filosofia, scienze COGNITIVE, NEUROETICA

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

SEZIONI TEMATICHE

ESPOSIZIONE MULTIMEDIALE

SAPERNE DI PIÙ

L’uso problematico dei social media non coincide con l’uso intenso e non è ancora una diagnosi riconosciuta. I dati HBSC indicano però un aumento netto in Europa e in Italia. L’articolo ricostruisce vulnerabilità psicologiche, processi di mantenimento, correlati cerebrali ed esiti psichiatrici, e discute la responsabilità progettuale delle piattaforme.
Paula Modersohn-Becker, Ritratto di ragazza con le mani sul petto, 1905

Lo specchio che cattura e deforma. Uso problematico dei social media e salute mentale nei giovani

«Inopem me copia fecit» (l’abbondanza mi ha reso povero). Ovidio, Metamorfosi, III, 466.


Un costrutto in cerca di nome

Gillian Wearing, Dancing in Peckham
Gillian Wearing, Dancing in Peckham

Che l’uso intensivo dei social media si accompagni, in una quota non trascurabile di adolescenti, a insonnia, ansia, ruminazione e disagio corporeo è acquisizione epidemiologica ormai stabile e certa. Che ne sia la causa, in loro e in generale, è affermazione che la letteratura degli ultimi cinque anni non autorizza nella sua forma semplice e deiretta, ma che tuttavia sembra circolare con una disinvoltura inversamente proporzionale alla solidità delle prove che la sosterrebbero.

Conviene allora cominciare dal nome. «Dipendenza da social media» non è, ad oggi, una diagnosi autonoma, una patologia mentale definita e riconosciuta. Il DSM-5-TR riconosce come dipendenza comportamentale il solo disturbo da gioco d’azzardo e mantiene l’Internet Gaming Disorder fra le condizioni da approfondire, mentre l’ICD-11 ammette disturbo da gioco d’azzardo e disturbo da videogiochi, lasciando l’uso dei social nel limbo dei costrutti di ricerca. La formula scientificamente più sorvegliata per descrivere questa condizione è allora uso problematico dei social media (Problematic Social Media Use, PSMU), che rinvia a perdita di controllo, salienza mentale del comportamento, conflitto con gli altri impegni e compromissione del funzionamento quotidiano, non alla quantità di tempo trascorsa in connessione. La Social Media Disorder Scale, impiegata nelle sorveglianze internazionali, interroga nove domini (preoccupazione, tolleranza, astinenza, tentativi falliti di riduzione, abbandono di altre attività, problemi interpersonali, inganno, uso come fuga dalle emozioni negative, conflitto) e classifica a rischio chi risponde affermativamente ad almeno sei (van den Eijnden et al., 2016).

Tre livelli vanno tenuti distinti, pena la confusione di tutto il discorso che segue. L’uso intenso, molte ore e contatto continuo, che di per sé non implica patologia e può accompagnarsi a buon sostegno fra pari. L’uso problematico, dimensionale, definito dalla perdita di controllo e dall’interferenza. Il disturbo clinico vero e proprio, che richiederebbe sofferenza persistente, compromissione significativa e diagnosi differenziale, e per il quale manca ancora una categoria nosografica riconosciuta. Confondere il primo con il terzo è l’errore più diffuso, e il più costoso.

Undici per cento, e i suoi margini

L’indagine HBSC 2021/2022, condotta dall’Ufficio regionale europeo dell’OMS su quasi 280.000 ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni fra Europa, Asia centrale e Canada, ha classificato come utenti problematici l’11% del campione, contro il 7% del 2018. La prevalenza risulta maggiore nelle ragazze (13%) rispetto ai ragazzi (9%); oltre un terzo dei giovani (36%) riferisce contatto online pressoché continuo con gli amici, quota che sale al 44% fra le quindicenni (WHO Regional Office for Europe, 2024).

Il dato italiano merita attenzione particolare, anche perché viene spesso citato in versione obsoleta. La Sorveglianza HBSC-Italia 2022 ha coinvolto 89.321 ragazzi fra gli 11 e i 17 anni e colloca al 13,5% la quota nazionale a rischio di uso problematico, con una forbice di genere ampia (10,3% fra i maschi, 16,9% fra le femmine), un picco a 13 anni che tende poi a decrescere, prevalenze più elevate in alcune regioni meridionali e una lieve sovrarappresentazione nelle famiglie con minore agiatezza (Galeotti et al., 2023; Istituto Superiore di Sanità, 2023). Rispetto al 2018, quando la prevalenza complessiva sugli undicenni, tredicenni e quindicenni era dell’8,8%, l’incremento appare coerente in entrambi i sessi, benché il confronto vada maneggiato con prudenza. La rilevazione 2022 estende il campione fino ai diciassettenni, e la composizione per età non è sovrapponibile.

Circolano poi stime assai più alte. Una meta-analisi su 2.123.762 persone in 64 Paesi colloca al 17,42% la prevalenza della «social media addiction» nella popolazione generale (Meng et al., 2022). Il numero impressiona e per questo viene ripreso di continuo, ma non andrebbe trattato come prevalenza clinica: aggrega strumenti, soglie, periodi e contesti fortemente eterogenei, non è specifico per la fascia 10-24 anni, e soprattutto eredita il limite che grava su tutta questa letteratura, ossia la tendenza di alcune scale a patologizzare un coinvolgimento elevato ma non disfunzionale. Uno studio su 2.023 adolescenti ha mostrato, in modo molto istruttivo, che indicatori come il sovrauso percepito, il senso di obbligo sociale e la preoccupazione associata all’uso predicevano il disagio meglio del tempo di connessione. Le ore, insomma, misurano male ciò che pretendono di misurare.

La grana dell’evidenza va dichiarata, perché orienta ogni conclusione successiva. Predominano studi osservazionali e autovalutazioni; le definizioni non sono uniformi; le piattaforme si trasformano più rapidamente dei cicli di ricerca. In una scoping review di 140 studi su under 25, soltanto 26 erano longitudinali, tre randomizzati, e appena il 2,9% esaminava relazioni propriamente causali.

Vulnerabilità che precedono

Le cause psicologiche dell’uso problematico non vanno cercate, in prima battuta, nei social media. Vanno cercate in ciò che il ragazzo porta con sé quando li incontra.

Le revisioni degli studi longitudinali convergono su un repertorio ricorrente di predittori, tra cui: relazioni problematiche con i pari, propensione al confronto sociale, paura dell’esclusione, affettività negativa, sensation seeking, salute mentale già fragile. Ansia sociale, sintomi depressivi, solitudine, bassa autostima, difficoltà di regolazione emotiva e di controllo inibitorio, impulsività, avversità infantili, conflittualità familiare e svantaggio relativo accrescono la probabilità che la connessione venga impiegata come compensazione, evitamento o ricerca di rassicurazione. Una ricerca condotta negli Stati Uniti ha associato le esperienze sfavorevoli nell’infanzia all’uso problematico di schermi nella prima adolescenza, suggerendo che il terreno si prepari assai prima del primo account.

Lo stesso HBSC, su 43 Paesi, ha mostrato che il rischio si concentra nei giovani relativamente deprivati e nelle scuole più diseguali, e che il sostegno familiare e dei pari esercita una funzione protettiva misurabile. È un risultato che andrebbe tenuto in evidenza ogni volta che il dibattito pubblico scivola verso la spiegazione monocausale, perché la distribuzione del rischio segue le linee di frattura sociali, come quasi sempre accade in epidemiologia della salute mentale.

I processi che mantengono il circolo

Se le vulnerabilità aprono la porta, sono alcuni processi psicologici e psicosociali a mantenerla spalancata. Vale la pena esaminarli uno per uno, perché ciascuno suggerisce un diverso punto di leva preventiva.

Confronto ascendente e autostima contingente

L’esposizione selettiva a immagini corpi perfetti, successi e stili di vita idealizzati alimenta il confronto sociale ascendente, quello con modelli percepiti come superiori. Quando tali standard vengono interiorizzati, la discrepanza fra sé reale e sé ideale può tradursi in vergogna, inadeguatezza, ruminazione, sintomi ansiosi e depressivi. Il meccanismo non si esaurisce nella visione passiva: l’editing della propria immagine, il monitoraggio delle metriche, l’auto-oggettivazione (il guardarsi con lo sguardo di chi valuta) trasformano l’identità online in un sistema di valutazione permanente. In adolescenza, quando appartenenza e reputazione fra pari acquistano salienza massima, l’approvazione quantificata rende l’autostima più contingente, cioè più dipendente dal responso esterno e più instabile.

FoMO, telepressione, frammentazione

La Fear of Missing Out combina timore di esclusione e bisogno di restare aggiornati. Notifiche e norme implicite di risposta rapida generano controllo ripetuto, frammentazione attentiva e telepressione, ossia la pressione percepita a essere sempre reperibili; l’interruzione dell’accesso può produrre irritabilità e inquietudine. Confronto sociale, FoMO, pressione dei pari e relazioni insoddisfacenti emergono con regolarità come predittori longitudinali dell’uso problematico.

L’uso come evitamento

Qui si colloca, a mio parere, il nodo clinicamente più interessante. La connessione può iniziare come strategia adattiva di distrazione o di ricerca di sostegno, e diventare problematica quando sostituisce l’elaborazione emotiva, il problem solving e il contatto con fonti offline di aiuto. Il sollievo immediato rinforza l’evitamento per via negativa, la via più tenace; nel tempo si riducono la tolleranza della noia, la capacità di sostare in emozioni spiacevoli, la flessibilità comportamentale. Una meta-analisi sull’uso problematico di Internet nei 14-24enni rileva una correlazione positiva e di grado moderato con l’ansia sociale (r = 0,333), con direzione verosimilmente reciproca.

Cybervittimizzazione e sonno

Cyberbullismo, esclusione, molestie e diffusione non consensuale di contenuti possiedono caratteristiche amplificanti che l’aggressione in presenza non ha: pubblico ampio, persistenza del materiale, replicabilità, accessibilità ininterrotta. Nel campione italiano del 2018 l’uso problematico co-occorreva con probabilità circa doppia o tripla di subire e di agire cyberbullismo; trattandosi di dati trasversali, indicano associazione e non direzione.

Il sonno, infine, appare il mediatore più plausibile fra uso e sintomi. Rinvio volontario dell’addormentamento, attivazione emotiva serale, notifiche notturne e spiazzamento del riposo compromettono controllo inibitorio e regolazione affettiva, accrescendo irritabilità, sensibilità al rifiuto e sintomatologia ansioso-depressiva. Una revisione di 28 studi prospettici conclude in questo senso, pur segnalando una qualità metodologica complessivamente bassa.

Amplificazione algoritmica

I sistemi di raccomandazione ripropongono contenuti simili a quelli già visualizzati e possono così addensare nicchie ad alta concentrazione di materiale su magrezza, autolesionismo, suicidio, sostanze. L’esposizione ripetuta normalizza, fornisce copioni, abbassa la percezione del rischio e mette in contatto utenti vulnerabili fra loro. Lo stesso meccanismo, va detto con onestà, può offrire appartenenza e aiuto a ragazzi isolati o appartenenti a minoranze. Quel che cambia l’esito è il contenuto, e il contenuto dipende da come il sistema è stato progettato.

Meccanismi cerebrali: salienza sociale, non lesione

Paula Modersohn-Becker, Ritratto di ragazza con le mani sul petto, 1905
Paula Modersohn-Becker, Ritratto di ragazza con le mani sul petto, 1905

Il discorso pubblico sui «cervelli danneggiati dai social» merita una correzione netta, perché sovrainterpreta sistematicamente risultati che dicono qualcosa di diverso e, in verità, di più sottile.

Una revisione sistematica di 11 studi di neuroimmagine, per 504 partecipanti complessivi, mostra che il feedback sociale positivo (il «like») recluta nucleus accumbens e striato ventrale, corteccia prefrontale ventromediale e amigdala, con attività dell’accumbens associata a maggiore intensità d’uso; il feedback negativo attiva invece regioni prefrontali implicate nella valutazione e nella regolazione. Sono correlati neurali dell’elaborazione del riscontro sociale, e tali vanno chiamati. Nessuno di questi dati dimostra cocnlusivamente che le piattaforme «alterino il funzionamento della dopamina» o producano danno irreversibile.

Più interessante, sul piano evolutivo, è il versante longitudinale, sull’effetto nel tempo dell’esposizione ai social media. In uno studio fMRI triennale su 169 preadolescenti reclutati intorno ai dodici anni, il checking abituale si associava a traiettorie differenti di sensibilità neurale all’anticipazione di ricompense e punizioni sociali in amigdala, insula posteriore e striato ventrale: strutture importanti nella regolazione emotiva e nella salienza, nel valore che si dà agli stimoli e dunque nella motivazione a ricercarli e consumarli. Chi controllava frequentemente mostrava incrementi di attivazione nel tempo, chi non lo faceva mostrava decrementi (Maza et al., 2023). Gli stessi autori invitano alla prudenza, e dal punto di vista scientifico fanno bene, perché una traiettoria divergente non è di per sé una traiettoria patologica, e potrebbe perfino rappresentare un adattamento a un ambiente sociale che è cambiato. Un secondo studio longitudinale su 103 adolescenti collega modificazioni puberali della responsività al feedback sociale in regioni prefrontali a successivi sintomi addiction-like, con i limiti che un campione simile impone.

Il quadro difendibile è dunque quello di un’interazione fra maturazione dei sistemi della ricompensa sociale, controllo esecutivo ancora in costruzione ed esposizione ripetuta a riscontri intermittenti. Quanto ai deficit attentivi, gli studi su attività digitale, cognizione e connettività restituiscono risultati misti e dipendenti dal pattern d’uso; dedurre un ADHD acquisito dal solo tempo sui social è operazione priva di fondamento.

Esiti psichiatrici: che cosa regge

Le associazioni più consistenti riguardano l’uso problematico, compulsivo o passivo, l’esposizione a contenuti nocivi, la cybervittimizzazione e l’interferenza funzionale, assai meno il tempo in sé.

Per la depressione, le associazioni si ripetono attraverso campioni e Paesi, ma gli effetti medi sono spesso piccoli e la causalità appare bidirezionale. Per ansia e ansia sociale, la correlazione meta-analitica sopra citata è moderata, riferita però a un costrutto (uso problematico di Internet) più ampio del PSMU. Per immagine corporea e condotte alimentari, le revisioni collegano uso intenso o improprio a insoddisfazione corporea, bassa autostima e sintomi alimentari, con netta prevalenza di disegni osservazionali. Per autolesionismo e suicidalità, una meta-analisi di 13 studi longitudinali su 43.489 giovani rileva associazioni con uso dei social, uso problematico e cybervittimizzazione, risultato che non va mai tradotto in causalità individuale. Per i disturbi del sonno, l’associazione è coerente e il sonno può fungere da mediatore. Per i comportamenti a rischio, infine, la revisione più ampia disponibile (126 studi, oltre 1,4 milioni di adolescenti fra 10 e 19 anni) riporta odds ratio aumentati per consumo di alcol (1,48), droghe (1,28), tabacco (1,85) e gioco d’azzardo (2,84), con certezza dell’evidenza valutata bassa o molto bassa secondo GRADE (Purba et al., 2023).

Su autolesionismo e suicidio serve una cautela supplementare, di natura anche clinica. I social non costituiscono una spiegazione sufficiente; possono agire da moltiplicatore attraverso vittimizzazione, contagio e accesso a contenuti, ma possono anche funzionare da canale di segnalazione del disagio e di richiesta di aiuto. Ogni ideazione, pianificazione o condotta autolesiva richiede valutazione clinica tempestiva, qualunque sia il tempo trascorso online.

La responsabilità delle aziende: il design è una variabile modificabile

Fin qui la descrizione. Resta da chiedersi di chi sia la responsabilità di ciò che viene così descritto, questione che la descrizione stessa rende inevitabile e che la letteratura clinica tende a eludere.

Esiste un argomento che non richiede di attribuire alle piattaforme alcuna intenzione malevola, e che proprio per questo è più difficile da liquidare. Le affordance che sostengono il circolo (notifiche, scorrimento senza termine, raccomandazioni personalizzate, metriche pubbliche, riscontro sociale a intervalli imprevedibili) non sono proprietà naturali del mezzo. Sono scelte ingegneristiche, deliberate, reversibili, orientate a massimizzare il tempo di permanenza. La ricompensa a rapporto variabile, in particolare, è il programma di rinforzo più resistente all’estinzione che la psicologia sperimentale conosca da ottant’anni; ritrovarlo al centro dell’architettura di prodotti destinati a tredicenni non è una coincidenza statistica.

Da qui discende una conseguenza logica che la letteratura rende esplicita senza enfatizzarla abbastanza. Fra i fattori protettivi elencati dalle sintesi recenti figura il design stesso delle piattaforme, insieme a una moderazione capace di ridurre raccomandazioni nocive, contatti indesiderati, metriche di confronto e notifiche intrusive; l’OMS Europa, nel rapporto citato, affianca alla alfabetizzazione digitale e all’accessibilità dei servizi proprio la responsabilità delle piattaforme. Ma se il design può proteggere, allora il design può anche nuocere, e la sua configurazione attuale è imputabile a chi l’ha scelta. Non si può invocare l’innocuità del mezzo e insieme vantarne il potere di modellare il comportamento quando lo si vende agli inserzionisti.

C’è poi una questione epistemica che riguarda direttamente il lavoro dei ricercatori, e che a mio parere è il nodo più grave. Le aziende dispongono di dati comportamentali e di sperimentazioni interne su scala planetaria, con potenza statistica e granularità che nessuna ricerca accademica può lontanamente avvicinare; la ricerca indipendente, al contrario, lavora quasi sempre su autovalutazioni, campioni di convenienza, disegni trasversali, e insegue piattaforme che mutano più in fretta di quanto duri una revisione fra pari. L’incertezza che onestamente dichiariamo in ogni paragrafo di questo articolo è dunque in parte un prodotto dell’opacità, non soltanto una condizione naturale del campo. Chi detiene i dati e non li apre trae beneficio dal dubbio che la loro chiusura contribuisce a mantenere. Il paragone con la storia della salute pubblica si impone da sé, e non è lusinghiero.

Resta la misura. Affermare che le piattaforme producano deliberatamente psicopatologia va olter ciò che le evidenze qui discusse sostengono. Affermare che progettino deliberatamente per l’ingaggio, che l’ingaggio così ottenuto si sovrapponga ai meccanismi del rinforzo compulsivo, e che le modifiche protettive siano tecnicamente disponibili e non adottate, è invece pienamente lecito e corroborato da dati e documenti. È su questo terreno, e non su quello della dimostrazione causale individuale, che la responsabilità va discussa.

Una questione etica, non soltanto clinica

Due derive opposte sembrano manifestarsi nel dibattito su questo tema, e presentano entrambe costi e rischi concettuali e pratici.

La prima è l’allarmismo, che converte correlazioni modeste in epidemie, trasforma l’adolescenza normale in sintomatologia e legittima risposte proibizionistiche di dubbia efficacia. Essa distoglie inoltre l’attenzione dai determinanti sociali che l’epidemiologia continua a segnalare: deprivazione relativa, diseguaglianza scolastica, povertà di sostegno familiare. La seconda è la minimizzazione, che rubrica la preoccupazione come panico morale ricorrente e ignora il segnale, francamente poco ambiguo, di un aumento di prevalenza misurato con lo stesso strumento in quarantaquattro Paesi nell’arco di quattro anni.

La via difendibile passa in mezzo, e richiede di distinguere i piani. Sul piano individuale, la responsabilità dell’adolescente va considerata limitata, poiché il controllo esecutivo e la capacità di resistere a riscontri sociali intermittenti sono ancora in formazione proprio nell’età in cui l’esposizione è massima; chiedergli autoregolazione contro un’architettura progettata per vincerla somiglia a un esperimento truccato. Sul piano familiare ed educativo, la leva reale sono il sonno, la pluralità delle fonti di gratificazione, la qualità del legame, la possibilità di parlare di ciò che accade online senza punizione immediata. Sul piano istituzionale, le prospettive più promettenti riguardano l’accesso indipendente ai dati delle piattaforme, la progettazione orientata alla sicurezza per i profili minorenni, la moderazione verificabile dei contenuti autolesivi, e una valutazione seria, non ideologica, delle limitazioni d’età che diversi Paesi stanno sperimentando.

Sul piano clinico, infine, l’implicazione è precisa e immediatamente operativa. Lo screening non può limitarsi alla domanda «quante ore?». Deve indagare la funzione dell’uso (connessione, noia, fuga, rassicurazione, regolazione dell’ansia o della tristezza), il grado di controllo percepito, le attività prevalenti, l’interferenza con sonno, scuola, movimento e relazioni, l’eventuale esposizione a vittimizzazione o a contenuti autolesivi, e la comorbilità psichiatrica che così spesso precede e alimenta il comportamento. Un punteggio elevato a una scala resta uno screening. La diagnosi differenziale fra uso problematico primario, uso compensatorio secondario a un disturbo in atto e coinvolgimento intenso ma funzionale è il lavoro clinico vero, e nessuno strumento la svolge al posto nostro.


Punti principali

  • «Dipendenza da social media» non è una diagnosi riconosciuta; il costrutto scientificamente sostenibile è uso problematico, definito da perdita di controllo e interferenza funzionale, non dal tempo di connessione.
  • In Europa la prevalenza di uso problematico è passata dal 7% (2018) all’11% (2022); in Italia la Sorveglianza HBSC 2022 rileva il 13,5% fra gli 11 e i 17 anni, con forte prevalenza femminile e picco a 13 anni.
  • Le vulnerabilità psicologiche precedono spesso l’uso problematico, che a sua volta le mantiene e le aggrava: il modello meglio sostenuto è circolare e biopsicosociale.
  • I processi di mantenimento sono identificabili e aggredibili: confronto ascendente, FoMO, uso evitante, cybervittimizzazione, spiazzamento del sonno, amplificazione algoritmica.
  • I dati di neuroimmagine mostrano correlati della salienza sociale e traiettorie evolutive divergenti, non danno cerebrale né alterazione dopaminergica dimostrata.
  • Le associazioni psichiatriche sono reali ma di entità mediamente contenuta, spesso bidirezionali e più forti nei sottogruppi esposti a contenuti nocivi, vittimizzazione o insonnia.
  • Il design delle piattaforme è un fattore di rischio modificabile, e questo basta a fondare un obbligo di responsabilità indipendentemente dalla dimostrazione di un nesso causale individuale.
  • Il sonno è, oggi, la leva preventiva con il miglior rapporto fra plausibilità del meccanismo e praticabilità dell’intervento.

Glossario

Uso problematico dei social media (PSMU) — Pattern d’uso caratterizzato da perdita di controllo, salienza, conflitto e compromissione del funzionamento; costrutto dimensionale, non categoria diagnostica.

Social Media Disorder Scale — Strumento a nove item impiegato nelle sorveglianze internazionali; la soglia di rischio richiede almeno sei risposte positive.

FoMO (Fear of Missing Out) — Timore di essere esclusi da esperienze significative altrui, con conseguente bisogno di aggiornamento continuo.

Telepressione — Pressione percepita a rispondere rapidamente ai messaggi e a mantenersi reperibili.

Confronto sociale ascendente — Paragone con modelli percepiti come superiori; genera discrepanza fra sé reale e sé ideale.

Auto-oggettivazione — Tendenza a considerare il proprio corpo come oggetto di valutazione esterna, assumendo lo sguardo di chi giudica.

Affordance — Possibilità d’azione che la struttura di un oggetto o di un’interfaccia rende disponibile o suggerisce all’utente.

Rinforzo a rapporto variabile — Programma di ricompensa erogata a intervalli imprevedibili; produce comportamenti frequenti e altamente resistenti all’estinzione.

Rinforzo negativo — Consolidamento di un comportamento dovuto alla rimozione di uno stato spiacevole, non alla comparsa di un premio.

Cybervittimizzazione — Esperienza di aggressione, esclusione, molestia o diffusione non consensuale di contenuti attraverso mezzi digitali.

NSSI (Non-Suicidal Self-Injury) — Autolesività deliberata senza intento suicidario.

Mediatore — Variabile che trasmette l’effetto di una causa su un esito; il sonno è il principale mediatore candidato in questo campo.

Odds ratio — Rapporto fra le probabilità di un esito in due gruppi; quantifica un’associazione, non una causa.

Studio trasversale / longitudinale — Il primo fotografa un singolo momento e non stabilisce direzione; il secondo segue gli stessi soggetti nel tempo e consente inferenze più robuste, pur senza equivalere a un esperimento.

Domande frequenti

Quante ore al giorno sono troppe? La domanda, per quanto naturale, è mal posta. Le evidenze indicano che modalità, contenuti, motivazione e conseguenze predicono il disagio meglio della durata. Un ragazzo che passa tre ore a creare, messaggiare con amici reali e seguire interessi può stare meglio di uno che ne passa una a confrontare il proprio corpo con immagini ritoccate.

Mio figlio è sempre connesso: è dipendenza? Probabilmente no, se dorme, studia, vede amici in presenza e tollera di stare senza telefono. I segnali che meritano attenzione sono altri: tentativi falliti di ridurre, irritabilità all’interruzione, abbandono di attività prima gradite, menzogne sull’uso, conflitti ricorrenti, peggioramento del sonno o del rendimento.

Togliere lo smartphone risolve? Raramente, e talvolta peggiora. Se l’uso svolge una funzione regolativa (gestire ansia, noia, solitudine), rimuoverlo senza sostituire quella funzione lascia il ragazzo privo di strategie e tende a produrre conflitto e clandestinità. Più efficace lavorare su confini condivisi, sul sonno e sulle fonti alternative di gratificazione.

I social causano depressione? Non nel senso semplice del termine. Esistono associazioni replicate, con effetti medi spesso piccoli e direzione verosimilmente reciproca: giovani già in difficoltà usano i social diversamente, e certi usi aggravano la difficoltà. In sottogruppi esposti a cyberbullismo, contenuti autolesivi o insonnia, l’impatto può essere invece clinicamente rilevante.

Perché le ragazze risultano più a rischio? Le sorveglianze lo confermano con regolarità. Le spiegazioni più accreditate chiamano in causa la maggiore centralità delle relazioni reciproche e della reputazione fra pari, l’esposizione più intensa a contenuti centrati sull’aspetto, e una socializzazione che rende l’autostima più dipendente dal riconoscimento altrui. Restano ipotesi plausibili, non meccanismi dimostrati.

È vero che i social «modificano il cervello»? Ogni esperienza ripetuta modifica il cervello, che è precisamente ciò che un cervello fa. Gli studi disponibili mostrano traiettorie differenti di sensibilità ai riscontri sociali in chi controlla frequentemente le piattaforme, non lesioni né alterazioni irreversibili. Tradurre quei risultati in «danno cerebrale» è una forzatura.

Quando rivolgersi a uno specialista? Quando l’uso compromette stabilmente sonno, scuola e relazioni; quando coesistono sintomi ansiosi o depressivi, disturbi del comportamento alimentare o uso di sostanze; quando emergono vittimizzazione, sextortion o esposizione a contenuti autolesivi. Qualsiasi segnale di autolesività o di ideazione suicidaria richiede valutazione clinica immediata, a prescindere dall’uso dei social.


Bibliografia

Brand, M., Antons, S., Bőthe, B., Demetrovics, Z., Fineberg, N. A., Jimenez-Murcia, S., … Potenza, M. N. (2025). Current Advances in Behavioral Addictions: From Fundamental Research to Clinical Practice. American Journal of Psychiatry, 182(2), 155–163. https://doi.org/10.1176/appi.ajp.20240092

Chen Z, Liao X, Yang J, Tian Y, Peng K, Liu X, Li Y. Association of screen-based activities and risk of self-harm and suicidal behaviors among young people: A systematic review and meta-analysis of longitudinal studies. Psychiatry Res. 2024 Aug;338:115991..

Dibben, G. O., Martin, A., Shore, C. B., Johnstone, A., McMellon, C., Palmer, V., Pugmire, J., Riddell, J., Skivington, K., Wells, V., McDaid, L., & Simpson, S. A. (2023). Adolescents’ interactive electronic device use, sleep and mental health: a systematic review of prospective studies. Journal of Sleep Research, 32(5), e13899.

Ding H, Cao B, Sun Q. The association between problematic internet use and social anxiety within adolescents and young adults: a systematic review and meta-analysis. Front Public Health. 2023 Sep 29;11:1275723. 

Dores, A. R., Peixoto, M., Fernandes, C., Marques, A., & Barbosa, F. (2025). The Effects of Social Feedback Through the “Like” Feature on Brain Activity: A Systematic Review. Healthcare, 13(1), 89.

Galeotti, T., Marino, C., Canale, N., Lenzi, M., Pivetta, E., Bersia, M., Lazzeri, G., Nardone, P., & Vieno, A. (Eds.). (2023). La Sorveglianza HBSC-Italia 2022. Health Behaviour in School-aged Children: le tecnologie digitali negli adolescenti (Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità, 36(12), Suppl.). Istituto Superiore di Sanità.

Istituto Superiore di Sanità. (2023). Indagine HBSC 2022. Uso dei social media. EpiCentro. https://www.epicentro.iss.it/hbsc/indagine-2022-social-media

Lenzi, M., Elgar, F. J., Marino, C., Canale, N., Vieno, A., Berchialla, P., … Lyyra, N. (2023). Can an equal world reduce problematic social media use? Evidence from the Health Behavior in School-aged Children study in 43 countries. Information, Communication & Society, 26(14), 2753–2774.

Longo, Giulio; Cavallo, Luciano; Orsolini, Laura; Volpe, Umberto (2024) Adolescent, Adolescence, Deliberate Self-Harm (DSH), Non-suicidal Self-injuries (NSSI), Self-harm, Social Media, Web.

Journal of Psychology and Psychotherapy Research 11:39-50.

Maza, M. T., Fox, K. A., Kwon, S.-J., Flannery, J. E., Lindquist, K. A., Prinstein, M. J., & Telzer, E. H. (2023). Association of habitual checking behaviors on social media with longitudinal functional brain development. JAMA Pediatrics, 177(2), 160–167.

Meng, S.-Q., Cheng, J.-L., Li, Y.-Y., Yang, X.-Q., Zheng, J.-W., Chang, X.-W., Shi, Y., Chen, Y., Lu, L., Sun, Y., Bao, Y.-P., & Shi, J. (2022). Global prevalence of digital addiction in general population: A systematic review and meta-analysis. Clinical Psychology Review, 92, 102128. https://doi.org/10.1016/j.cpr.2022.102128

Purba, A. K., Thomson, R. M., Henery, P. M., Pearce, A., Henderson, M., & Katikireddi, S. V. (2023). Social media use and health risk behaviours in young people: Systematic review and meta-analysis. BMJ, 383, e073552. https://doi.org/10.1136/bmj-2022-073552

Raney, J. H., et al. (2023). Associations between adverse childhood experiences and early adolescent problematic screen use in the United States. BMC Public Health, 23, Article 1213.

van den Eijnden, R. J. J. M., Lemmens, J. S., & Valkenburg, P. M. (2016). The Social Media Disorder Scale. Computers in Human Behavior, 61, 478–487.

World Health Organization Regional Office for Europe. (2024). A focus on adolescent social media use and gaming in Europe, central Asia and Canada. Health Behaviour in School-aged Children international report from the 2021/2022 survey (Vol. 6). WHO Regional Office for Europe.

Condividi questo contenuto: