Come si raccontano le persone affette da gioco d’azzardo patologico? Che informazioni possiamo estrarre dalle loro narrazioni? Uno studio condotto dalla SISSA e dall’Università di Roma Tre, coordinato da me e da Francesco Ferretti, ha analizzato per la prima volta in dettaglio le parole e le costruzioni linguistiche usate da persone affette da disturbo da gioco d’azzardo. I ricercatori hanno identificato così alcuni elementi caratteristici del loro stato emotivo e cognitivo nei diversi stadi della malattia. Lo studio apre nuovi scenari per lo sviluppo di recupero e prevenzione basati sulle competenze linguistiche ed è stato appena pubblicato su Addictive disorders and their treatment: https://journals.lww.com/addictiondisorders/Abstract/2020/12000/Linguistic_Analysis_of_Self_Narratives_of_Patients.3.aspx.
Scopo dello studio è stato quello di indagare i processi affettivi e cognitivi alla base dei racconti di sé dei pazienti con disturbi del gioco d’azzardo attraverso un’analisi del linguaggio verbale.
Le narrazioni come specchio dei processi psicologici interni

Condividere, attraverso il racconto, le proprie esperienze con amici o parenti è un esercizio che tutti noi svolgono quotidianamente. Eppure le narrazioni personali rappresentano un processo per nulla banale. Ci aiutano a ordinare e ad assegnare un senso alle nostre esperienze, permettono di integrare i diversi aspetti del vissuto psichico, dei diversi tempi – tra passato, presente e futuro – in cui vive la nostra mente. In questo modo le narrazioni personali fanno emergere un senso del Sé coerentemente strutturato e di conseguenza contribuiscono alle capacità di regolazione delle emozioni, al comportamento volontario, all’autocontrollo. Le narrazioni personali, nella forma e nei contenuti, costruiscono di fatto le identità di una persona. I racconti personali non costituiscono soltanto un modo per parlare di una vita, ma sono uno dei principali strumenti attraverso cui noi modelliamo le nostre identità personali.
Le parole che un individuo usa quando racconta un fatto o descrive uno stato interno riflettono i suoi stati psicologici e rappresentano anche il suo particolare stile cognitivo, emotivo, i tratti di personalità, nonché anche gli eventuali sintomi di disturbi psicologici di cui può soffrire.
Per queste ragioni, il racconto di sé rappresenta anche un’importante via di accesso ai processi emotivi e cognitivi che viene utilizzata sia nei contesti di ricerca che in quelli terapeutici.
La metodologia di indagine
Nello studio un’intervista semistrutturata è stata somministrata a 30 pazienti con disturbo del gioco d’azzardo (24 maschi e 6 femmine; età media: 46,63±9,08 anni) riguardante le varie aree tematiche della loro condizione: definizione della dipendenza, insorgenza e mantenimento della dipendenza, ricadute, desiderio, perdita di controllo, strategie di controllo e trattamento.
L’uso delle parole nei racconti è analizzato e stato categorizzato utilizzando il software di linguistica computazionale LIWC (Linguistic Inquistic Inquiry and Word Count) di James Pennebaker. In particolare, le variabili analizzate sono state le parole legate alle emozioni, l’uso di parole legate ai pronomi e le parole riferite al tempo.
I risultati
Lo studio sembra aver identificato diversi marcatori linguistici delle problematiche emotive e cognitive dei giocatori d’azzardo, che variano nelle diverse fasi della dipendenza. Il più evidente fra tutti è l’assenza totale di parole e frasi riferite al futuro. Ciò probabilmente è allo stesso tempo indice e causa della difficoltà che ha il giocatore d’azzardo a pensare agli effetti sul suo domani dei comportamenti impulsivi e rischiosi. Altro marcatore narrativo sembra essere l’uso contemporaneo di espressioni in prima persona e in forma passiva per raccontare il rapporto col gioco. Le prime indicano il senso di essere agente e responsabile dei comportamenti di gioco. Le seconde esprimono la sensazione di essere agiti, passivi, trascinati dal desiderio e dagli automatismi. Questa contraddittorietà narrativa è indice di una profonda frattura tra i diversi sistemi funzionali che mediano i comportamenti. A questi marcatori si affianca una estrema difficoltà a descrivere i vissuti emotivi legati al desiderio di giocare e alla perdita del controllo. Il desiderio di giocare è peraltro descritto contraddittoriamente da termini che rimandano a sensazioni positive e parole riferite a emozioni negative. Questo deficit narrativo sembra migliorare con il percorso terapeutico.
Si tratta di uno studio pilota che ha permesso di dimostrare l’importanza dell’analisi del linguaggio nella comprensione delle funzioni psicologiche coinvolte nelle dipendenze. Dal punto di vista clinico, i marcatori narrativi possono rappresentare un nuovo strumento di supporto nel processo terapeutico, oltre che un possibile strumento di riconoscimento di soggetti a rischio. Essi aprono inoltre la strada all’impiego di tecniche di potenziamento delle competenze narrative generali come strategie complementari nei percorsi di cura delle dipendenze, in analogia a quelle che si stanno sperimentando ad esempio con i pazienti affetti da autismo.
Stefano Canali
