
Il libro nasce da una constatazione semplice quanto dirompente: non si può riconoscere, comprendere, regolare ciò che non si sa nominare.
Perché i bambini che non sanno dire cosa provano, urlano o si chiudono. Perché ogni parola emotiva imparata è una finestra aperta su di sé. Perché saper distinguere tra “tristezza” e “delusione”, tra “ansia” ed “eccitazione”, può cambiare non solo una giornata, ma una vita.
Frutto della più aggiornata riflessione scientifica e pedagogica, questo vocabolario non è solo un libro: è un alleato quotidiano per crescere figli e studenti più consapevoli, empatici, capaci di affrontare la complessità del mondo.
Basato sulla teoria costruzionista delle emozioni, che vede nel linguaggio la chiave per costruire e modellare l’esperienza affettiva, il libro offre strumenti pratici per educare all’intelligenza emotiva — dai bambini di otto anni ai ragazzi più grandi.
Genitori, educatori ed insegnanti forse più di chiunque altro, sperimentano quotidianamente quanto l’universo emotivo dei bambini e dei ragazzi sia un territorio affascinante ma al tempo stesso misterioso, costantemente mutevole, denso di complessità e zone d’ombra, per questo spesso incomprensibile, ingovernabile. Le emozioni animano e indirizzano l’umore e le azioni dei ragazzi in modo intenso, a volte travolgente e così di conseguenza si riflettono e condizionano profondamente la vita familiare e quella scolastica. Siamo estremamente consapevoli quanto siano determinanti per il benessere dei bambini, dei ragazzi, per la qualità delle relazioni che costruiamo con loro e per la serenità che vorremmo vivessero crescendo e che desideriamo regnasse nelle nostre case e nelle nostre scuole.
Eppure, di fronte alle emozioni dei bambini e dei ragazzi, ci scopriamo spesso impreparati, incapaci di aiutarli veramente a riconoscere, nominare e regolare ciò che sentono. Da questa incertezza nascono le difficoltà educative, i piccoli e grandi conflitti quotidiani, le tensioni e i malintesi che rischiano di incrinare il clima affettivo sia familiare che scolastico. Di seguito un estratto dall’introduzione.
Cosa sono le emozioni?
Ma che sono le emozioni? Sembra una domanda estremamente semplice, per molti versi inutile, superflua. Tutti noi proviamo costantemente l’esperienza emotiva e peraltro sentiamo che le emozioni costituiscono il fenomeno psicologico più potente, acuto, ubiquitario, pervasivo e motivante tra quelli che possiamo vivere, spesso quello con le conseguenze più impattanti sulla nostra vita. Dunque crediamo di conoscere perfettamente le emozioni, meglio di ogni altro aspetto della nostra vita mentale. Eppure quando proviamo a discutere della natura delle emozioni abbiamo difficoltà a darne una descrizione chiara e univoca, ci accorgiamo quanto siano sfuggenti, costantemente intrecciate ad altri aspetti di differenti funzioni mentali: memoria, motivazione, percezione, attenzione, processi decisionali, apprendimento, credenze, valutazioni morali. Anche per la comprensione delle emozioni sembra di trovarsi di fronte a quel singolare paradosso della conoscenza del tempo descritto da Sant’Agostino nelle Confessioni; “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”
La natura intimamente complessa e multidimensionale delle emozioni non solo rende assai difficile una loro precisa caratterizzazione ma è all’origine della natura apparentemente impossibile dell’accordo tra le definizioni e le descrizioni delle emozioni che gli individui formulano e comunicano quando discutono a proposito di esse. Questa irriducibilità del carattere vago e allo stesso tempo singolare delle credenze sulla natura delle emozioni e delle specifiche emozioni è spesso causa di profonde incomprensioni tra le persone, tra le comunità, e fa da innesco a pericolose situazioni conflittuali.
D’altra parte anche la comunità scientifica, non è giunta a un minimo accordo sulla natura e l’identità delle emozioni, nonostante da almeno due secoli si confronti su questo tema con strumenti di indagine obiettiva e sperimentale, con metodi sempre più rigorosi e strumenti di ricerca sempre più potenti e sofisticati. La storia della scienza insegna che quando un problema, un oggetto o un fenomeno di indagine resta al centro di un dibattito in cui proliferano teorie contrapposte, spiegazioni discordanti, modelli di comprensione che fanno riferimento a piani interpretativi diversi (biologico, psicologico, etico, sociale) e incapaci di raccordarsi e integrarsi tra di loro, allora probabilmente siamo di fronte a un problema mal posto. Vale a dire che quando si verificano queste condizioni di disaccordo nella comunità scientifica o di caotica pluralità di strutture concettuali interpretative significa che la ricerca si sta confrontando con un oggetto o un fenomeno non messo a fuoco, ancora indistinto e che stiamo confondendo e mescolando con altri fenomeni e altri oggetti; oppure può significare persino che stiamo costruendo idee di oggetti e di fenomeni per cose inesistenti o che sono e accadono in modo molto diverso da quello che crediamo.
E dunque come possiamo capire meglio le emozioni, chiarire la natura di questo problema? Un problema estremamente sentito, considerato che è stato affrontato sin dall’alba delle civiltà occidentale e orientale. Del resto ci sembra impossibile immaginare un mondo, l’esperienza umana senza quella cosa che chiamiamo emozione. Sarebbe un mondo piatto, privo di colore e sapore, di spessore. Una umanità priva delle emozioni sarebbe senza fini e obiettivi, costretta nell’apatia e incapace di motivare effettive interazioni tra persone. Senza ciò che chiamiamo emozione saremmo in un mondo vuoto di valori e impulsi, in cui le cose e gli accadimenti sarebbero indifferenti, perché spogliate del tono emotivo che solo sembra dar vita alle cose e far risuonare le realtà di significati profondi. Per queste ragioni ciò che chiamiamo emozione è stato anche ed è anche descritto come il fondamento, l’essenza stessa dell’esistenza e della natura umane.
Quando indaghiamo la natura di quello che definiamo emozione ci vengono in mente tante spinose ed elusive domande. Che rapporto hanno con gli altri processi mentali? Sono fatte soprattutto di sensazioni corporee o di contenuti soggettivi? Sono modalità di reagire innate oppure costruite dall’educazione e dall’esperienza? Che rapporto hanno con i giudizi consapevoli? Quanto siamo realmente responsabili delle nostre espressioni emotive? Le loro manifestazioni corrispondono alla nostra natura più profonda e intima oppure siamo veramente noi stessi quando interveniamo consapevolmente per regolarle? Perché ci sembra che ciò che proviamo quando ci emozioniamo non sia mai pienamente comunicabile agli altri? Perché spesso fraintendiamo le emozioni degli altri? Quando prendiamo delle decisioni dobbiamo ascoltare il sentire delle emozioni o dobbiamo scegliere esclusivamente attraverso un lucido calcolo razionale? O, più sottilmente quanto del vissuto emotivo entra nelle decisioni apparentemente basate su analisi razionali? Quanto possiamo educare le risposte emotive? E così via, tra le infinite questioni potenzialmente enumerabili nello smisurato catalogo delle domande che possiamo venirci in mente su quelle cose che chiamiamo emozione. Ho affrontato diffusamente il problema delle emozioni e della loro regolazione nel mio libro, Regolare le emozioni. Teorie e tecniche per lo sviluppo e il potenziamento dell’autocontrollo. Carocci.
Le emozioni nella storia del pensiero occidentale
Il pensiero occidentale dall’antichità classica al primo Settecento è stato caratterizzato da una tendenza a considerare le emozioni come stati passivi, irrazionali e sostanzialmente disfunzionali. Questo atteggiamento rifletteva una visione dualistica che opponeva le emozioni alla ragione, dando priorità alla seconda. Tra i primi a superare questa ingenua prospettiva sulle emozioni fu il filosofo scozzese David Hume, Nel suo Trattato sulla natura umana uscito tra il 1739 e il 1740, Hume scriveva: “la ragione è e dovrebbe essere schiava delle passioni,” riconoscendo così il ruolo centrale delle emozioni nel determinare la volontà umana, le scelte, i giudizi, gli stessi comportamenti morali.
Un secolo più tardi, grazie all’affermazione del pensiero evoluzionistico nelle scienze della vita, prendeva forma la visione naturalizzata e scientifica delle emozioni, che maturava pienamente soprattutto grazie all’opera di Charles Darwin Questi, nel saggio L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, fu il primo ad articolare estesamente una teoria delle emozioni come programmi biologici e psicologici iscritti nel corredo genetico delle specie, trasmessi nella riproduzione e quindi incorporati nell’organismo, come realtà precise, ognuna con uno specifico schema di espressioni e reazioni comportamentali. Secondo la prospettiva darwiniana le emozioni sarebbero modelli istintivi di comportamenti funzionali a rispondere ai bisogni primari dell’individui. Le emozioni sarebbero cioè schemi di azione ereditari, innati, plasmati nelle specie attraverso la selezione delle risposte comportamentali che si sono dimostrate più utili ed efficaci ai fini della sopravvivenza dell’individuo e della specie. Darwin in sostanza ritiene che la selezione naturale nel corso dell’evoluzione abbia vagliato gli schemi di reazione efficace ad affrontare novità, pericoli, relazioni con gli altri e con l’ambiente, soddisfare motivazioni biologiche, riprodursi e li abbia codificati nel corredo somatico e nel repertorio di istinti della specie. In questo modo un individuo, sin dai primi momenti della sua vita può reagire prontamente ed efficacemente, senza dover riflettere, ponderare, a tutto ciò che di rilevante accade rispetto alla sua sopravvivenza individuale e a quella della specie.
Questa genuina prospettiva biologica ha messo la ricerca scientifica sulla pista dell’indagine delle strutture e delle funzioni somatiche, organiche, che concorrono a generare una risposta emotiva. Dal secondo Ottocento in poi la ricerca biologica e fisiologica, la psicologia, hanno indagato e descritto analiticamente i correlati somatici delle emozioni: le variazioni nel battito cardiaco, della pressione sanguigna, della respirazione, delle tensioni muscolari, della cascata di eventi ormonali e di tutto il resto dei cambiamenti corporei che accompagna le emozioni.
L’affermazione della concezione naturalizzata e funzionalista delle emozioni
Successivamente, dai primi decenni del Novecento in poi, la ricerca ha indagato i meccanismi delle emozioni all’interno del sistema nervoso e del cervello. Questo è avvenuto con un grado crescente di risoluzione, parallelamente allo sviluppo di sempre più potenti tecniche di indagine e di visualizzazione delle funzioni del cervello. Grazie ad esse sono stati accertati e descritti analiticamente sempre più nel piccolo e nei dettagli i centri e le vie cerebrali implicate nei processi emotivi. Questi immensi sforzi scientifici, si sono articolati in modo esponenziale, moltiplicando piani e prospettive di ricerca ma sono stati comunque sospinti soprattutto dall’idea darwiniana delle emozioni come realtà naturali ognuna con una sua identità specifica e un suo relativo e distinto corredo di strutture e processi biologici innati e ognuna quindi come espressione universale nella specie, comune e identica per tutti gli individui (Canali, 2021).
Secondo questo approccio, ad esempio, quando ascoltiamo una storia in cui una persona descrive un lutto ed esprime il suo dolore a parole e con la sua voce rotta e tremante, gli occhi lucidi, il capo chino, il cuore in tumulto, il groppo in gola e la sensazione di chiusura dello stomaco anche in noi si riprodurrebbero quelle stesse risposte somatiche, quegli stessi sistemi fisiologici e cerebrali responsabili delle stesse emozioni e delle stesse espressioni emotive e degli stessi cambiamenti nel corpo della persona che sta parlando della sua perdita. E quelle reazioni corporee, quei cambiamenti somatici, quelle sensazioni, quelle attivazioni fisiologiche e cerebrali, quelle espressioni facciali e quelle azioni costituirebbero una specie di oggetto specifico con una sua specifica identità biologica, mentale e comportamentale, qualcosa di unico per ogni emozione, una singolarità chiara che ci permette così di distinguere, ad esempio, la tristezza dalla rabbia o dalla paura.
Questa concezione è profondamente radicata nella cultura e nella scienza popolare. Si ritrova nei testi di psicologia, nei manuali per la realizzazione di programmi didattici per l’educazione emotiva nelle scuole, nelle pagine online di divulgazione scientifica e persino nei film di straordinario successo come Inside Out, in cui le emozioni sono rappresentate come entità distinte e autonome e in serie televisive famose come Lie to me, in cui il protagonista, lo psicologo Cal Lightman, esperto mondiale di espressioni facciali delle emozioni collabora come consulente nelle indagini condotte dalle forze di polizia per analizzare le riprese dei volti durante gli interrogatori e smascherare eventualmente la falsità di dichiarazioni e testimonianze.
Cal Lightman è molto di più di un personaggio immaginario, è ispirato alle ricerche e alle attività di consulenza dello psicologo Paul Ekman, uno dei massimi sostenitori della visione evoluzionistica delle emozioni come programmi d’azione caratterizzati da schemi di reazione fisiologica e soprattutto espressioni facciali specifiche ed universali per ognuna delle diverse emozioni. Le ricerche di Ekman avrebbero individuato gli schemi d’azione dei muscoli facciali messi in moto immediatamente alla percezione dell’innesco emotivo e alla base delle cosiddette microespressioni. Esse appaiono sul viso in modo riflesso per un venticinquesimo di secondo per poi essere modificate o sparire per intervento del controllo volontario dei muscoli facciali. Questo processo di attiva modificazione dell’espressione è avviato dalla consapevolezza dell’emozione e dalla decisione di come comunicarla, se in maniera sincera o in modo strumentale o mendace. Allo stesso modo che per Darwin, secondo Ekman, le microespressioni facciali delle emozioni hanno una precisa anatomia e fisiologia, specifica per ogni diversa emozione; sono universali, uguali per tutti gli esseri umani, e possiamo imparare a intercettarle e riconoscerle e così comprendere se una persona comunica in modo autentico, veritiero o sta cercando di ingannarci.
Ekman è stato coinvolto nella creazione della serie Lie to me come consulente e ha collaborato con la Disney e la Pixar per realizzazione dei due film di animazione Inside Out, e attraverso questi straordinari prodotti di comunicazione ha potuto diffondere e radicare la visione classica delle emozioni nell’opinione pubblica e nel sistema dei mass-media. Questa visione ha dato impulso alla creazione di organizzazioni e prodotti industriali, primo tra tutti il gruppo di Ekman, che hanno sviluppato tecnologie automatiche di analisi delle emozioni per applicazioni investigative, per utilizzi in ambito economico o produttivo e per la comunicazione, soprattutto per la messa a punto di servizi e materiali pubblicitari.
Aspetti controversi della concezione naturalizzata e funzionalista delle emozioni
A dispetto di questa straordinaria diffusione nei settori della ricerca e a livello pubblico, questa visione sembra incongruente rispetto alle evidenze scientifiche più recenti. Le indagini sperimentali non riescono a identificare chiare e inequivocabili impronte biologiche, anatomiche e fisiologiche, somatiche e cerebrali, specifiche e coerenti per le diverse emozioni. Certamente ricorrono negli esseri umani schemi espressivi per ogni emozione che si somigliano e si sovrappongono più o meno estesamente ma non sembra esistere una forma unica, universale di manifestazioni e attivazioni periferiche o nervose che definisca la tristezza, la rabbia o la paura o ogni altra emozione. Gli stessi segnali corporei — un cuore che accelera, l’adrenalina in circolo, la respirazione più frequente, la pressione sanguigna che si alza, un viso arrossato, una fronte corrugata — possono essere interpretati in modi diversi a seconda del contesto. Un battito cardiaco accelerato può significare paura durante un esame, rabbia in una discussione accesa, oppure gioia nel bel mezzo di una festa. In sostanza, non sembra siano le manifestazioni somatiche e le reazioni affettive a dar senso emotivo al contesto e ai pensieri e giudizi concomitanti, ma piuttosto che siano il contesto e i giudizi ad assegnare un significato emotivo alle reazioni corporee, a suscitare la consapevolezza di vivere una precisa emozione.
La teoria costruzionista delle emozioni
Questo ci porta alla teoria costruzionista delle emozioni, la quale propone una prospettiva radicalmente diversa (Feldman Barrett, 2023). Secondo questa teoria, le emozioni non sono fenomeni innati e universali, non hanno una peculiare e distinta identità psicofisica che le rende diverse ognuna dall’altra e così riconoscibili, esperibili. Le emozioni sarebbero invece esperienze costruite a partire da una serie di elementi diversi: sensazioni fisiche, stimoli ambientali, esperienze passate e, soprattutto, linguaggio, in quanto matrice concettuale in grado di unire assieme, dentro uno specifico significato queste diverse dimensioni. Le emozioni non vengono innescate da stimoli esterni, ma emergono come risultato di un processo attivo di interpretazione e attribuzione di significato. Per questo il linguaggio svolge un ruolo cruciale: le parole non sono semplici etichette per esperienze già formate, ma, grazie ai lori significati, vere e proprie impalcature cognitive che organizzano e danno forma ai diversi elementi soggettivi, corporei e ambientali associati alle differenti esperienze emotive. In questa prospettiva, le somiglianze tra le manifestazioni delle varie emozioni in individui diversi sono dovute soprattutto al fatto che apprendiamo un comune lessico emotivo: i significati delle parole delle emozioni e con essi cosa sono le singole emozioni, come si esprimono, come si vivono e in quali circostanze.
Riprendendo l’esempio della persona che racconta il suo recente lutto, la teoria costruzionista delle emozioni suggerisce che la tristezza non sia stata attivata dai cambiamenti corporei durante quello stato emotivo e da un circuito predefinito nel cervello di chi narra e di chi ascolta. Piuttosto, ogni individuo costruisce l’esperienza della tristezza combinando percezioni corporee (come il nodo allo stomaco o lacrime agli occhi), conoscenze mediate dalla cultura (come l’associazione tra perdita e dolore) e ricordi personali di eventi simili. Le persone realizzano questa complessa operazione perché hanno appreso la parola tristezza, il suo significato, che prescrive cosa proviamo, in quale situazione, come la esprimiamo e così via. In questo modo la matrice del significato fa da trama e ordito alle diverse dimensioni dell’esperienza emotiva. In un altro contesto, lo stesso nodo allo stomaco, le stesse lacrime, la stessa voce tremante potrebbero essere interpretati come paura o ansia, ad esempio di parlare davanti a un pubblico numeroso oppure potrebbero persino essere correlate al sollievo o alla gioia, ad esempio del comunicare che una persona cara in pericolo di vita ha superato la crisi ed è ormai salva. Senza il concetto di “tristezza”, fornito dalla cultura e dal linguaggio, quelle lacrime e quel nodo allo stomaco rimarrebbero sensazioni isolate, prive di un significato emotivo specifico come devono essere gli stati affettivi che provano i bambini nei primi periodi della loro vita prima di imparare le parole per distinguere i loro stati interni. Le strutture significanti offerte dalle parole delle emozioni collegano stimoli fisici, pensieri, azioni e valori, trasformandoli in un’esperienza emotiva singolare, univoca e consapevole. Senza il linguaggio, senza nomi delle emozioni e loro i significati la dinamica degli stati affettivi certamente esiste, con le sue sensazioni fisiche, le percezioni, gli impulsi ad agire, i pensieri, ma resta inevitabilmente magmatica, non è una emozione compiuta, non è quindi qualcosa che possiamo riconoscere e di conseguenza provare a comunicare e regolare. Restando inafferrabile questo stato senza nome e volto ci invade e ci agisce, si manifesta nell’espressione di comportamenti sregolati, spesso potenzialmente dannosi o distruttivi o comunque disadattivi.
Facciamo un ulteriore esempio per chiarire. Due persone in una situazione analoga di attesa di un evento per loro rilevante potrebbero avvertire stati soggettivi corrispondenti di allerta e focalizzazione dell’attenzione, e provare simili sensazioni di accelerazione del battito cardiaco, di pulsazioni alle tempie, di tensioni muscolari, di respirazione più profonda e veloce. La prima persona potrebbe interpretare queste sensazioni e questi stati soggettivi come “ansia”, percependo la situazione come una minaccia; la seconda, invece, potrebbe categorizzarle come “eccitazione”, vedendo l’evento come un’opportunità. Queste differenze di etichettatura linguistica influenzeranno profondamente non solo l’esperienza soggettiva, ma anche le decisioni e i comportamenti ad essa associati, il modo in cui comunichiamo il nostro stato emotivo.
Immaginate ancora di camminare in un bosco e di sentire un rumore improvviso dietro di voi. La vostra interpretazione di questa esperienza dipenderà da molti fattori: siete soli o in compagnia? Conoscete bene quel bosco o è un luogo sconosciuto? Che tipo di rapporto avete con la natura? Ma sarà soprattutto condizionata dai significati che avete appreso. Ad esempio, se siete cresciuti in una cultura animista, che vede dietro la natura l’azione di realtà trascendenti, potreste interpretare il rumore come la presenza di uno spirito benigno e verosimilmente potreste aver appreso i concetti di devozione e ammirazione che sono definiti dai significati di queste parole, con tutta probabilità proverete di conseguenza queste emozioni. Se invece siete stati educati in un’altra cultura, quel rumore potrebbe essere semplicemente attribuito a un animale e potrà essere interpretato e vissuto attraverso il concetto di paura, e agito con certi comportamenti come la fuga. Se siete dei naturalisti invece potreste essere in grado di riconoscere da lontano e correttamente il rumore come il tipico suono di un fenomeno di vulcanismo in una zona dove non dovrebbe essere presente, in quel caso la vostra mente farà riferimento alla categoria definita dalla parola sorpresa per organizzare i diversi aspetti dell’esperienza e dell’impulso ad agire conseguente. Le emozioni che possono emergere dunque – paura, devozione, sorpresa – non sono programmate, predefinite, ma costruite sulla base di elementi situazionali, culturali, linguistici.
Se il linguaggio non è solo uno strumento per comunicare le emozioni ma costituisce la matrice e la cornice attraverso cui volta per volta queste vengono costruite, percepite ed espresse in relazione a sensazioni fisiche e contesti, allora ogni lingua e ogni cultura contribuiranno a plasmare in maniera caratteristica l’identità e la forma delle singole esperienze emotive che gli individui vivono.
Culture, lingue e emozioni
Queste argomentazioni sono anche ampiamente corroborate dal diverso e specifico modo in cui le differenti culture segmentano e organizzano il continuum caotico e sfuggente dell’esperienza affettiva: l’insieme e la gamma sfumata di tutte le possibili percezioni interne ed esterne, di tutte le possibili tonalità edoniche – tra piacere e dolore -,di tutti gli impulsi ad agire che avvertiamo durante le esperienze emotive.
In alcune culture, ad esempio, esistono parole per emozioni che in altre non trovano equivalenti diretti. Consideriamo il termine giapponese Amae, che descrive la sensazione piacevole di dipendenza da qualcuno che si prende cura di noi, o Saudade nel portoghese, che evoca un senso di malinconia dolce e desiderio per qualcosa di perso. Un altro esempio è la parola iktsuarpok, usata dalla popolazione Inuit per riferirsi al miscuglio di ansia, nervosismo, eccitazione e felicità che prova chi aspetta l’arrivo di ospiti a casa, o la risposta a una email importante. E ancora la parola Fago viene usata dalla popolazione Ifaluk per indicare uno stato emotivo singolare che comprende e confonde compassione, tristezza e amore. È la pietà per qualcuno in pena che ci spinge a prendercene cura, una pietà tuttavia mescolata alla consapevolezza che non l’aiuto non potrà far nulla. Questi termini, e molti altri particolari e presenti solo in specifiche lingue che per ragioni di spazio qui è impossibile indicare (si veda Watt Smith, 2024), non catturano esperienze particolari, ma ne creano e ne modellano la sostanza, l’identità; ne determinano la frequenza, l’intensità e l’espressione. Dove non esiste una parola per descrivere il senso e l’unità dei diversi stati fisici, soggettivi e contestuali che percepiamo in una data situazione e che sentiamo coinvolgerci attivamente, non può esistere una reale emozione, proveremo al più un groviglio di sensazioni elusive e oscure, difficilmente gestibili. In tal senso, studi antropologici mostrano che le culture con un vocabolario emotivo più ampio tendono a promuovere una maggiore consapevolezza e regolazione emotiva (Wierzbicka, 1999).
Ancora, se il linguaggio è il mezzo fondamentale per la costruzione delle singole attualizzazioni delle emozioni, allora la precisione e l’articolazione degli spazi emotivi, la capacità di riconoscere le emozioni e gestirle funzionalmente dipenderà del numero delle parole in grado di fornire strutture significative per organizzare le relazioni tra i diversi domini dell’esperienza emotiva: fisica, soggettiva, ambientale, contestuale. A tal proposito, le ricerche sperimentali indicano che la granularità emotiva, cioè il livello di specificità e dettaglio con cui si sa distinguere verbalmente emozioni simili, è correlata a un migliore benessere psicologico, fisico (Tugade et al. 2004) . Gli individui con un livello più alto di granularità emotiva risultano più abili a gestire esperienze stressanti e allo stesso tempo sembrano maggiormente capaci e motivati di ampliare e costruire apprendimento e conoscenze. Ciò accade perché queste persone possiedono concetti emotivi più fini e differenziati per dar senso, fare distinzioni, notare dettagli e sfumature, trarre informazioni e interesse dalle esperienze (Tan et al. 2022).
Il rapporto strettissimo tra la capacità di distinguere, dare un nome e comunicare le proprie emozioni e quelle degli altri risalta anche dalle straordinarie evidenze della relazione tra alessitimia, funzioni cognitive, autoregolazione, disturbi psicologici e somatici. Il termine alessitimia è stato introdotto negli anni ’70 dal medico e psichiatra Peter Sifneos per descrivere le difficoltà emotive osservate nei suoi pazienti. Deriva dal greco antico ed è composto da: a- (ἀ-): prefisso negativo che significa “senza” o “mancanza di”; lexis (λέξις): parola, espressione; thymos (θυμός): emozione, passione. Letteralmente, dunque “alessitimia” significa “mancanza di parole per esprimere le emozioni”.
Alessitimia
L’alessitimia è associata a ridotte funzioni esecutive, vale a dire diminuite attenzione, flessibilità cognitiva, memoria lavoro, inibizione, pianificazione (Koven e Thomas, 2010). In questo senso, le persone che hanno una ridotta capacità di riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni e a quelle degli altri possono avere ridotte funzioni cognitive, minori capacità di fronteggiamento efficace di situazioni complesse. L’alessitimia inoltre è ovviamente correlata a minori competenze sociali e comunicative e quindi a maggiori problemi interpersonali e ridotto supporto sociale. Al contrario Un lessico emotivo più ampio facilita anche la comunicazione interpersonale. Quando possiamo descrivere accuratamente ciò che proviamo, è più probabile che gli altri comprendano il nostro stato emotivo e rispondano in modo adeguato. Questo migliora le relazioni personali e di conseguenza fornisce alle persone la straordinaria dote di risorse, competenze, sostegno che gli altri possono fornirci per l’adattamento e il successo personale verso tutti i tipi di compiti o situazioni. Allo stesso tempo saper descrivere ciò che proviamo, saper comprendere, soprattutto intendere il significato delle parole che gli altri usano per comunicare i loro stati emotivi riduce i conflitti legati alle incomprensioni emotive. Ad esempio, in una discussione, distinguere tra “frustrazione” e “rabbia” o tra “delusione” e “tristezza” può fare la differenza tra un dialogo costruttivo e uno scontro distruttivo. La precisione linguistica offre dunque alle persone uno strumento per esprimersi in modo più chiaro, promuovendo l’empatia reciproca.
La ricerca ha inoltre dimostrato che le persone con alessitimia sono più impulsive e reattive, fanno fatica a contenere l’espressione sregolata, eccessiva, talora violenta, delle emozioni. Questi fenomeni sono comuni nei bambini e negli adolescenti anche perché hanno meno parole per descrivere, quindi per comprendere, riconoscere e quindi manipolare cognitivamente, controllare, le emozioni.
L’alessitimia inoltre è fortemente associata alle dipendenze, alla depressione, ai disturbi d’ansia e a tutta la gamma di disturbi somatici che si accompagnano a una bassa regolazione emotiva e scarso autocontrollo: quelle malattie che più sembrano indotte dai comportamenti, dalle abitudini e dagli stili di vita. La cattiva regolazione emotiva e lo scarso autocontrollo associati all’alessitimia facilitano negli individui la manifestazione di comportamenti potenzialmente patogeni: cattiva alimentazione, cattiva igiene del sonno, abuso di sostanze psicoattive, sedentarietà, ecc. i quali nel tempo portano all’esordio di malattie cronico-degenerative come i disturbi cardiovascolari e il diabete di tipo 2. Allo stesso modo l’incapacità di riconoscere, dare un nome e comunicare le emozioni impedisce a un individuo di regolare costantemente le manifestazioni emotive e lo costringe quindi a vivere in una condizione di stress cronico. Ma lo stress altera i normali equilibri fisiologici e a lungo andare ne determina la rottura. In questo modo l’alessitimia, il non saper riconoscere e dare un nome alle emozioni, finisce per innescare i processi che portano alla malattia.
Tutte le evidenze scientifiche e gli argomenti sin qui riportati indicano chiaramente l’importanza dell’ampiezza e della precisione del lessico emotivo per il benessere della persona, dei gruppi sociali, delle comunità e segnalano di conseguenza la necessità e l’urgenza, per i genitori e per chi lavora nell’educazione e nell’istruzione, di strategie e pratiche finalizzate allo sviluppo e al potenziamento del linguaggio delle emozioni, dell’apprendimento delle parole per riconoscere, dare un nome e comunicare le emozioni.
Obiettivi e finalità pratiche del Vocabolario ragionato delle Emozioni
Il testo I nomi delle Emozioni. Vocabolario ragionato per l’educazione, la consapevolezza e la regolazione emotiva nasce proprio per rispondere a questa sfida essenziale: offrire a genitori, insegnanti ed educatori strumenti pratici e concreti per esplorare, insieme ai bambini, il paesaggio emotivo, favorendo così una maggiore consapevolezza e un’efficace capacità di gestione emotiva. È uno strumento pensato per essere usato con la fascia d’età che va dagli 8 ai 12 anni, ma può essere convenientemente utilizzato anche con i più piccoli e i più grandi.
Per i genitori, gli insegnanti e gli educatori questo dizionario vuole essere un alleato prezioso per favorire la costruzione di un clima positivo e stimolante, capace di trasformare le sfide quotidiane in opportunità di crescita delle persone e delle relazioni, attraverso una comunicazione emotivamente consapevole e mirata. Solo in questo modo è possibile promuovere e stabilire rapporti di fiducia e di apertura con i ragazzi, ridurre i conflitti e sostenere uno sviluppo sano e autentico. Utilizzando il dizionario, genitori e insegnanti e ragazzi collaborare alla crescita reciproca delle competenze emotive fondamentali, in un ambiente educativo in cui ognuno si senta compreso, accolto, amato, valorizzato e motivato.
Il modo in cui è articolata ogni voce del dizionario si basa sulla teoria costruzionista delle emozioni. Come abbiamo visto, essa è un modello teorico capace di risolvere molte difficoltà esplicative della teoria classica delle emozioni, Ma la teoria costruzionista delle emozioni possiede a mio avviso anche una eccezionale valenza evocativa ed edificante. Vedere le emozioni come costruzioni piuttosto che come oggetti biologici programmati cambia radicalmente la comprensione dei modi in cui entriamo in relazione con noi stessi, con il nostro corpo, gli altri e con le cose che accadono. Questa visione integra e supera la visione delle emozioni come meri riflessi fisiologici e le celebra in quanto manifestazione straordinaria della nostra capacità, come quella del linguaggio cui è intrecciata, di generare significato, valori, motivazioni, relazioni: moltiplicare il numero, la profondità e la ricchezza delle esperienze e dei rapporti umani. In questo senso, un dizionario delle emozioni è quindi molto di più di una raccolta di definizioni. È un mezzo per esplorare e accrescere questa capacità creativa. Attraverso le sue voci, offre una guida per ampliare il nostro repertorio emotivo e quello dei nostri ragazzi, con essi, le nostre consapevolezze, la comprensione degli altri, il nostro potenziale umano.
Disponibile come ebook su Amazon: https://amzn.eu/d/0jPArTY
Bibliografia
Canali, S. (2021) Regolare le emozioni. Teorie e tecniche per lo sviluppo e il potenziamento dell’autocontrollo. Carocci.
Feldman Barrett, L. F. (2023). Come sono fatte le emozioni: La vita segreta del cervello, Giunti.
Denham, S. A., Bassett, H. H., & Wyatt, T. (2007). The Socialization of Emotional Competence. In Handbook of Socialization: Theory and Research.
Kashdan, T. B., Barrett, L. F., & McKnight, P. E. (2015). Unpacking Emotion Differentiation: Transforming Unpleasant Experience by Perceiving Distinctions in Negativity. Current Directions in Psychological Science, 24(1), 10-16.
Koven NS, Thomas W. Mapping facets of alexithymia to executive dysfunction in daily life. Personal Individ Diff. 2010;49(1):24–8.
Lindquist, K. A., Gendron, M., & Barrett, L. F. (2012). Language and the Perception and Categorization of Emotion. Emotion Review, 4(1), 55-63.
Lumley MA, Ovies T, Stettner L, Wehmer F, Lakey B. Alexithymia, social support and health problems. J Psychosom Res. 1996;41(6):519–30.)
Tan TY, Wachsmuth L, Tugade MM. Emotional Nuance: Examining Positive Emotional Granularity and Well-Being. Front Psychol. 2022 Feb 22;13:715966.
Tugade MM, Fredrickson BL, Barrett LF. Psychological resilience and positive emotional granularity: examining the benefits of positive emotions on coping and health. J Pers. 2004 Dec;72(6):1161-90
Watt Smith T, Atlante delle emozioni umane, UTET, 2024.
Wierzbicka, A. (1999). Emotions Across Languages and Cultures: Diversity and Universals. Cambridge University Press.
