Sempre più prioritaria negli ultimi anni, la prospettiva biomedica, con le sue frequenti declinazioni semplicistiche e riduttive, sta portando alla diffusione di atteggiamenti e pratiche “iponarrative” nella comprensione e nella cura delle dipendenze. Col termine iponarratività si intende la scarsa considerazione verso le storie delle persone e verso il racconto di queste storie.
Ma una persona e tutte le sue manifestazioni sono il risultato dell’insieme dei fatti che ha vissuto. Più precisamente, un individuo, la sua identità e le sue espressioni fenotipiche, normali e patologiche, sono plasmate dal modo in cui un soggetto sente, rappresenta e soprattutto racconta la storia della sua vita. E i dettagli di questa storia e i suoi racconti nel tempo non sono soltanto all’origine di un disturbo, non indicano solamente come i fatti si sono distillati in esperienze, come era un individuo e come è diventato ciò che è al tempo della diagnosi.

La storia e soprattutto la narrazione della storia del paziente permettono anche di capire se i sintomi che presenta possono sensatamente riferirsi a una condizione patologica specifica, ad esempio la dipendenza. Comportamenti, situazioni, pensieri hanno infatti solo un senso soggettivo, un valore individuale e relativo alla storia di una persona e al modo in cui la vive, alla maniera in cui la narra a se stesso e agli altri. Un determinato rapporto con una sostanza può essere problematico per un individuo. Ma una analoga relazione con uno stesso agente psicoattivo può risultare tutto sommato funzionale per un’altra persona, per qualcuno che ha avuto una storia differente o che vive e sente diversamente una storia magari simile.
È il modo in cui un soggetto vive e racconta la sua storia a determinare l’eventuale valore patologico che certi comportamenti e certe condizioni possono avere per un individuo. È il modo in cui un soggetto vive, sente e racconta la sua storia a costruire nel tempo eventuali sistemi di correlazioni patogene tra aspetti diversi della sua vita, dei suoi rapporti con gli altri e con l’ambiente da cui scaturisce un complesso morboso. Per queste ragioni, le narrazioni soggettive possono poi dare accesso a queste correlazioni, alle dinamiche con cui si sono prodotte nel tempo e indicare una costellazione di sintomi assimilabile a un dato disturbo.
Il modo in cui un individuo racconta la sua vita, la sua storia di soggetto dipendente, è fondamentale per comprendere come intervenire in clinica, come aiutarlo a recuperare il controllo. E il racconto che fa della sua storia, la maniera in cui la sente narrare influenza evidentemente l’evoluzione della condizione di cui soffre.
Nella cura delle dipendenze le narrazioni potrebbero aiutare a stimolare la ricostruzione di una identità soggettiva compiuta e unitaria a partire dai lembi delle storie vissute e delle proiezioni verso il futuro, ricucendo la frammentarietà temporale dell’Io, particolarmente accentuata nelle dipendenze e parte fondamentale nel discontrollo rispetto al rapporto con l’oggetto della dipendenza.
Se ne parla più in dettaglio nell’ultimo articolo della rubrica “Addizionario” della rivista Psychiatry online curata da Stefano Canali.
