Durante una delle tormentose e vane peregrinazioni che precedono la messa in atto del duplice assassinio, Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov, il giovane protagonista di Delitto e castigo, entra in una lurida bettola per sedersi e bere una birra fredda.
Seduto in un angolo scuro e sporco, accanto a un tavolino appiccicoso, Raskòl’nikov si guarda intorno. Poca gente nel locale, il suo sguardo si posa con interesse su un uomo in disparte che dà l’idea di essere un funzionario in pensione.
È un uomo oltre la cinquantina, col volto deformato dalla costante ubriachezza, giallo, quasi verdastro. Ha le palpebre gonfie e gli occhi lucidi e arrossati, ma in cui sembrano brillare, allo stesso tempo, una specie di intelligenza e la luce della follia. Porta un frak nero, lacero e ormai senza bottoni, un pettino di camicia sudicio e sgualcito.
L’uomo inizia a fissare Raskòl’nikov, si alza barcollando, prende da bere e si avvicina per avviare la conversazione.
Semën Zacharovič Marmeladov, questo il nome dell’uomo, è “brillo ma parla con eloquenza e vivacità”. Inizia a raccontare di aver più volte perso il lavoro per la sua continua ubriachezza, di aver avviato sua figlia alla prostituzione per mantenere il resto della famiglia, sua moglie malata di tisi e due figli piccoli, di passare le giornate a bere, di aver delapidato ogni sostanza della agiata famiglia della moglie, di essere ormai irrevocabilmente un “porco”, un “animale, ubriacone senza speranza di riscatto”, “perché è così che sono nato”.

Marmelàdov racconta della moglie flagellata dalla tosse e dalla febbre costante che ogni notte è costretta a lavare la biancheria per tutta la famiglia, per poterla indossare il giorno dopo, perché lui si è “bevuto” anche tutti gli indumenti e sono ormai senza cambio. La moglie lava, asciuga, ripara gli abiti laceri, tossisce mentre lui smaltisce la quotidiana sbornia a letto divorato dalla pena e in fermo ascolto dei suoi sensi di colpa. Si, perché paradossalmente, Marmelàdov beve per punirsi, per sentire, per sentire meglio il dolore dell’infamia, della sua irredimibile inettitudine, dell’abiezione da cui non riesce a sollevarsi:
«[…] e io tutte queste cose le sento. Forse che non le sento? E quanto più bevo, tanto più le sento. Proprio per questo bevo, perché in questo mio bere cerco compassione e sentimento… Bevo perché voglio soffrire il doppio! […] Perché aver pietà, tu dici? Sì! Perché aver pietà di me?! Crocifiggermi bisogna, inchiodarmi sulla croce, altro che aver pietà di me! Ma crocifiggimi, giudice, crocifiggimi, e dopo avermi crocifisso abbi pietà di me! E allora io stesso verrò da te per essere messo in croce, poiché non di letizia ho sete, ma di lacrime e dolore!… Credi tu, oste, che questo tuo mezzo litro mi si sia tramutato in dolcezza? Dolore, dolore cercavo in fondo a esso, lacrime e dolore, e l’ho assaporato, l’ho avuto».
Secondo la teoria dell’automedicazione di Edward Kanthzian, l’uso di sostanze è talora uno strumento per mitigare un sintomo, un vissuto penoso che non si riesce a gestire o risolvere in altro modo.
Il racconto dell’alcolismo che Fëdor Dostoevskij propone attraverso le parole di Marmelàdov suggerisce anche un’altra lettura, solo apparentemente in contraddizione con l’idea dell’automedicazione.
L’uso delle sostanze e il senso di colpa
Marmelàdov beve per sentire meglio, per vivere più intensamente la vergogna e la colpa. Non beve per annegare la responsabilità ma per sommergersi nel rimorso, per coincidere col rimorso. Marmelàdov beve perché sente che è ormai l’unico modo a lui concesso per riscattare, vivendolo, il male che causa a se stesso e alle persone care. Perché solo bevendo arriva a sentire come vorrebbe. Soltanto bevendo di più riesce a vedere col grado di acutezza che ritiene necessario l’ernomità della sua colpa per la dissipazione perseguita nell’alcol.
Il racconto di Marmelàdov ricorre spesso nelle testimonianze delle persone dipendenti ed è qualcosa che andrebbe tenuto in maggiore considerazione perché ha un impatto drammatico sul modo in cui evolve una condizione di dipendenza. Bere per sentire più acutamente la colpa, il rimorso e la vergogna e così tentare di scontare la responsabilità significa alimentare il ciclo della dipendenza, crocifiggersi con la sostanza in cui si cerca invece l’espiazione.
Le parole di Marmelàdov suggeriscono che una delle priorità nel trattamento delle dipendenze è il superamento del rimorso e del senso di colpa, l’emancipazione dalla vergogna. Nonostante l’idea di malattia, i soggetti dipendenti continuano a sentire fortemente la responsabilità dei loro comportamenti, anzi più della responsabilità, la colpa, la loro colpa. E talora cercano, come Marmelàdov, di amplificare il senso di colpa attraverso la percezione, il vissuto e gli stati di coscienza indotti dalle sostanze.
Ma il senso di colpa alimenta lo stress vissuto e sostiene il ricorso alle sostanze e in corto circuito micidiale, il ricorso alle sostanze per vivere la vergogna e manifestare il disprezzo di se mantiene questo circolo perverso.
Occorrerebbe saper accogliere allora il bisogno del senso di responsabilità dei soggetti con dipendenza, perché il sentimento di autonomia e responsabilità sono condizioni fondamentali per ogni percorso di recupero. Ma bisognerebbe esprimere e manifestare l’idea che esiste una responsabilità senza biasimo e stigmatizzazione.
La responsabilità, la storia e il suo racconto
È vero che una persona ha sempre un grado di responsabilità per ciò che diventa. Ma ciò che diventa dipende anche dalle possibilità che quella persona aveva, dall’ambiente in cui è cresciuto, dalle persone che lo hanno allevato e da quelle a cui la vita lo ha messo poi vicino, da ciò che la fortuna e la sfortuna gli hanno fatto vivere. Ciò che uno è dipende anche dalla sua storia. Forse allora nel racconto e nell’ascolto della sua storia un individuo può capire le sue responsabilità senza soccombere ai suoi sensi di colpa e alla vergogna; può far capire agli altri le sue responsabilità senza suscitare disprezzo e riprovazione. Coltivare le storie, usare lo strumento dei racconti e della scrittura delle storie, delle narrazioni personali per evitare che si cerchino nella sostanza i contraddittori sentimenti dell’anestesia e del senso di colpa più vivo. Chi ha letto Delitto e castigo capisce forse meglio ciò che intendo. Col racconto della sua storia, comunque abietta, ma come la nostra piena di umani di inciampi, confusione e sfortune, Marmelàdov si guadagna la nostra comprensione, il nostro ascolto. In questo modo forse acquista la sua stessa comprensione, inizia un cammino di autocompassione. Fosse un personaggio reale, Marmelàdov si guadagnerebbe anche il nostro aiuto, come succede nel romanzo a Raskòl’nikov. A me sembra infatti impossibile non provare vicinanza, compassione e premura per una persona che ci racconta la storia del suo dolore, perché il dolore che ci racconta resta sempre, pur in forme diverse, il nostro stesso male.
Stefano Canali
