La dipendenza viene definita come la perdita del controllo volontario dell’uso di una droga, di una sostanza psicoattiva, o di un comportamento, come è nel caso del gioco d’azzardo patologico. Esistono certamente tutta una serie di correlati fisiologici e cerebrali e ne abbiamo parlato in moltissimi articoli (vedi ad esempio qui o qui). Tuttavia, caratterizzarla solo come malattia è piuttosto controverso, perché la dimensione fondamentale della dipendenza si realizza nell’orizzonte morale, inteso nel suo senso più originario: la capacità di decidere in modo autonomo.

La dipendenza allora può irrigidire il campo del possibile, costringere l’espressione delle potenzialità della vita di un individuo. Così la dipendenza può minare ciò che costituisce la sostanza più autentica dell’esistenza umana: la scelta tra possibilità, il tentativo dell’indipendenza e della personale realizzazione di un disegno di vita, momento per momento, tra rischio e speranza. E allora la dipendenza può anche essere vista come una patologia della libertà, una malattia esistenziale che moltiplica i limiti, i ceppi e le manette che condizionano ogni vita. Spesso nasce per il dolore e il male che erompe da questi vincoli, dai limiti che ci sono imposti e su cui non possiamo agire, dall’estraneità che proviamo verso questo inevitabile assedio: come la malinconia un marinaio a terra, di un viandante senza meta, alla scoperta che non può più camminare. Una malinconia per quegli spazi sconosciuti, spesso ostili, imprevedibili, comunque duri, ma sempre più liberi delle frontiere, delle mura, delle porte che non è dato aprire.
Guarire dalla dipendenza allora è un processo di liberazione, di riappropriazione delle potenzialità, un ritorno alla libertà dal desiderio, dalla paura dell’astinenza; un ritorno alla libertà dai comportamenti agiti senza consapevolezza, automatismi che comunque portano poi alla colpa e alla vergogna.
Per questa ragione, in questo giorno e per i temi che il sito tratta, mi è sembrato giusto parlare di dipendenza e liberazione e mi sembra utile riportare sotto una poesia di Rafael Alberti sui ritorni della libertà.
Stefano Canali
Ritorni della dolce libertà
Rafael Alberti
Potevi, quand’eri un marinaio in terra,
esser più libero d’adesso,
lietamente vagando
dalle ormeggiate terre infuocate
del tuo giovane sognare, per le profonde
valli d’orti sottomarini, per le verdi
fiancate di delfini, sommersi sentieri
che portavano a dolci desiderate sirene.
Potevi, ben potevi allora, ben potevi,
senza inutili lacrime o imposti affanni
viaggiare, gonfie di vento le labbra e un colpo
di aperta luce in mezzo al cuore e bene eretta
la valente vita cadente dalla tua fronte.
Dove le frontiere, allora, quel timore,
quell’orrore dei limiti,
quell’assedio che senti stringersi nella notte
come un triste mandato da compiersi all’alba?
Libertà, dolce e mia, anche se tanto bambina,
anche se cosi piccoli erano i tuoi teneri passi, dimmi,
rispondimi se i tuoi piccoli orecchi ancora
mi conoscono: Non cerchi, cantando nella fuga,
di riportarmi alle tue libere felici terre?
Chi t’imprigiona, dimmi? Dimmi, chi ti tiene in ceppi?
Chi ti ammanetta le ali e chi, dimmi, spranghe
ti inchioda sulla lingua e solo d’ombre ti circonda?
Libertà, non lasciarmi. Torna da me, dura e dolce,
come fresca fanciulla cresciuta nella pena.
Oggi il mio braccio è più forte di ieri e il mio canto,
infiammato nel tuo, può per sempre aprire
sugli orizzonti del mare la nostra mattina.
