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Povertà economica, educativa e difficoltà di autoregolazione

Un minore su sette, in Italia, cresce in povertà assoluta. Che cosa ne segue per le funzioni esecutive, la regolazione emotiva e il rischio di dipendenza e altri problemi legati all'autocontrollo? L'articolo ricostruisce i legami con la povertà economica ed educativa, tra stress cronico e sconto temporale, impulsività

Svantaggio sociale, funzioni esecutive e disregolazione emotiva: il legame nei dati delle ricerche

non c’è nulla che sia ingiusto quanto di far parti uguali fra diseguali.

Scuola di Barbiana (don Lorenzo Milani), Lettera a una professoressa, 1967

Che la posizione sociale di partenza si associ, in media, a differenze nell’autoregolazione dei bambini è un reperto replicato con strumenti e in contesti diversi (Lawson et al., 2018); che da queste differenze discenda, per il singolo, una traiettoria verso la dipendenza è invece un’inferenza che la letteratura sostiene solo a tratti, e con una cautela assai maggiore di quella che la sua versione divulgativa lascia intendere. Tra i due enunciati si stende un territorio che conviene attraversare con pazienza, perché vi si trova una rete di processi probabilistici (stress cronico, rischio cumulativo, risorse educative, scelte intertemporali) e non una catena causale, e la forza di ciascun nodo varia con l’età, con la misura adottata e con il contesto.

Questo articolo ricostruisce quella rete a partire da un numero circoscritto di studi, tenendo distinte le associazioni dalle evidenze di tipo causale. Vi aggiunge una dimensione che la letteratura anglosassone raramente designa con questo nome e che il dibattito italiano, da ultimo la statistica ufficiale, ha messo a fuoco: la povertà educativa, intesa come carenza di risorse e di opportunità di apprendimento nei contesti in cui i bambini crescono.

Il gradiente socioeconomico delle funzioni esecutive

Le funzioni esecutive sono l’insieme dei processi che consentono di mantenere e modificare un comportamento orientato a uno scopo: la memoria di lavoro, che trattiene e manipola informazioni per la durata di un compito; il controllo inibitorio, che interrompe una risposta dominante quando è inadatta; la flessibilità cognitiva, che permette di cambiare regola o prospettiva. Costituiscono l’infrastruttura cognitiva dell’autoregolazione senza esaurirla, perché la regolazione quotidiana dipende anche da emozioni, motivazione e caratteristiche della situazione.

La sintesi quantitativa più ampia è la meta-analisi di Lawson, Hook e Farah (2018), che ha riunito 8.760 bambini e adolescenti fra 2 e 18 anni, provenienti da 25 campioni indipendenti. La correlazione media tra status socioeconomico (la posizione di una famiglia lungo un continuum di reddito, istruzione e occupazione) e prestazione esecutiva risulta positiva e piccola (r = .16, secondo i dati riportati nello studio), con valori da piccoli a medi nei campioni più eterogenei sul piano sociale e nelle ricerche che impiegavano più misure esecutive. Un coefficiente di questa entità lascia in ombra circa il 97% della varianza: descrive uno scarto medio tra gruppi, non consente previsioni sul singolo bambino e non autorizza alcuna inferenza sul suo carattere.

Gli stessi autori avvertono che lo status socioeconomico funziona da indicatore di condizioni più prossime (esposizione a stress, qualità educativa, opportunità di apprendimento, pratiche familiari) e non da causa diretta del controllo cognitivo. Il gradiente è dunque un fatto statistico ben documentato la cui spiegazione resta aperta, e nell’aprirsi di questa spiegazione trovano posto i meccanismi esaminati nelle sezioni seguenti.

Scarsità e sconto temporale

Il delay discounting, o sconto temporale, misura di quanto si riduce il valore soggettivo di una ricompensa man mano che ne viene rinviato il conseguimento; una curva di svalutazione più ripida indica una preferenza più marcata per il guadagno immediato. È una delle operazionalizzazioni più usate dell’impulsività, intesa come scelta orientata al presente, e non coincide né con la capacità di resistere a una tentazione né con i punteggi di un questionario sul comportamento impulsivo.

Tunney (2022) ha sottoposto a scelte fra piccole somme immediate e somme maggiori differite 156 bambini inglesi di età compresa tra 4 e 12 anni. Quelli residenti nelle aree più deprivate, definite mediante un indice territoriale che riunisce reddito, occupazione, abitazione e altri indicatori, svalutavano il futuro più rapidamente dei coetanei delle aree meno deprivate. Il disegno era trasversale, le ricompense ipotetiche e la deprivazione misurata sul territorio e non sulla famiglia; nello stesso modello, inoltre, il punteggio di una scala di sintomi di disattenzione e iperattività non risultava un predittore significativo dello sconto temporale. L’autore stesso riconosce che la natura trasversale dello studio impedisce conclusioni ferme sulla causalità, cautela che la comunicazione divulgativa di questi risultati ha talvolta trascurato, adottando un lessico causale più netto di quello giustificabile.

Il dato ammette una lettura che la prospettiva della scarsità rende naturale. Se l’ottenimento di una ricompensa differita appare incerto, rinunciare a una somma immediata può essere la scelta più vantaggiosa e non un cedimento del controllo; chi rinuncia a un beneficio maggiore fra mesi per saldare subito una bolletta agisce entro un vincolo reale. Tunney osserva a sua volta che scelta impulsiva e scelta irrazionale sono cose distinte. Ciò non rende innocua ogni preferenza per l’immediato, perché una strategia redditizia nel breve termine può generare costi cumulativi e generalizzarsi a situazioni in cui sarebbe disfunzionale. Ciò che questa lettura impone è di distinguere il comportamento dal suo significato, distinzione che la clinica e le politiche tendono a smarrire.

Stress cronico e circuiti della regolazione emotiva

La regolazione emotiva designa i processi con cui una persona influenza quali emozioni prova, quando le prova e come le vive ed esprime. Per questo costrutto la letteratura sullo svantaggio offre meno dati di quanti ne offra per le funzioni esecutive, e quelli disponibili parlano soprattutto la lingua della neuroimmagine.

Nel principale studio longitudinale, Kim e colleghi (2013) hanno seguito 49 partecipanti dalla fanciullezza ai 24 anni. Il reddito familiare a 9 anni prediceva l’attività delle regioni prefrontali ventrolaterale e dorsolaterale durante un compito di regolazione emotiva svolto in risonanza magnetica funzionale, mentre il reddito percepito in età adulta non mostrava alcuna associazione con l’attività neurale; l’esposizione a stressori cronici, rilevata a 9, 13 e 17 anni, mediava statisticamente quella relazione. Il percorso tracciato, dall’ambiente al circuito, è plausibile e coerente con l’ipotesi dello stress, ma i limiti vanno esplicitati: un campione di 49 persone, un solo compito, una mediazione statistica che non equivale a una dimostrazione causale e un livello di osservazione, l’attivazione cerebrale, che non coincide con i comportamenti né con le diagnosi. I dati descrivono differenze medie nell’attivazione durante un compito; nessuno degli studi considerati autorizza l’immagine, ricorrente nella divulgazione, di un «cervello povero» uniforme e irreversibile.

Sul versante clinico, la meta-analisi di Aldao, Nolen-Hoeksema e Schweizer (2010), che ha combinato 241 dimensioni dell’effetto tratte da 114 studi, ha messo in relazione le strategie di regolazione emotiva con i sintomi di ansia, depressione, disturbi alimentari e disturbi correlati a sostanze. Le associazioni più ampie riguardavano la ruminazione (effetto grande), l’evitamento, la soppressione e il problem solving (da medi a grandi), mentre rivalutazione cognitiva e accettazione mostravano associazioni da piccole a medie, esito sorprendente alla luce del rilievo che queste due strategie hanno nei modelli di trattamento. Un rilievo ulteriore interessa direttamente il nostro tema: le strategie regolatorie risultavano associate in modo più coerente ai disturbi internalizzanti che a quelli esternalizzanti. L’anello fra disregolazione emotiva e comportamenti problematici, dipendenza compresa, appare dunque meno uniforme di quanto la formula corrente lasci presupporre.

Rischio cumulativo e mediazione esecutiva

Evans e Cassells (2014) hanno analizzato un campione longitudinale di 196 partecipanti: la quota di tempo trascorsa in povertà dalla nascita ai nove anni prediceva sintomi esternalizzanti (aggressività, trasgressione, difficoltà di regolazione comportamentale) osservati nell’adolescenza avanzata, anche tenendo conto dei sintomi precedenti e del reddito corrente. Non emergeva invece un’associazione significativa con i sintomi internalizzanti, ansia e depressione, risultato che dipende da campione, misure e periodo osservato e che non autorizza a concludere che la povertà sia indifferente a quel versante. Il rischio cumulativo, un punteggio che somma esposizioni come rumore, affollamento, problemi abitativi, conflittualità familiare, separazione dalla famiglia e violenza, spiegava statisticamente una parte dell’associazione.

Il concetto ha il merito di sostituire alla causa unica una configurazione di condizioni; ha anche il difetto di ogni indice sommatorio, perché due persone con lo stesso punteggio possono vivere avversità qualitativamente molto diverse. Alla somma occorre dunque affiancare una descrizione di quali avversità siano presenti, con quale intensità, da quanto tempo e con quali sostegni compensativi.

McNeilly e colleghi (2021) hanno esaminato due campioni statunitensi, di 94 e 259 giovani fra i 6 e i 18 anni, assumendo le funzioni esecutive come possibile meccanismo. Nel primo campione la regolazione comportamentale riferita dai genitori mediava l’associazione tra basso status socioeconomico e sintomi sia esternalizzanti sia internalizzanti; nel secondo il controllo inibitorio, misurato con un compito, ne mediava una parte per i sintomi esternalizzanti. Una mediazione rilevata su dati trasversali è tuttavia compatibile con la sequenza ipotizzata e altrettanto con relazioni reciproche o con variabili comuni, e i sintomi potrebbero a loro volta erodere le funzioni esecutive. Resta lecito parlare di meccanismo candidato; la sequenza causale rimane da stabilire con disegni longitudinali.

La povertà educativa come ambiente di sviluppo

Le condizioni materiali di cui parlano gli studi precedenti agiscono su bambini che crescono dentro contesti di apprendimento, e l’insieme delle risorse e delle opportunità educative e culturali di quei contesti ha un nome, povertà educativa, che in Italia ha ricevuto di recente una definizione statistica condivisa. La Commissione scientifica interistituzionale costituita dall’Istat nel 2023, composta da oltre cinquanta membri e conclusa nel gennaio 2026, l’ha configurata come fenomeno multidimensionale, distinguendo una povertà di risorse, cioè la carenza di risorse educative e culturali nel contesto familiare e sociale, da una povertà di esiti, che si manifesta nei risultati dell’individuo. Sono considerati a rischio di povertà educativa i bambini e i ragazzi, fra 0 e 19 anni, che crescono in contesti deprivati di risorse e opportunità; il termine «rischio» segnala che la carenza contribuisce a un esito compromesso senza determinarlo (Istat, 2026). Il quadro concettuale comprende due domini, cinque dimensioni e quattordici sottodimensioni, misurati con 78 indicatori. La struttura probabilistica della definizione ricalca quella delle evidenze psicologiche discusse sopra.

Il contesto materiale in cui questa povertà si innesta è noto: nel 2024, secondo l’Istat, oltre 1,28 milioni di minori vivevano in povertà assoluta, il 13,8% dei minorenni residenti, valore massimo della serie dal 2014, con una quota del 16,4% nel Mezzogiorno (Istat, 2025). Il titolo di studio della persona di riferimento della famiglia si associa in modo netto al rischio: l’incidenza di povertà assoluta è del 4,2% se ha almeno il diploma di scuola secondaria superiore e del 12,8% se ha al più la licenza media. Il dato, trasversale, descrive un’associazione tra due forme di svantaggio, compatibile con una trasmissione intergenerazionale che le fonti considerate non permettono di documentare.

Sul versante degli esiti, il Rapporto INVALSI 2026 consegna un quadro in miglioramento che sarebbe scorretto omettere. La dispersione esplicita, cioè la quota di giovani di 18-24 anni senza diploma e fuori dalla formazione (ELET), era all’8,2% nel 2025 e, secondo le stime INVALSI, potrebbe scendere al 7,3% nel 2026; la dispersione implicita, cioè la quota di chi conclude il percorso senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, scende dall’8,7% al 6,3%, minimo della serie storica (INVALSI, 2026). L’istituto stesso invita alla prudenza, rilevando che gli studenti trattenuti nel sistema presentano talvolta maggiori fragilità e che la tenuta del calo andrà verificata, e indica la necessità di intervenire già dalla scuola dell’infanzia. Permane inoltre un divario territoriale ampio: nel 2025, in italiano alla seconda classe della secondaria di secondo grado, la quota di studenti con risultati adeguati nel Nord Ovest superava di oltre 17 punti percentuali quella dell’area Sud e Isole, e di oltre 27 punti in matematica. Al termine della scuola primaria, secondo l’INVALSI, il background sociale e migratorio spiega buona parte delle differenze osservate, mentre la scuola esercita un effetto di compensazione che l’istituto definisce parziale (INVALSI, 2025).

Resta da dire che cosa questi dati autorizzano. Descrivono contesti ed esiti di apprendimento; non misurano funzioni esecutive né regolazione emotiva, e nessuna delle fonti qui considerate quantifica quanto della relazione fra svantaggio e autoregolazione transiti per l’impoverimento delle occasioni educative. Che vi transiti è plausibile, perché gli autori della meta-analisi sul gradiente citano fra le condizioni prossime la qualità educativa e le opportunità di apprendimento (Lawson et al., 2018), ma la plausibilità resta un’ipotesi in attesa di verifica.

Fin dove arrivano i dati sulla dipendenza

Che lo stress sia un fattore di rischio per l’insorgenza della dipendenza e per la vulnerabilità alla ricaduta è l’esito di una letteratura ampia, epidemiologica e preclinica, passata in rassegna da Sinha (2008). Studi su popolazioni hanno individuato stressori e variabili individuali predittivi di uso e abuso di sostanze, mentre gli esperimenti sugli animali mostrano che l’esposizione allo stress potenzia l’autosomministrazione di droghe e ripristina la ricerca della sostanza in soggetti già esposti. La rassegna aggiunge un elemento che complica ogni schema lineare: l’uso cronico altera a sua volta i sistemi di motivazione e di risposta allo stress, con ricadute sul controllo degli impulsi e sul perpetuarsi della ricerca compulsiva, cosicché la relazione tra stress e dipendenza ha andamento circolare. Tunney (2022), dal canto suo, richiama l’impulsività come fattore di rischio per la dipendenza, la cui distribuzione sociale fa pensare a una componente ambientale.

Il dato più informativo sul versante causale proviene dall’esperimento naturale di Costello e colleghi (2010). Una coorte di 1.420 giovani, valutati per disturbi psichiatrici e da uso di sostanze fino ai 21 anni, comprendeva una quota di nativi americani i cui nuclei, dal 1996, ricevettero un supplemento di reddito annuale, da 500 a circa 9.000 dollari, in seguito all’apertura di un casinò sul territorio della comunità. Poiché l’evento economico non dipendeva dai sintomi dei ragazzi, la minore psicopatologia osservata nei giovani esposti rispetto ai non esposti sostiene una componente di causalità sociale. Il beneficio, più netto per l’abuso o la dipendenza da alcol e cannabis, non si estendeva a tutti gli esiti, e il supplemento percepito direttamente in età adulta non mostrava alcun effetto sulla psicopatologia adulta. La finestra evolutiva sembra dunque contare. Il disegno non è una randomizzazione: l’apertura del casinò modificò anche le opportunità occupazionali e le condizioni della comunità, e la generalizzabilità ad altri contesti resta incerta.

Il bilancio complessivo vede ciascun anello della sequenza ipotizzata (svantaggio, funzioni esecutive e regolazione, stress, dipendenza) sostenuto da un’evidenza di peso diverso, con i primi più solidi dell’ultimo. Il passaggio dalla disregolazione alla dipendenza, entro un unico disegno longitudinale che muova dalla povertà, non è documentato dalle fonti considerate. L’ipotesi è coerente e verosimile, e va trattata come tale.

Implicazioni cliniche, educative e sociopolitiche

Se lo svantaggio sociale ed educativo modifica, in media e in modo probabilistico, le condizioni in cui si sviluppano le funzioni esecutive e la regolazione emotiva, l’attribuzione alla sola volontà individuale di ciò che chiamiamo autocontrollo perde gran parte del proprio fondamento empirico. La constatazione ha conseguenze che si dispongono su tre piani.

Sul piano clinico, la valutazione di una persona con difficoltà di autoregolazione o con un disturbo da uso di sostanze dovrebbe includere le condizioni di vita (abitazione, sicurezza alimentare, lavoro, esposizione a violenza) accanto ai sintomi, senza che il riconoscimento del contesto attenui l’attenzione ai comportamenti gravi né l’accesso a trattamenti specifici. Riconoscere un vincolo materiale e rispondere a un bisogno clinico sono operazioni compatibili. Occorre guardarsi tanto da una lettura che medicalizza la povertà, riducendola a deficit individuale da trattare, quanto da una che, attribuendo tutto al contesto, nega la legittimità della cura.

Sul piano educativo, un intervento che chieda al bambino più autocontrollo lasciando intatto il carico che lo sovraccarica trova scarso sostegno nelle evidenze discusse. Gli interventi collocati nella fase in cui le funzioni esecutive maturano, cioè la prima infanzia e la scuola dell’infanzia, hanno una ragione particolare di priorità, e lo stesso INVALSI (2026) indica di intervenire già da lì per rendere duraturo il contrasto alla dispersione. La scuola esercita inoltre, secondo l’INVALSI (2025), un effetto compensativo parziale; proprio la parzialità segnala dove resta lavoro da compiere.

Sul piano sociopolitico, il caso che le evidenze consentono di argomentare è che la distribuzione delle risorse materiali ed educative operi come determinante di salute mentale e di rischio di dipendenza, a monte delle terapie. Un paese in cui un minore su sette vive in povertà assoluta, e in cui gli apprendimenti di base si distanziano di oltre diciassette punti percentuali fra due macro-aree, produce disuguaglianze di partenza che una retorica del merito individuale non può ignorare, perché il merito misurato in uscita incorpora in parte le condizioni dell’entrata. L’esperimento naturale di Costello e colleghi suggerisce che l’alleggerimento di una pressione economica, se interviene in una fase evolutiva sensibile, può modificare in modo misurabile gli esiti psicopatologici. Ne discende che il sostegno al reddito delle famiglie con minori, l’accessibilità dei servizi educativi per la prima infanzia, la qualità e la continuità della scuola nei territori più fragili e il contrasto della povertà educativa vadano valutati anche come politiche di prevenzione delle dipendenze, con la stessa serietà e con gli stessi criteri di verifica che si applicano agli interventi sanitari. Investire a monte appare coerente con le evidenze e potenzialmente più efficace che intervenire a comportamenti ormai strutturati.

 

Glossario

  • Insieme dei processi con cui una persona modula attenzione, emozioni e azione in rapporto a scopi e richieste della situazione; più ampia del controllo inibitorio e dipendente anche da motivazione e contesto (McNeilly et al., 2021).
  • Controllo inibitorio. Capacità di interrompere o trattenere una risposta dominante quando è inadatta allo scopo; componente delle funzioni esecutive e misura parziale dell’autocontrollo (Lawson et al., 2018).
  • Delay discounting (sconto temporale). Riduzione del valore soggettivo di una ricompensa al crescere del tempo necessario per riceverla; una curva più ripida indica preferenza per l’immediato e non dimostra da sola una patologia (Tunney, 2022).
  • Disregolazione emotiva. Difficoltà a influenzare in modo efficace quali emozioni si provano e come vengono vissute ed espresse; nelle ricerche citate si studia soprattutto attraverso strategie regolatorie come ruminazione, evitamento e soppressione (Aldao et al., 2010).
  • Dispersione scolastica esplicita (ELET). Quota di giovani di 18-24 anni privi di diploma di scuola secondaria di secondo grado e fuori dai percorsi di formazione (INVALSI, 2026).
  • Dispersione scolastica implicita. Quota di studenti che concludono il percorso senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento (INVALSI, 2026).
  • Esperimento naturale. Situazione in cui un evento esterno, non assegnato dal ricercatore, produce variazioni nell’esposizione; rafforza l’inferenza causale senza eliminare le spiegazioni alternative (Costello et al., 2010).
  • Funzioni esecutive. Processi cognitivi che sostengono un comportamento orientato a uno scopo: memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva (Lawson et al., 2018).
  • Modello in cui una variabile intermedia spiega statisticamente parte dell’associazione fra esposizione ed esito; su dati trasversali non dimostra la sequenza causale (McNeilly et al., 2021).
  • Povertà assoluta. Condizione di una famiglia che non riesce a sostenere la spesa minima per un paniere di beni e servizi essenziali (Istat, 2025).
  • Povertà educativa (di risorse e di esiti). Fenomeno multidimensionale, frutto del contesto familiare e sociale, che si distingue in carenza di risorse e opportunità educative e culturali e in esiti individuali compromessi; il rischio riguarda chi cresce in contesti deprivati di risorse (Istat, 2026).
  • Rischio cumulativo. Esposizione a più condizioni sfavorevoli, rappresentata di solito da un punteggio somma; utile per cogliere l’accumulo, occulta però le differenze qualitative fra profili con lo stesso punteggio (Evans & Cassells, 2014).
  • Status socioeconomico. Posizione di una famiglia lungo un continuum di reddito, istruzione e occupazione; non è sinonimo di povertà (Lawson et al., 2018).
  • Stress cronico. Esposizione prolungata o ripetuta a fattori di sollecitazione di natura materiale e psicosociale; ipotizzato come mediatore fra povertà infantile e regolazione emotiva (Kim et al., 2013).
  • Studio trasversale e studio longitudinale. Il primo rileva esposizione ed esito nello stesso momento e documenta associazioni; il secondo osserva le stesse persone in più momenti e aiuta a ricostruire la sequenza senza eliminare il confondimento (McNeilly et al., 2021; Evans & Cassells, 2014).

FAQ

La povertà rende inevitabilmente vulnerabili alla dipendenza?

No, non inevitabilmente, contribuisce però significativamente. Le evidenze descrivono associazioni probabilistiche e medie di gruppo: la meta-analisi sulle funzioni esecutive rileva effetti da piccoli a medi (Lawson et al., 2018) e l’unico esperimento naturale considerato mostra benefici selettivi del reddito, con esiti diversi per sostanza e fase di sviluppo (Costello et al., 2010).

La disregolazione emotiva causa la dipendenza?

Le fonti indicano un’associazione e una relazione circolare, in cui l’uso cronico di sostanze altera a sua volta i sistemi di risposta allo stress (Sinha, 2008). Le strategie regolatorie si associano inoltre in modo più coerente ai disturbi internalizzanti che a quelli esternalizzanti (Aldao et al., 2010).

Crescere in povertà «danneggia il cervello» in modo permanente?

Gli studi considerati non lo dimostrano conclusivamente. Può produrre una lesione funzionale in parte reversibile. Kim e colleghi (2013) hanno osservato in 49 persone differenze nell’attivazione prefrontale durante un compito di regolazione emotiva, collegate al reddito infantile e allo stress cronico; lo studio non misura comportamenti né diagnosi e non stabilisce irreversibilità.

Scegliere l’immediato è sempre impulsività patologica?

No. Può riflettere un vincolo reale o la scarsa affidabilità del futuro; lo sconto temporale è una misura utile, da leggere nel contesto (Tunney, 2022).

Che cosa distingue la povertà economica dalla povertà educativa?

La prima riguarda l’insufficienza di risorse materiali. La seconda, nella definizione Istat, comprende la carenza di risorse educative e culturali e i suoi esiti sull’apprendimento; le due condizioni sono associate ma non coincidono (Istat, 2025, 2026).

Un aumento del reddito basta a prevenire la dipendenza?

Non in generale. Nello studio di Costello e colleghi (2010) i benefici riguardavano soprattutto alcuni disturbi da uso di sostanze, dipendevano dalla fase evolutiva dell’esposizione e non comparivano per il supplemento ricevuto in età adulta.

La scuola può compensare lo svantaggio?

In parte. L’INVALSI (2025) descrive un effetto compensativo parziale al termine della scuola primaria e segnala esiti incoraggianti nel Mezzogiorno dove sono stati attivati interventi mirati (INVALSI, 2026). 

 

Bibliografia

Aldao, A., Nolen-Hoeksema, S., & Schweizer, S. (2010). Emotion-regulation strategies across psychopathology: A meta-analytic review. Clinical Psychology Review, 30(2), 217–237. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2009.11.004

Costello, E. J., Erkanli, A., Copeland, W., & Angold, A. (2010). Association of family income supplements in adolescence with development of psychiatric and substance use disorders in adulthood among an American Indian population. JAMA, 303(19), 1954–1960. https://doi.org/10.1001/jama.2010.621

Evans, G. W., & Cassells, R. C. (2014). Childhood poverty, cumulative risk exposure, and mental health in emerging adults. Clinical Psychological Science, 2(3), 287–296. https://doi.org/10.1177/2167702613501496

Kim, P., Evans, G. W., Angstadt, M., Ho, S. S., Sripada, C. S., Swain, J. E., Liberzon, I., & Phan, K. L. (2013). Effects of childhood poverty and chronic stress on emotion regulatory brain function in adulthood. Proceedings of the National Academy of Sciences, 110(46), 18442–18447. https://doi.org/10.1073/pnas.1308240110

Lawson, G. M., Hook, C. J., & Farah, M. J. (2018). A meta-analysis of the relationship between socioeconomic status and executive function performance among children. Developmental Science, 21(2), e12529. https://doi.org/10.1111/desc.12529

McNeilly, E. A., Peverill, M., Jung, J., & McLaughlin, K. A. (2021). Executive function as a mechanism linking socioeconomic status to internalizing and externalizing psychopathology in children and adolescents. Journal of Adolescence, 89, 149–160. https://doi.org/10.1016/j.adolescence.2021.04.010

Sinha, R. (2008). Chronic stress, drug use, and vulnerability to addiction. Annals of the New York Academy of Sciences, 1141, 105–130. https://doi.org/10.1196/annals.1441.030

Tunney, R. J. (2022). Economic and social deprivation predicts impulsive choice in children. Scientific Reports, 12, Article 8942. https://doi.org/10.1038/s41598-022-12872-4

Fonti istituzionali dei dati

Istat. (2025, 14 ottobre). La povertà in Italia. Anno 2024 [Comunicato stampa]. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/La-poverta-in-italia-_-Anno-2024.pdf

Istat. (2026, 16 aprile). Misurare la povertà educativa. Il lavoro della Commissione scientifica interistituzionale [Nota metodologica]. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/Nota-metodologica.pdf

INVALSI. (2025, 9 luglio). Presentazione risultati prove INVALSI 2025 [Presentazione]. https://www.invalsi.it/wp-content/uploads/2025/11/Presentazione-Risultati-prove-INVALSI-2025.pdf

INVALSI. (2026, 16 luglio). Presentazione del Rapporto nazionale INVALSI 2026 [Comunicato stampa]. https://www.invalsi.it/wp-content/uploads/2026/07/COMUNICATO-STAMPA.pdf

 

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