
La percezione soggettiva del tempo risulta distorta in alcuni disturbi dell’umore, come la depressione o il disturbo d’ansia generalizzato (GAD), e in alcuni disturbi del comportamento, come la dipendenza, ed è in grado di determinarne la gravità, l’evoluzione e le possibilità di guarigione.
La percezione soggettiva del tempo è lo sfondo su cui si snoda la durata della vita individuale. Il flusso percepito del cambiamento che permette di dare ordine, sequenza, velocità a ciò che sentiamo e a quello che ci accade, alle relazioni, alle rappresentazioni della nostra identità tra passato, futuro e presente. Di conseguenza, la percezione soggettiva del tempo è cruciale nel valore e nel significato che diamo a quanto abbiamo vissuto e a quello che vorremmo vivere o che pensiamo vivremo in futuro.
Percezione del tempo, autocontrollo, impulsività
Per questa ragione, purtroppo, il nostro sguardo sul tempo – la forma, la velocità, le memorie e le ‘profezie’ – incide inesorabilmente sulle traiettorie che un eventuale disturbo psicologico potrà prendere. Il tempo dilatato della tristezza, ad esempio, crea un passato lento, fermo, inquina la figurazione del futuro e può soffocare ogni motivazione a sfidare la sofferenza, dando l’impressione di immobilità. Infatti, solo il senso del tempo che scorre, l’attesa di un cambiamento, possono alimentare il senso del futuro, attivando i sistemi cerebrali (collegati dalla dopamina) da cui sembra sgorgare l’energia psichica della motivazione a stare in contatto col mondo, con gli altri. In altre parole: la depressione priva le persone della forza necessaria a costruirsi una storia che si snoda nel tempo. Questo processo, infatti, richiede energia, flessibilità cognitiva, autocontrollo e capacità regolazione volontaria dei comportamenti.
Un passato di dolore, invece, può distorcere il tempo soggettivo in modi diversi, intrinsecamente legati ai tratti caratteriali e alla storia personale dell’individuo. Può rallentare il tempo, convertire al fatalismo, insegnare al cervello che non esiste il futuro, se non in peggio. In questo caso, percependo il tempo come immobile o il destino come ineluttabile, la persona può scegliere di rifugiarsi nel completo ritiro dal mondo, nell’apatia, cosa che può accadere, ad esempio, a seguito di gravi lutti non elaborati. Un dolore che perdura e che non promette niente oltre alla sofferenza può indurre, al contrario, a scegliere la totale svalutazione del futuro e rifugiandosi nell’impulsività, nella ricerca del piacere immediato e in condotte comportamentali a rischio. Ne è un esempio l’abuso di sostanze psicoattive.
Molte ricerche dimostrano che l’impulsività è più elevata in chi vive condizioni svantaggiate, nelle persone segnate da traumi che non guariscono: da un passato che non passa. D’altra parte, che senso avrebbe sacrificare le già scarse fonti di ricompensa, le possibili gratificazioni, gli eventuali rimedi contro il dolore per costruire un futuro o per garantirsi nuove opportunità, quando si è convinti di essere senza speranza? Ho parlato delle ricerche tra impulsività e percezione del futuro anche in questo post.
Le parole e la poesia come farmaci
La parola, intesa come linguaggio del pensiero, può contribuire a mutare la percezione del tempo. Un farmaco davvero efficace? La poesia. Parole scritte in un certo ordine suscitano il sentimento della poesia, agendo sugli stessi circuiti neuronali su cui operano psicofarmaci e psicoterapie. Il bersaglio d’azione di uno psicofarmaco, infatti, è la rimodulazione funzionale degli schemi di neurotrasmissione che tengono uniti quei sistemi nel cervello. Ma anche la parola, cifrata dai sistemi funzionali dell’udito entra nel cervello attraverso fibre nervose e qui viene distillata in messaggi chimici, segnali elettrici, codificata in precisi insiemi di attivazioni e disattivazioni di centri e vie funzionali del cervello che coinvolgono gli ambiti della memoria, dei processi cognitivi, emotivi, motivazionali, motori e viscerali. La poesia, come il canto, ha capacità di far risuonare, di far riverberare tutti questi sistemi, di abbracciare e risolvere i loro irrisolvibili antagonismi, per il modo e i meccanismi stessi in cui il ritmo, le assonanze, il suono, la metrica vengono computate dal sistema nervoso.
Mi permetto di riproporre allora due poesie per la cura del tempo e per la creazione di un nuovo modo di rapportarsi alla sofferenza
La prima è stata scritta dal poeta statunitense Galway Kinnell ed è rivolta a uno studente vicino al suicidio per una storia d’amore finita male. Parla della fiducia nell’attesa, del credito che bisogna dare al tempo nel mitigare il dolore (ma anche i desideri problematici, che passano se si impara ad aspettare). La seconda poesia, di Langston Hughes, invece, è un canto alla forza che può avere la sofferenza, se usata con accortezza tanto da diventare il veicolo per scampare al naufragio.
Galway Kinnell, Aspetta (tratto da “Nuovi poeti americani “(Einaudi, 2006), traduzione italiana E. Biagini)
“Aspetta, per adesso.
Diffida di tutto se devi.
Ma fidati delle ore. Non ti hanno forse
portato ovunque, fino a adesso?
Eventi personali si faranno nuovamente interessanti.
I capelli si faranno interessanti.
Il dolore si farà interessante.
Le gemme che si schiudono fuori stagione si faranno interessanti.
Guanti usati si faranno nuovamente graziosi;
le loro memorie sono ciò che dà loro
il bisogno di altre mani. La desolazione
degli amanti è la stessa: quell’immenso vuoto
ricavato da esseri così piccoli quali noi siamo
chiede di essere riempito; il bisogno
del nuovo amore è fedeltà al vecchio.
Aspetta.
Non andare troppo presto.
Sei stanco. Ma tutti sono stanchi.
Ma nessuno è stanco abbastanza.
Aspetta solo un po’ e ascolta:
musica di capelli,
musica di dolore,
musica di telai che intessono di nuovo i nostri amori.
Sii lì per sentirla, sarà la sola volta,
più di tutto per sentire la tua esistenza intera,
ripetuta dalle pene, recitare se stessa fino al completo esaurimento”
Langston Hughes, Onda di dolore
(Non avendo trovato una sua traduzione in italiano pubblicata mi sono permesso di tradurla io, in modo libero per mantenere il ritmo e la rima)
“Onda di dolore,
non annegarmi ora:
Vedo l’isola
in qualche modo avanti, ancora.
Vedo l’isola
E le sue sabbie di solarità:
Onda di dolore,
portami là.”
Per chi voglia leggere gli originali in inglesi:
Wait – Galway Kinnell
“Wait, for now.
Distrust everything, if you have to.
But trust the hours. Haven’t they
carried you everywhere, up to now?
Personal events will become interesting again.
Hair will become interesting.
Pain will become interesting.
Buds that open out of season will become lovely again.
Second-hand gloves will become lovely again,
their memories are what give them
the need for other hands. And the desolation
of lovers is the same: that enormous emptiness
carved out of such tiny beings as we are
asks to be filled; the need
for the new love is faithfulness to the old.
Wait.
Don’t go too early.
You’re tired. But everyone’s tired.
But no one is tired enough.
Only wait a while and listen.
Music of hair,
Music of pain,
music of looms weaving all our loves again.
Be there to hear it, it will be the only time,
most of all to hear,
the flute of your whole existence,
rehearsed by the sorrows, play itself into total exhaustion”
Wave of sorrow – Langston Hughs
“Wave of sorrow,
do not drown me now:
I see the island
still ahead somehow.
I see the island
And its sands are fair:
Wave of sorrow,
take me there”
