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La dipendenza non è solo nel cervello: ripensare il paradigma neurocentrico

Ridurre la dipendenza a una malattia del cervello può rafforzare stigma e identità patologiche. Tende a trascurare contesti, vissuti e relazioni, e ostacola trattamenti efficaci e umani. Serve un paradigma che rimetta al centro le persone, non solo i loro neuroni. Vediamo perché.
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1. Introduzione

complexityNel dibattito contemporaneo sulle dipendenze, la concezione che le considera “malattie del cervello” si è affermata come paradigma dominante. Il Modello della Dipendenza come Malattia del Cervello (MDMC), promossa da agenzie governative e sostenuta da una parte consistente della ricerca neuroscientifica (Volkow, Koob & McLellan, 2016), sostiene che la dipendenza sia il risultato di alterazioni neurofisiologiche, in particolare nei circuiti cerebrali della ricompensa, della motivazione e dell’autocontrollo. Esistono tuttavia evidenti limiti del paradigma neurocentrico delle dipendenze.

Tale modello ha certamente contribuito a ridurre in parte lo stigma sociale attribuito alla dipendenza — facilitando in alcuni contesti una maggiore accettazione delle persone che ne soffrono e stimolando lo sviluppo di trattamenti più compassionevoli. Tuttavia, questo beneficio è parziale e ambivalente, e non giustifica il predominio assoluto del MDMC nel discorso pubblico e nelle politiche sanitarie. La riduzione dello stigma morale associato all’idea di vizio si accompagna infatti all’emergere di un nuovo stigma sociale: la percezione della persona dipendente come affetta da una tara biologica, da una diversità cerebrale inemendabile, che la priva di quanto di più umano — la volontà e l’autodeterminazione. A ciò si aggiunge un secondo livello, quello dell’autostigma: molti soggetti interiorizzano questa narrazione e si percepiscono come irrimediabilmente danneggiati, incapaci di autodeterminarsi, destinati a convivere con un’identità compromessa. Questo duplice processo — stigmatizzazione esterna e autoattribuzione del deficit — mina la fiducia nella possibilità del cambiamento e limita le potenzialità trasformative dell’intervento terapeutico (Trujols, 2015).

Questo articolo si propone di analizzare criticamente le conseguenze teoriche, pratiche e politiche del paradigma neurocentrico, mostrando come esso distolga l’attenzione e le risorse dai livelli più fondamentali di comprensione e intervento. Alla luce della letteratura contemporanea e di una prospettiva interdisciplinare che integra neuroscienze, psicologia, filosofia della mente e scienze sociali, si sosterrà l’urgenza di un cambio di paradigma: una scienza della dipendenza che riconosca la centralità del livello umano, e che sappia integrare, senza subordinare, le conoscenze biologiche a quelle personali, relazionali e sociali.

 

2. Il fascino del cervello: la seduzione delle neuroscienze

Uno dei tratti distintivi del MDMC è l’elevato potere persuasivo delle rappresentazioni visive e dei linguaggi tecnici delle neuroscienze. Le immagini di cervelli illuminati, ottenute tramite PET o fMRI — spesso utilizzate in articoli divulgativi e campagne di prevenzione per rafforzare l’impressione che la dipendenza sia interamente radicata in un malfunzionamento cerebrale — esercitano un’attrazione estetica e epistemica che legittima un sapere apparentemente oggettivo e inconfutabile (Weisberg et al., 2008; Racine et al., 2017). Questa “allure neuroscientifica” funziona come una scorciatoia cognitiva e comunicativa: spiega tutto in modo rapido, semplice, visivamente potente.

Tuttavia, come ha osservato Miller (2010), l’adesione acritica al paradigma cerebrale ha portato a trascurare la complessità dei vissuti, dei contesti e dei significati implicati nella dipendenza. La ricerca si concentra su biomarcatori, correlati neurali e predisposizioni genetiche, come documentato da numerosi studi che segnalano uno squilibrio crescente nei finanziamenti della ricerca verso approcci neurobiologici a discapito di quelli psicosociali. Ad esempio, analisi sistematiche condotte da Thomas et al. (2021) e riportate in Addiction mostrano una decisa preponderanza di studi basati su imaging cerebrale e genetica, mentre gli approcci relazionali, contestuali e comunitari ricevono una quota marginale delle risorse. Questo squilibrio non riflette la complessità del fenomeno della dipendenza, ma una preferenza epistemica e politica per ciò che è misurabile, visibile e tecnicamente trattabile.

Come osservano Hammersley e Reid (2002), la forza del mito della dipendenza risiede anche nella sua funzionalità sociale: serve interessi economici, giustifica politiche securitarie, produce identità patologizzate. L’oggettivazione cerebrale della dipendenza consente di eludere il confronto con la sua dimensione morale, sociale e politica. Questo si traduce concretamente in una serie di scelte cliniche e politiche che ignorano le cause strutturali della sofferenza: ad esempio, programmi di trattamento centrati esclusivamente sulla somministrazione farmacologica, senza alcun supporto psicologico o sociale; oppure campagne di prevenzione che riducono la complessità del fenomeno a slogan neurochimici, trascurando il ruolo delle disuguaglianze, della marginalità e della deprivazione affettiva. In ambito legislativo, questa elusione si manifesta in politiche punitive o esclusivamente sanitarie, che rinunciano a intervenire sulle condizioni di vita che favoriscono l’insorgere e il mantenersi delle condotte dipendenti. Riducendo il soggetto a un cervello disfunzionale, si neutralizza la domanda sul senso e sulle cause profonde della sua sofferenza.

3. Perché la dipendenza non si esaurisce nella fisiopatologia

Se davvero la dipendenza fosse una mera conseguenza di alterazioni cerebrali, ci aspetteremmo che l’uso prolungato di sostanze conduca inevitabilmente alla dipendenza in un’alta percentuale di casi. Ma i dati non confermano questo determinismo biologico. In Inghilterra, nel 2017, si sono registrate 2,8 milioni di prescrizioni di oppioidi nel solo ambito della medicina generale, ma meno del 2 per 1000 dei pazienti ha sviluppato dipendenza (Klimas et al., 2019). La maggior parte degli utenti medici non diventa dipendente, e molti consumatori di sostanze illegali riescono a gestirne l’uso senza sviluppare comportamenti compulsivi (Shewan & Dalgarno, 2005).

Questa evidenza suggerisce che la dipendenza non è contenuta nella sostanza né nelle sue proprietà farmacologiche, ma emerge dall’interazione tra sostanza, individuo e contesto. Dolore cronico, trauma, perdita, depressione, stress sociale e mancanza di senso sono tutti fattori umani che giocano un ruolo determinante nell’uso problematico di droghe (Johnstone et al., 2018; Hammersley et al., 2016). L’assunzione di oppiacei, in particolare, viene spesso descritta dai consumatori come un modo per gestire emozioni difficili, pensieri intrusivi, o condizioni esistenziali insostenibili.

Gli interventi basati esclusivamente sulla modulazione neurochimica – come l’uso di metadone, naloxone o i vaccini anti-cocaina – falliscono quando non affrontano i significati, i motivi e i bisogni soggettivi che alimentano l’uso (Hammersley, 2014). Le conseguenze cliniche e sociali di questi insuccessi sono ben documentate: elevati tassi di dropout dai programmi, alti livelli di recidiva e un senso diffuso di demotivazione tra i pazienti. In molti casi, l’assenza di una dimensione relazionale e narrativa nel trattamento rende difficile il consolidarsi di processi di cambiamento significativi e duraturi. La psicofarmacologia può sedare il sintomo, ma non trasformare la vita. Ad esempio, uno studio etnografico condotto da Bourgois e Schonberg (2009) tra senzatetto dipendenti da eroina a San Francisco ha mostrato che i trattamenti basati esclusivamente sulla metadone, senza supporto relazionale, portavano a una forma di sopravvivenza biologica senza prospettiva, rinforzando un’identità passiva e cronicizzata. I soggetti non riferivano un miglioramento nella qualità della vita, né un reale senso di agency o reinserimento sociale, ma piuttosto una gestione farmacologica della marginalità.

4. Il livello umano: caratteristiche e specificità

4.1 Riflessività e interiorizzazione

Le teorie scientifiche influenzano i comportamenti che pretendono di descrivere. Conoscere una diagnosi, un’etichetta o un modello di dipendenza modifica la condotta individuale, le scelte terapeutiche, l’identità sociale. Hammersley (2011) mostra come l’idea di “Ecstasy” come “love drug” sia stata in parte prodotta da rappresentazioni mediatiche, che hanno generato domanda e mercato. La diffusione di conoscenze distorte – ma culturalmente potenti – contribuisce a costruire i fenomeni che si vorrebbero spiegare.

Un esempio di questo meccanismo riflessivo si osserva nei percorsi di trattamento dove l’idea di “dipendenza cronica recidivante”, centrale nella definizione biomedica di questa condizione, viene interiorizzata come identità permanente. In uno studio clinico condotto su pazienti in trattamento a lungo termine per dipendenza da alcol, alcuni soggetti hanno dichiarato di sentirsi “programmati per ricadere”, proprio in virtù dell’etichetta diagnostica ricevuta. Questa narrazione, lungi dal favorire il cambiamento, alimentava una visione fatalistica del sé, inibendo la fiducia nella possibilità di trasformazione (Johnstone et al., 2018). In tal senso, il concetto biomedico, la classificazione diagnostica, non si limitano a descrivere una condizione: la producono e la stabilizzano nel tempo attraverso la performatività del linguaggio clinico.

4.2 Teleologia

Le azioni umane sono orientate da scopi. Nessuno “sceglie” di diventare dipendente, ma molte persone fanno uso di sostanze per rispondere a bisogni concreti: sollievo dal dolore, inclusione sociale, piacere, fuga dalla sofferenza. Anche l’uscita dalla dipendenza spesso avviene senza interventi medici o psicologici, ma attraverso decisioni agentive, seppur non sempre lineari o consapevoli (Granfield & Cloud, 1999; Mullen & Hammersley, 2006).

4.3 Embodiment

La dipendenza è un processo incarnato: coinvolge il corpo, l’ambiente, le sensazioni, le abitudini motorie. La teoria della cognizione incarnata suggerisce che il pensiero non è solo simbolico, ma strettamente legato al corpo e all’ambiente. Nel contesto della dipendenza, ciò si traduce in pratiche concrete: la ritualità dell’uso, i gesti ripetuti, i luoghi familiari, l’orario, il ritmo corporeo che accompagna la sostanza. Il craving stesso si manifesta spesso in forma corporea – come tensione, tremore, variazioni del respiro – e viene scatenato da segnali ambientali associati all’esperienza. L’incarnazione della dipendenza è visibile anche nella difficoltà a rompere abitudini profondamente radicate nella memoria procedurale, che sfuggono alla sola volontà razionale. Comprendere questi aspetti implica andare oltre la mente intesa come puro calcolo o intenzione, riconoscendo il ruolo delle dimensioni somatiche ed ecologiche nell’organizzazione dell’agire.

L’interazione tra corpo, emozione e contesto è essenziale per comprendere perché certi comportamenti si consolidino e altri no. Ad esempio, il craving per una sostanza può essere riattivato non solo da segnali farmacologici o fisiologici, ma anche da contesti sociali specifici: il solo passaggio in un luogo abitualmente associato all’uso, o l’incontro con persone legate alla pratica di consumo, può evocare sensazioni corporee e desideri intensi. Questi stimoli situati, incarnati e relazionali dimostrano quanto la dipendenza sia radicata in una rete di significati ambientali e affettivi, piuttosto che in una semplice alterazione interna al cervello o alla volontà individuale.

4.4 Potere e sapere

Le definizioni di dipendenza non sono neutre, ma veicolano poteri. Chi ha il potere di definire ciò che è patologico controlla anche le risorse, le diagnosi, i trattamenti. Le industrie farmaceutiche, i media, gli enti di ricerca giocano un ruolo cruciale nella costruzione della realtà della dipendenza (Goldacre, 2013; Bourgois & Schonberg, 2009). Il sapere tecnico si intreccia con interessi economici e politici, spesso rendendo invisibili le esigenze reali dei soggetti coinvolti.

5. Diagnosi o formulazione clinica?

Il modello diagnostico-biomedico si fonda sull’assunto che le condizioni psicologiche e comportamentali abbiano una base nosologica ben definita e trattabile tramite protocolli standardizzati. Tuttavia, nel caso delle dipendenze, questo approccio mostra gravi limiti. Le diagnosi sono spesso poco affidabili, le comorbidità frequenti, e il decorso delle cosiddette “patologie” è altamente variabile (Johnstone et al., 2018).

L’alternativa proposta da diversi autori è l’approccio della formulazione clinica, già largamente assestato in psicologia ma meno presente nell’approccio medicalizzato: non fermarsi alla classificazione del soggetto, ma comprenderne la traiettoria esistenziale, i significati attribuiti all’esperienza, i fattori contestuali, relazionali e simbolici che sostengono o contrastano l’uso. La formulazione, più che una diagnosi, è una narrazione condivisa, un atto epistemico ed etico che riconosce la persona nella sua unicità. L’obiettivo non è etichettare ma comprendere e orientare l’intervento.

In contesti clinici, questo approccio ha mostrato notevoli vantaggi. Ad esempio, nei servizi per tossicodipendenze in contesto residenziale, alcuni gruppi terapeutici hanno applicato la formulazione collaborativa come strumento per promuovere agency e senso di coerenza nel paziente. In uno studio riportato da Johnstone et al. (2018), pazienti con lunga storia di ricadute riferivano, grazie alla formulazione, una rinnovata comprensione del proprio uso di sostanze in termini di adattamenti soggettivi a traumi precoci e contesti relazionali instabili. Ciò favoriva un senso di possibilità trasformativa, spesso assente nei contesti in cui la diagnosi imponeva una cornice deterministica. La formulazione consente di situare la dipendenza nella storia vissuta della persona, attivando risorse narrative e riflessive fondamentali per ogni cambiamento significativo.

6. Il paradosso della cura che genera la malattia

Una delle più inquietanti implicazioni del paradigma biologico è la sua capacità di oscurare le responsabilità sistemiche e politiche nella gestione delle dipendenze. Negli Stati Uniti, la crisi degli oppioidi ha causato oltre un milione di morti per overdose tra la fine degli anni ’90 e il 2023. Sebbene nel 2024 si sia registrato un calo del 27% delle morti per overdose, con circa 80.000 decessi rispetto ai 110.000 dell’anno precedente (AP News, 2024), le overdose rimangono la principale causa di morte tra gli americani di età compresa tra i 18 e i 44 anni (WSJ, 2024).

Questa tragedia è stata alimentata da decenni di politiche sanitarie e industriali che hanno promosso l’uso massiccio di oppioidi da prescrizione, spesso minimizzando i rischi di dipendenza. Le aziende farmaceutiche, attraverso strategie di marketing aggressive, hanno contribuito a diffondere l’uso di questi farmaci, portando a una crisi sanitaria senza precedenti (IRPI Media, 2023). Il paradigma biologico, focalizzandosi esclusivamente su aspetti neurochimici, ha spesso distolto l’attenzione da queste responsabilità sistemiche, impedendo una riflessione critica sulle cause profonde della crisi.

7. Verso una scienza pluralista e incarnata della dipendenza

Rifiutare il riduzionismo biologico non significa negare il valore delle neuroscienze, ma collocarle entro un orizzonte epistemologico più ampio. L’approccio del pragmatic realism proposto da Harré e Moghaddam (2012) suggerisce una scienza capace di riconoscere la coesistenza di molteplici livelli di spiegazione, senza subordinare i livelli più complessi a quelli più semplici. In questa prospettiva, biologia, cultura, esperienza e relazioni sociali sono co-costitutive del fenomeno della dipendenza. Un esempio di questo approccio integrato è ad esempio il nuovo modello Teoria ecologica delle dipendenze di cui ho parlato in un altro articolo.

Un’autentica applicazione del modello biopsicosociale trova riscontro, ad esempio, in alcuni programmi di trattamento integrato per la dipendenza da alcol sviluppati nei Paesi Bassi, in cui l’intervento psicoterapeutico individuale viene affiancato da terapie di gruppo, coinvolgimento familiare e azioni di reinserimento sociale e lavorativo. In questi casi, i tassi di completamento dei percorsi risultano significativamente più alti rispetto ai programmi esclusivamente farmacologici, e la percezione soggettiva di miglioramento – in termini di benessere, relazioni, identità – è decisamente più marcata (Klingemann & Loser, 2018).

8. Conclusione

Per superare i limiti del paradigma neurocentrico delle dipendenze è allora urgente ripensare la dipendenza come esperienza incarnata, situata, intrecciata a storie personali, contesti culturali e condizioni materiali. Solo un approccio pluralista e profondamente umano potrà fondare una scienza e una pratica delle dipendenze realmente efficaci, giuste e trasformative. In questa direzione, la ricerca dovrebbe orientarsi verso studi longitudinali che esplorino il cambiamento nella vita quotidiana delle persone, integrando strumenti narrativi, etnografici e partecipativi. Allo stesso tempo, la prassi clinica dovrebbe valorizzare l’ascolto attivo, la co-costruzione di senso e l’intervento comunitario come elementi centrali dei percorsi di cura. Sarebbe auspicabile che le istituzioni accademiche e sanitarie adottassero linee guida che includano, accanto alla formazione sulle basi neurobiologiche, anche moduli dedicati alla comprensione narrativa, alla clinica centrata sulla persona, e al lavoro sulle dimensioni relazionali e ambientali della dipendenza. Analogamente, la prassi clinica dovrebbe essere riorientata verso équipe multidisciplinari che integrino psicologi, educatori, operatori di comunità e peer supporter, valorizzando la dimensione dialogica e l’impegno con i contesti di vita reali degli utenti.

Bibliografia

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