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Personificare le emozioni per regolarle

Un recente studio sembra indicare che immaginare la tristezza come una persona riesca a ridurre l’intensità di questa emozione negativa (Chen, F., Chen, R.P. and Yang, L. (2020)[i]. Personificare la tristezza significa pensare a questa emozione come fosse una persona, un individuo con determinate caratteristiche fisiche e certe specifiche espressioni del volto o del comportamento. È per certi versi l’operazione con cui la Pixar nel film di animazione Inside out ha dato forma e vita alle diverse emozioni primarie attraverso sei diversi personaggi con aspetti, caratteri e comportamenti per ognuno caratteristici.

Si pensa che il pensiero antropomorfizzante sia emerso circa 40.000 anni fa (Mithen, 1996)[ii]. Le evidenze scientifiche e aneddotiche indicano che la il pensiero personificante può essere facilmente elicitato quando un’entità non umana possiede caratteristiche analoghe a quelle della nostra specie, per forma, funzione, azione (Epley, Waytz, Akalis, &Cacioppo, 2008[iii]; Waytz, Cacioppo, & Epley, 2010[iv]). Peraltro questo tipo di pensiero tende a formarsi spontaneamente, in maniera involontaria (Kim &Sundar, 2012[v]; Nass & Moon, 2000).

Disegno di John Flaxman (1755-1826) British Museum

Nello studio, i partecipanti hanno prima completato un compito di richiamo di memorie autobiografiche progettato per indurre tristezza. I partecipanti sono stati cioè istruiti a ricordare un periodo in cui sono stati molto tristi, come ad esempio un momento in cui hanno perso qualche persona cara. I partecipanti hanno poi descritto l’esperienza per iscritto. Dopo aver completato questa attività, i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a una di due diverse condizioni sperimentali. La prima, quella di coloro i quali si trovavano nella condizione di pensiero antropomorfo è stato detto di concepire la loro tristezza, come un individuo e scrivere l’aspetto, il comportamento che quella tristezza potrebbe avere se fosse una persona. Al gruppo della condizione sperimentale non antropomorfizzante invece è stato detto di concepire il loro sentimento di tristezza in termini di “cosa è” e scrivere del tipo di impatto affettivi ed emotivo che ha avuto e ha su di loro. I partecipanti in entrambe le condizioni hanno trascorso quindi lo stesso tempo scrivendo i loro pensieri. Completato l’esercizio di scrittura, i partecipanti hanno misurato il livello di tristezza in quel momento.

I partecipanti del gruppo che ha personificato la tristezza hanno riportato minori livelli di intensità di questa emozione (3.75) rispetto al gruppo che ha descritto cos’era e com’era la tristezza vivevano (4.43). Questo effetto è stato indipendente dal genere e dall’età delle persone. Lo studio ha misurato anche l’effetto dell’antropomorfizzazione della tristezza su altre emozioni negative ad essa spesso associate, come l’imbarazzo, la rabbia e la paura. Ma nessun impatto è stato trovato, indicando che l’effetto è specifico per l’emozione personificata.

I ricercatori hanno condotto un ulteriore analisi per escludere la possibilità che il pensiero antropomorfo (contro il pensiero non antropomorfo) fornisca maggiore sollievo alla tristezza perché allontana l’attenzione dei partecipanti da questa emozione. A tal fine hanno contato il numero di volte in cui la parola tristezza è stata menzionata nelle risposte dei partecipanti. Non è stata trovata alcuna differenza sistematica tra le due diverse condizioni. Dunque i partecipanti alla condizione di pensiero antropomorfo non hanno livelli di tristezza minori perché si concentrano meno su questa emozione.

Ma allora da cosa può dipendere questo utile effetto regolatore?

La personificazione della tristezza potrebbe rappresentare una efficace strategia di regolazione cognitiva delle emozioni, specificamente una strategia di distanziamento.

La rivalutazione cognitiva del distanziamento dalle emozioni è una strategia che promuove il distacco psicologico dalla situazione e dal vissuto e quindi attenua il carico emotivo ad essi collegato (Beauregard, Lévesque, & Bourgouin, 2001[vi]; Ochsner et al., 2004[vii]). Le ricerche precedenti hanno documentato diverse forme di strategia di rivalutazione distaccata. Nella strategia più tipica si invitano i partecipanti a valutare un evento che suscita emozioni usando ragionamenti in terza persona. Kross et al. (2014)[viii] ha provato a invitare le persone a usare i loro nomi, piuttosto che i pronomi in prima persona) per riferirsi a se stessi nel ricordare un’esperienza emotiva. In sostanza si tratterebbe di pensare o dire, “perché Stefano si sentiva o si sente arrabbiato?” invece di “perché mi sento arrabbiato”. Questa strategia induce una sensazione di distacco, la rabbia misurata si riduce. Analogamente, Gross (1998)[ix] trova che i partecipanti istruiti ad adottare un “atteggiamento distaccato” quando guardano un film disgustoso riportano meno disgusto rispetto agli spettatori non istruiti al distanziamento.

Mosaico con maschera di Fobos, British Museum

Un altro interessante studio di Kalisch et al.(2005)[x] mostra che i soggetti i quali si sono visualizzati “in un luogo sicuro l’ansia non poteva raggiungerli” riferiscono di sentirsi più distaccati e di provare meno ansia. La base comune delle strategie di rivalutazione distaccate esistenti è che incoraggiano le persone a pensare al loro ruolo nella situazione come osservatori piuttosto che attori coinvolti in prima persona, creando così una sensazione di distacco e distanziamento emotivo (Gross, 2015[xi]; Ochsner et al., 2004).

La personificazione delle emozioni potrebbe offrire una forma di distanziamento emotivo. La personificazione delle emozioni potrebbe cioè creare un senso di indipendenza dalle proprie emozioni proprio in quanto trasformate in un individuo con la sua forma fisica e la sua personalità, le sue azioni: qualcuno di diverso da noi stessi. In questo modo si realizzerebbe il distanziamento dall’emozione e l’attenuazione del suo vissuto.

In diversi altri post avevo riportato l’importanza del dare un nome alle proprie emozioni per regolarle. Questo studio suggerisce che insieme al nome potrebbe essere assai utile dar loro la forma, la sostanza e le azioni di un’altra persona, che per questo almeno in parte ne sopporterà l’eventuale peso e pena al posto nostro.

La personificazione delle emozioni è stata una delle forze ispiratrici della mitologia greca. Fobos, spirito della paura, Lissa della rabbia, Edoné del piacere e della gioia, Ania dell’angoscia. Acli (in greco antico: Ἀχλύς, Achlýs, “Nebbia” o “Tenebra”) è lo spirito dei veleni e personificazione della tristezza, disperazione e lamento nella mitologia greca. Esiodo così la descrive ne Lo scudo di Eracle

E presso a loro stava la querula Acli odïosa,
pallida, magra, cascante di fame, e gambe stecchite,
e l’unghie lunghe lunghe sporgean dalle dita: colava
dalle narici moccio, cadevano giú dalle guance
stille di sangue; ed essa, con grande stridore di denti,
stava, e sugli òmeri suoi si addensava la polvere fitta,
molle di pianto.

  1. 264-270; traduzione di Ettore Romagnoli, 1929

Stefano Canali

 

Riferimenti bibliografici

[i] Chen, F., Chen, R.P. and Yang, L. (2020), When Sadness Comes Alive, Will It Be Less Painful? The Effects of Anthropomorphic Thinking on Sadness Regulation and Consumption. J Consum Psychol, 30: 277-295. doi:10.1002/jcpy.1137

[ii] Mithen, S. (1996). The prehistory of the mind: A search for the origins of art, religion, and science. London: Thames
and Hudson.

[iii] Epley, N., Waytz, A., Akalis, S., & Cacioppo, J. T. (2008). When we need a human: Motivational determinants of
anthropomorphism. Social Cognition, 26, 143–155

[iv] Waytz, A., Cacioppo, J., & Epley, N. (2010). Who sees
human? The stability and importance of individual differences in anthropomorphism. Perspectives on Psychological Science, 5, 219–232.

[v] Kim, Y., & Sundar, S. S. (2012). Anthropomorphism of computers: Is it mindful or mindless? Computers in
Human Behavior, 28, 241–250.

[vi] Beauregard, M., Levesque, J., & Bourgouin, P. (2001).Neural correlates of conscious self-regulation of emotion. Journal of Neuroscience, 21, 6993–7000.

[vii] Ochsner, K. N., Ray, R. D., Cooper, J. C., Robertson, E. R., Chopra, S., Gabrieli, J. D., & Gross, J. J. (2004). For
better or for worse: Neural systems supporting the cognitive down- and up-regulation of negative emotion.
NeuroImage, 23, 483–499.

[viii] Kross, E., Bruehlman-Senecal, E., Park, J., Burson, A., Dougherty, A., Shablack, H., . . . Ayduk, O. (2014). Selftalk as a regulatory mechanism: How you do it matters. Journal of Personality and Social Psychology, 106, 304

[ix] Gross, J. J. (1998). The emerging field of emotion regulation: An integrative review. Review of General Psychology, 2, 271–299.

[x] Kalisch, R., Wiech, K., Critchley, H. D., Seymour, B., O’Doherty, J. P., Oakley, D. A., . . . Dolan, R. J. (2005). Anxiety reduction through detachment: Subjective, physiological, and neural effects. Journal of Cognitive
Neuroscience, 17, 874–883.

[xi] Gross, J. J. (2015). Emotion regulation: Current status and future prospects. Psychological Inquiry, 26, 1–26

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