione che gli altri ci rimandano. Chi si percepisce goffo eviterà i compiti che esigono destrezza; chi si percepisce tedioso si ritrarrà dalla socialità per timore del rifiuto. La posta in gioco, a questo livello, non è la sola autostima, ma la rappresentazione stessa delle proprie possibilità d’azione, ossia l’agentività.

 

Le attitudini reattive e l’atteggiamento partecipe

È a questo livello che si innesta la lezione di Strawson (2008, prima ed. 1962). Nel saggio Freedom and Resentment egli isola una classe particolare delle reazioni emotive reciproche, le reactive attitudes o attitudini reattive, mediante cui comunichiamo le nostre aspettative morali. Ci attendiamo dagli altri buona volontà; quando la manifestano, rispondiamo con gratitudine e perdoniamo i torti involontari; quando la violano, reagiamo con risentimento e sentimenti feriti. Esporre qualcuno a tali reazioni equivale ad assumere verso di lui quello che Strawson denomina atteggiamento partecipe (participant stance): trattarlo, cioè, come interlocutore morale a pieno titolo, capace di comprendere le nostre attese, di riflettere su di sé e di correggere la propria condotta. L’atteggiamento partecipe non è una modalità relazionale fra le altre, bensì la condizione ordinaria e per difetto del vivere associato, dotata di una funzione precisa. Rende la persona moralmente visibile a se stessa come pari, come membro della comunità morale soggetto a obbligazioni reciproche: le attitudini reattive che riceve le insegnano le proprie qualità a valenza morale, quali la generosità, l’affidabilità, la considerazione, e le segnalano, quando risultano inattese, di aver perduto il controllo di un aspetto della propria apparenza morale. L’essere trattati da agenti responsabili è, a un tempo, riconoscimento e specchio.

La clessidra: il restringimento del sé nella dipendenza

Per comprendere come questo meccanismo, di norma benefico, si guasti nella dipendenza, occorre considerare l’effetto che la dipendenza grave esercita sulla persona. Marc Lewis (2012) ne propone un’immagine strutturale efficace, quella della clessidra. All’origine le esistenze sono ciascuna irripetibile per cultura, ambiente familiare, istruzione, personalità, rete sociale, biografia intima. Quando però la dipendenza prende il sopravvento, tale varietà si strozza nella gola sottile della clessidra, e le vite cominciano a somigliarsi, contraendosi attorno alla ricerca e al consumo della sostanza. Nella strettoia, la persona dipendente diviene scarsamente reattiva agli interessi e alle interpretazioni altrui, e ha poco da offrire in cambio. Perde le competenze relazionali che richiedono di interessarsi all’altro in quanto tale, di condividere attività e progetti; diviene inadatta a incarnare i ruoli familiari, quali quelli di figlio, fratello, genitore, e le norme che li governano. Cessa di essere «quello sportivo» o «quella su cui contare». E quando, nei casi in cui ciò si verifica, tratta i congiunti in modo strumentale, come fonte di denaro o di riparo, abusandone la fiducia, la reazione ricorrente è la collera, il biasimo, il risentimento.

È qui che le relazioni intime rivelano il proprio peso specifico. Amici e familiari costituiscono, di norma, i nostri interpreti più benevoli e più informati: attenuano gli urti dello sguardo pubblico offrendo letture caritatevoli e diacroniche, radicate in una lunga storia condivisa (Cocking & Kennett, 1998). Tuttavia questa stessa intimità, che in circostanze ordinarie protegge, nella dipendenza diviene il canale attraverso cui la persona è resa più crudamente visibile a se stessa, e ciò che ne scorge la ferisce.

Il circuito del risentimento e l’identità stigmatizzata

Il contributo di Kennett e colleghi documenta con particolare finezza il modo in cui l’atteggiamento partecipe, mantenuto oltre misura, si avvita in un circuito autoalimentato. I familiari che continuano ad attendersi buona volontà rispondono alle violazioni con risentimento; la persona dipendente, a sua volta, espone i congiunti ad attitudini reattive negative allorché le sue richieste vengono respinte; i familiari finiscono per risentirsi di essere bersaglio di un risentimento ingiusto. Si genera così una spirale in cui, come riferisce una madre intervistata, persino un abbraccio del figlio viene rifiutato in quanto sospettato di inautenticità. Ed è precisamente in questo punto che la teoria mostra il proprio taglio più acuminato: quando un abbraccio alla madre è ricambiato, ci si scopre visibili a se stessi come qualcuno che ama ed è degno di essere amato; quando è respinto, ci si scopre come qualcuno che non è amato, che manipola, che non sa esprimere affetto.

Da qui all’interiorizzazione dell’etichetta il tragitto è breve. Le interpretazioni particolareggiate che l’intimità offriva vengono soppiantate dallo stereotipo del tossico, uno stigma operante anche nelle interazioni più casuali, che restringe drasticamente la gamma di risposte disponibili. Una volta che la persona si concepisce come «tossica», tale concetto di sé opera da lente che conferisce senso più agevolmente alle esperienze coerenti con esso, ossia agli altri che la percepiscono in tal modo, e rende plausibili i progetti che vi si conformano, mentre il recupero appare via via meno accessibile per «una come me» (McConnell, 2016). Le testimonianze raccolte da Snoek per il progetto Addiction and Moral Identity documentano questa erosione nel dettaglio: la bassa autostima, il sospetto di essere reputati inaffidabili, l’incapacità di sostenere lo sguardo altrui. E le attitudini reattive negative, reiterate, compromettono non soltanto l’immagine di sé, ma la fiducia nell’efficacia della propria azione, ovvero quella self-authority, l’autorità del soggetto su di sé, che, come argomenta Mackenzie (2014), rappresenta la premessa stessa di ogni recupero autodiretto.

L’atteggiamento oggettivante: dal biasimo alla gestione

A un certo punto, dinanzi a un disinteresse che né il risentimento né il perdono paiono scalfire, i congiunti mutano registro. Transitano verso quello che Strawson denomina atteggiamento oggettivante (objective stance): cessano di biasimare e prendono a trattare la persona come un problema da gestire, curare, contenere o, al limite, eludere. Strawson riservava tale disposizione a chi giudicava incapace di relazioni adulte ordinarie, esemplificandola con lo «schizofrenico senza speranza», e la reputava, in quei casi, la risposta appropriata. Egli stesso, tuttavia, avvertiva che questa disposizione può fungere altresì da via di fuga dalla tensione del coinvolgimento. Applicata alla persona dipendente, essa produce un danno determinato: le sottrae la visibilità di sé come agente responsabile e le restituisce l’immagine di sé come entità da maneggiare, temere o compatire.

In questo passaggio si annida un cortocircuito che merita una breve discussione, poiché investe un dibattito neuroetico tuttora vivo. L’atteggiamento oggettivante si alimenta frequentemente della convinzione che l’esito della dipendenza sia determinato da forze indipendenti dallo sforzo della persona. Se la dipendenza è una malattia il cui decorso sfugge al controllo volontario, allora tutti, familiari e diretto interessato, dovrebbero rimettersi agli specialisti, e la condotta della persona può essere interpretata in chiave interamente meccanicistica, come effetto di cause di cui essa è spettatrice impotente. Questa lettura procura un sollievo autentico, sottraendo ciascuno al dolore del biasimo e della vergogna, e ho discusso in altro articolo quanto la vergogna alimenti le ricadute. Se però il recupero esige almeno una quota di sforzo da parte della persona (Pickard, 2012), l’atteggiamento oggettivante rischia di aggravare la dipendenza, scoraggiando nei congiunti la convinzione che tale sforzo possa risultare efficace e che la persona sia in grado di compierlo. Il risentimento eccessivo e il distacco meccanicistico configurano due ingiustizie speculari: come osserva Radden (2002), è crudele trattare qualcuno come se possedesse più autonomia di quanta ne abbia, ma lo è altrettanto trattarlo come se ne avesse meno. Ho discusso in altro articolo i rischi della concezione oggettivante implicita nell’idea di dipendenza come malattia.

L’esito è un fatalismo che si trasmette di sguardo in sguardo. Un genitore intervistato confida di non attendersi altro, per i figli che continuano a usare, se non di doverli seppellire. E la persona dipendente, a sua volta, interiorizza quella prognosi: i racconti che elabora di sé divengono narrazioni chiuse, in cui il futuro coincide con il presente e l’unico modo di cessare sembra la morte. Divenire spettatori della propria esistenza costituisce, forse, il precipitato più amaro dell’intero processo.

La terza via: la responsabilità senza biasimo

Il merito teorico del lavoro di Kennett e colleghi risiede nel rifiuto della dicotomia. L’atteggiamento partecipe pieno e quello oggettivante non esauriscono le opzioni disponibili, ed è un errore ritenere che il coinvolgimento partecipe esiga sempre pari responsabilità e pari capacità fra le parti (Kennett, 2007). Non è in questo modo che operano le relazioni umane, né, del resto, quelle tra umani e animali. Sussistono numerose modalità legittime di riconoscere e plasmare l’altro che non dipendono da elevati gradi di autonomia: si può apprezzare la risata di qualcuno, il suo modo di appassionarsi a una partita, la sua goffaggine, senza per ciò sospendere la disposizione partecipe. Adeguiamo di continuo aspettative e risposte alle capacità dell’interlocutore, come quando un padre sceglie una commedia leggera anziché una satira politica per condividere il film con il figlio, e nulla vi è di difettoso in tale adattamento.

Trasposta nelle relazioni segnate dalla dipendenza, questa via mediana suggerisce accorgimenti concreti e verificabili: selezionare e circoscrivere i momenti d’incontro alle fasi in cui la persona non è né intossicata né in preda al craving, il desiderio compulsivo della sostanza; privilegiare attività che ne mettano in risalto i tratti positivi e risultino mutuamente piacevoli; costruire esperienze che conservino un filo narrativo con il sé pre-dipendenza, attingano alle competenze preservate e dischiudano futuri possibili, pur nel riconoscimento della ridotta capacità presente di reciprocità. Una tazza di caffè, mezz’ora trascorsa a tirare a canestro possono bastare, in quel frangente, a restituire alla persona una visibilità positiva, a consentirle di scorgere se stessa come qualcuno che tiene la propria parte del legame, che è apprezzato e amato.

Permane il nodo del comportamento biasimevole, che nella gola della clessidra può ripresentarsi, insieme alla lunga scia di torti non ancora ricomposti. Su questo terreno la proposta più raffinata è quella di Hanna Pickard (2017), che distingue il biasimo affettivo (affective blame), la risposta risentita tipica dell’atteggiamento partecipe, dalla pratica di ritenere qualcuno responsabile del proprio agire. Nella responsabilità senza biasimo (responsibility without blame) il risentimento è sospeso, ma la persona è nondimeno chiamata a rispondere della propria condotta ed esplicitamente riconosciuta come capace di fare meglio. Si tratta di una distinzione dalle ricadute cliniche precise, giacché la persona dipendente deve poter concepire se stessa come l’agente del proprio recupero: sospendere il biasimo senza sospendere l’attribuzione di responsabilità è ciò che mantiene aperta, simultaneamente, la porta della relazione e quella del cambiamento.

Perché conta: implicazioni cliniche, formative e preventive

La cornice strawsoniana offre agli operatori e ai familiari qualcosa di più di un vocabolario elegante. Fornisce una diagnosi delle proprie reazioni e una bussola per modularle. Le testimonianze indicano che la dinamica tra la persona dipendente e i suoi congiunti concorre spesso attivamente alla cronicità: il risentimento erode la self-authority, il distacco la cancella, e in entrambe le eventualità la persona resta isolata confinata alle sole relazioni tra consumatori, entro cui una possibile identità non tossicomanica necessaria al recupero non può trovare spazio per rigenerarsi. Riconoscere che è possibile stare accanto a qualcuno la cui agentività è intermittente o compromessa senza precipitare né nel biasimo che punisce né nel distacco che gestisce non rappresenta, in questa prospettiva, un semplice consiglio di prudenza affettiva, bensì un ingrediente terapeutico.

Da questa lettura discendono ricadute operative che vale la pena rendere esplicite, poiché convertono un’analisi filosofica in indicazioni per la pratica. Sul versante del lavoro con le famiglie, l’interpretazione qui proposta suggerisce di sostituire agli interventi psicoeducativi centrati sulla sola gestione del comportamento sintomatico un addestramento alla modulazione delle attitudini reattive, che insegni ai congiunti a discriminare tra il tenere la persona responsabile e il gravarla di biasimo affettivo. Sul versante della supervisione delle équipe, essa fa luce su un rischio professionale sottovalutato, ossia la deriva delle figure curanti verso un atteggiamento oggettivante che, sotto le spoglie del distacco tecnico, cancella l’agentività residua del paziente e ne alimenta il fatalismo. Sul versante della prevenzione della cronicità, infine, la teoria orienta verso interventi precoci sulla rete relazionale, prima che il ritiro reciproco consegni la persona alle sole compagnie di consumo. Vi è tuttavia un limite che la stessa cornice impone di segnalare: le evidenze qui richiamate hanno natura in larga parte qualitativa e testimoniale, e l’efficacia degli accorgimenti relazionali proposti attende ancora una validazione sperimentale sistematica; la loro plausibilità teorica non equivale, allo stato, a una loro dimostrazione clinica. La posta in gioco, in ultima analisi, consiste nel custodire per la persona uno specchio in cui possa ancora riconoscersi come capace di mutare, poiché è soltanto dinanzi a quello specchio che il recupero diviene, per lei, un progetto pensabile.


In sintesi

  • La tesi. Nella dipendenza grave, il modo in cui i familiari reagiscono alla persona non è un effetto collaterale della patologia, ma un meccanismo che concorre a cronicizzarla.
  • La visibilità psicologica. Ci conosciamo attraverso le reazioni emotive altrui; lo sguardo dei congiunti plasma l’identità più di ogni altro, e nella dipendenza la rende crudamente visibile a se stessa.
  • Le attitudini reattive (Strawson). L’atteggiamento partecipe tratta l’altro come agente morale responsabile; è la condizione ordinaria del vivere associato e, insieme, uno specchio che restituisce alla persona la propria dignità morale.
  • La clessidra (Lewis). La dipendenza restringe la varietà del sé attorno alla sostanza, erodendo la capacità di reciprocità e i ruoli familiari.
  • Il circuito del risentimento. L’atteggiamento partecipe mantenuto oltre misura si avvita in una spirale di biasimo reciproco, che sospinge la persona a interiorizzare lo stigma del «tossico».
  • L’atteggiamento oggettivante. Stanchi di risentirsi, i congiunti passano a gestire la persona come un problema; ciò le sottrae l’agentività e alimenta un fatalismo che entrambe le parti interiorizzano.
  • Le due ingiustizie speculari (Radden). È crudele attribuire più autonomia di quanta la persona ne possieda, ma lo è altrettanto attribuirne meno.
  • La terza via (Pickard). La responsabilità senza biasimo sospende il risentimento senza sospendere l’attribuzione di responsabilità: mantiene aperte, insieme, la relazione e la prospettiva di cambiamento.
  • Le ricadute pratiche. Addestramento delle famiglie alla modulazione delle attitudini reattive; supervisione delle équipe contro la deriva oggettivante; interventi precoci sulla rete relazionale; con l’avvertenza che l’efficacia clinica di questi accorgimenti attende validazione sperimentale.

Glossario

  • Attitudini reattive (reactive attitudes). Le reazioni emotive, quali risentimento, gratitudine, indignazione, perdono, attraverso cui comunichiamo agli altri le nostre aspettative morali e li riconosciamo come agenti responsabili. Il concetto è al centro del saggio di Strawson (2008).
  • Atteggiamento partecipe / oggettivante (participant / objective stance). I due modi fondamentali di rapportarsi all’altro secondo Strawson: nel primo lo si tratta come interlocutore morale a pieno titolo, esponendolo alle attitudini reattive; nel secondo lo si considera un’entità da gestire, curare o contenere, sospendendo il biasimo ma anche il pieno riconoscimento.
  • Visibilità psicologica (psychological visibility). La capacità di percepire se stessi attraverso le reazioni altrui, che fungono da specchio dell’identità e delle proprie qualità (Branden, 1993).
  • Self-authority (autorità del soggetto su di sé). La fiducia nella propria capacità di dirigere le proprie scelte e la propria vita; nella cornice relazionale dell’autonomia (Mackenzie, 2014) essa è in parte sostenuta o erosa dal riconoscimento altrui, e costituisce una premessa del recupero autodiretto.
  • Responsabilità senza biasimo (responsibility without blame). La disposizione, teorizzata da Pickard (2017), a ritenere una persona accountable per le proprie azioni sospendendo però il biasimo affettivo, così da preservarne l’immagine di agente capace di cambiare.

Domande frequenti

La dipendenza non è forse una malattia del cervello? Perché insistere sulle relazioni? Le due letture non si escludono. Affermare che la dipendenza ha correlati neurobiologici robusti è compatibile con il riconoscere che il suo decorso è modulato dal contesto relazionale. L’analisi qui proposta non nega la dimensione biologica, ma mette in guardia da un uso del modello di malattia, quello puramente meccanicistico, che sottrae alla persona l’agentività residua e, così facendo, può ostacolare proprio quello sforzo di recupero che il modello vorrebbe favorire.

«Responsabilità senza biasimo» non è un modo indulgente di scusare comportamenti dannosi? No. La proposta di Pickard mantiene ferma l’attribuzione di responsabilità: la persona è chiamata a rispondere della propria condotta. Ciò che viene sospeso è il solo biasimo affettivo, ossia la reazione risentita, non il giudizio sul torto né l’aspettativa che la persona possa e debba fare meglio. È una distinzione clinica, non un’assoluzione.

Questo significa che i familiari devono sopportare qualsiasi comportamento? Al contrario. La via mediana implica proprio la selezione e la limitazione dei momenti d’incontro, la tutela di sé, il riconoscimento della ridotta capacità di reciprocità nella fase acuta. Non chiede ai congiunti di annullarsi, ma di modulare le proprie reazioni evitando i due estremi, il risentimento che punisce e il distacco che cancella.

Gli accorgimenti relazionali proposti hanno un’efficacia dimostrata? La cornice teorica è solida e coerente con un’ampia base di testimonianze qualitative, ma l’efficacia clinica specifica degli interventi che ne discendono attende ancora una validazione sperimentale sistematica. Vanno assunti, allo stato, come indicazioni teoricamente fondate e clinicamente plausibili, non come protocolli validati.

In che modo questa prospettiva è utile all’operatore, e non solo alla famiglia? Perché l’operatore è esposto al medesimo rischio dei familiari: la fatica del coinvolgimento può sospingerlo verso un atteggiamento oggettivante scambiato per professionalità. Riconoscere questa deriva, e coltivare invece una partecipazione calibrata sulle capacità presenti del paziente, è parte integrante della cura e oggetto proprio della supervisione delle équipe.


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