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Covid-19, distanziamento sociale, senso di solitudine e malattie psichiatriche

l provvedimenti di lockdown hanno avuto un grave impatto sulla salute mentale mondiale. Studi di revisione sistematica sugli articoli scientifici usciti sull’argomento tra cui il recentissimo lavoro pubblicato sul Journal of Health Psychology, riportano prevalenze elevatissime di disturbi psicologici associati al Covid-19 e alle restrizioni sociali imposte alla popolazione per ostacolare la diffusione dell’infezione. La prevalenza più elevata nella popolazione generale a livello internazionale è quella del disturbo post-traumatico da stress (33%), il disturbo d’ansia al 28% e la depressione al 22%. Importanti anche le conseguenze psicologiche secondarie come rabbia, panico, irritabilità, alterazione del sonno che prese insieme hanno riguardato quasi la totalità delle popolazioni studiate. La revisione sistematica ha analizzato gli studi condotti sino a metà aprile, quindi le conseguenze psicologiche individuate sono quelle acute. Restano ancora sconosciute, ma purtroppo prevedibili, quelle a lungo termine, considerando l’impennata attuale dei contagi e il ripristino di varie forma di lockdown o restrizioni all’interazione sociale.
La ricerca scientifica ha già ampiamente accertato che in generale l’isolamento sociale e il senso di solitudine sono tra le principali cause dei più comuni disturbi mentali, come la depressione e l’ansia.
 

Isolamento e rischio di sviluppare disturbi mentali

Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, condotto su un campione di quasi 21.000 persone in Gran Bretagna e lungo un arco temporale di circa 25 anni, indica che le persone che vivono sole e isolate hanno un rischio più elevato di sviluppare un disturbo mentale comune, in particolare ansia e depressione. L’aumento del rischio sembra assai consistente, perché lo studio suggerisce che chi vive solo e isolato, rispetto a chi vive con altri, ha una probabilità di andare incontro a depressione e ansia sino a più del doppio (tra 1,5 e 2,5 volte). Ciò sembra indipendente dai livelli di istruzione, dall’età, dal sesso, dalla posizione sociale e da altri fattori di tipo demografico o sanitari, come sedentarietà, sovrappeso, fumo, consumo di alcol e altre sostanze psicoattive, cattiva alimentazione. Vale a dire che rispetto a questi altre variabili, pure apparentemente importanti, vivere soli e l’isolamento sociale sono i fattori di rischio più forti.
Lo studio ha provato anche a valutare quali siano i fattori principali nel mediare il passaggio dalla condizione di vivere da soli, dall’isolamento sociale al disturbo psicologico. Tra queste variabili lo studio ha inserito anche fattori di tipo soggettivo, come il senso di solitudine e la percezione del supporto sociale. È possibile infatti che sia il modo in cui ci si sente a vivere da soli che di fatto poi predisponga o meno a sviluppare depressione o ansia.
Edward Hopper, City Roofs, 1932

Senso di solitudine

Il senso di solitudine è stato valutato con un elemento del Social Functioning Questionnaire (SFQ). Agli intervistati è stato chiesto di valutare fino a che punto si erano sentiti “soli e isolati dalle altre persone” nelle ultime due settimane con le opzioni di risposta “molto”, “a volte”, “non spesso” e “per niente”. Coloro che hanno risposto “a volte” e “molto” sono state classificate come sole.
Il supporto sociale invece è stato misurato con un questionario di 7 domande con cui si chiedeva ai partecipanti se la famiglia e gli amici facessero qualcosa per renderli felici; per farli sentire amati; se potevano contare sulla famiglia e gli amici; se giudicavano che questi avevano cura di loro; se percepivano che famiglia o amici li accettavano così come sono; li facevano sentire una parte importante della loro vita e davano loro sostegno e incoraggiamento.
Lo studio ha accertato che il senso di solitudine è il fattore più forte dell’associazione tra vivere da soli e disturbi mentali, spiegando circa l’84% dell’associazione nel suo complesso, mentre tutti gli altri fattori associati al vivere soli, come cattiva alimentazione, sedentarietà, sonno disordinato, uso di alcol o tabacco e droghe e così via contribuiscono al massimo al 20% del rischio.
È stato suggerito che il senso di solitudine può portare a sviluppare un disturbo psicologico attraverso la ruminazione, le valutazioni negative su amici e compagnia sociale che comportano ostilità e fobia sociale finendo così per aumentare isolamento e solitudine. Altri studi hanno indicato che il senso di solitudine fa vivere in una condizione di stress cronico e attiva quindi la risposta neuroendocrina dello stress, con livelli di cortisolo cronicamente più elevati. Ciò compromette fondamentali meccanismi e strutture cerebrali, in particolare centri e funzioni della corteccia cerebrale al centro della regolazione delle emozioni, dell’autocontrollo, del controllo volontario del comportamento, delle funzioni esecutive. La diminuzione delle capacità di autocontrollo a sua volta aumentare il rischio di sviluppare abitudini patogene, come sedentarietà anche apatia e uso di sostanze. Allo stesso tempo, la compromissione delle funzione esecutive riduce le capacità di pianificazione, la flessibilità cognitiva con conseguente rigidità mentale e abbassamento delle abilità di adattamento all’ambiente e alle relazioni: funzioni cruciali per mantenere la salute mentale in questo difficile momento.
 

Lo stress della solitudine e la vulnerabilità alle infezioni e alla malattie somatiche

L’attivazione cronica dell’asse dello stress, con la cascata di eventi ormonali e molecolari associata purtroppo determina pure l’alterazione delle funzioni del sistema immunitario, favorendo una maggiore vulnerabilità verso le malattie infettive ma anche quelle oncologiche, lo sviluppo di tumori.
I governi a livello mondiale stanno cercando di combattere la pandemia da Covid-19 con provvedimenti che aumenteranno la distanza sociale e acuiranno l’isolamento di chi è già solo ora e vive la solitudine. E’ tuttavia imperativo che modulino attentamente le restrizioni sociali considerando l’enorme impatto sanitario che ha la solitudine e il senso di solitudine e adottando opportune misure di supporto sociale per chi è solo.
Ma esiste anche la responsabilità di tutti noi verso gli altri che conosciamo e verso i nostri vicini. Dobbiamo cercare di provvedere forme di prossimità e sostegno soprattutto ai tanti che vivono soli, dimostrare presenza, premura, praticare atti compassionevoli, anche di piccola assistenza materiale o cercare il dialogo. Non aspettare che chiedano aiuto perché spesso chi soffre di solitudine o di un disturbo dell’umore non cerca gli altri e si avvita nell’isolamento.
La paura dell’attuale curva dei contagi non ci induca a pensare l’epidemia di solitudine, della solitudine che genera isolamento, abbandono, ritiro, come meno pericolosa di quella del Covid-19.
 
Stefano Canali
 

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