Vagare della mente, mindfulness e dipendenze

By | 7 ottobre 2017

Anonimo seguace di Hieronymous Bosch, Cristo nel Limbo, c. 1575, Indianapolis Museum of Art

Un capitolo recente di indagine assai interessante è il rapporto tra dipendenze e vagare della mente, quest’ultimo inteso come distanza dell’attenzione dal momento presente che occorre ad esempio quando ci si lascia andare a fantasie, ruminazioni, pianificazioni e comunque pensieri estranei all’attività in corso.

E’ noto che il tipo di legame appreso che si stabilisce nelle dipendenze tra stimoli, craving e attivazione dei comportamenti di uso delle sostanze, rende il consumo fortemente diretto dagli inneschi interni ed esterni. Per tale ragione, nelle dipendenze i comportamenti di uso risultano relativamente accessibili al controllo volontario. Quest’ultimo, infatti, esige in primo luogo la consapevolezza dello stimolo innesco e della sua azione di attivazione del comportamento strumentale appreso.

Peraltro il vagare della mente sembra fortemente correlato stati negativi dell’umore, ciò costituisce un ulteriore fattore facilitante per il consumo (Killingsworth & Gilbert, 2010).

Sviluppando l’attenzione e la presenza non giudicante verso il momento presente, la mindfulness può rappresentare uno strumento utile per ridurre il flusso di coscienza disordinato che caratterizza la nostra vita mentale e in maniera ancora più significativa in chi manifesta vulnerabilità verso l’apprendimento di schemi comportamentali rigidi e abituali, come i soggetti dipendenti. Coerentemente, diversi studi hanno dimostrato la capacità della mindfulness di ridurre il vagare della mente [1].

A dispetto di quello che logicamente si potrebbe immaginare, l’elemento critico di questa proprietà della mindfulness non è la componente del training dell’attenzione ma l’addestramento all’atteggiamento non giudicante, all’accettazione verso i contenuti mentali. Questa apparente incongruenza potrebbe essere spiegata dal fatto che la migliore regolazione affettiva garantita dall’atteggiamento non giudicante e non reattivo può attenuare lo stress e le emozioni negative i quali tendono a promuovere la cognizione spontanea, il vagare della mente in misura maggiore rispetto agli altri stati dell’umore, soprattutto durante condizioni e compiti che richiedono attenzione e controllo cognitivo più pronunciati[2].

Ma quali sono i meccanismi attraverso cui la mindfulness ridurrebbe la cognizione spontanea? Per chiarire questo aspetto è necessario discutere brevemente la struttura e le funzioni neurali che sembrano mediare la cognizione spontanea, il vagare della mente.

 

Default Mode Network DMN

Negli ultimi decenni, le ricerche di brain imaging funzionale hanno portato all’identificazione del brain’s default network o default mode network (DMN), una struttura anatomicamente definita che si attiva preferenzialmente quando un individuo non è concentrato sull’ambiente esterno ma soprattutto impegnato in attività cognitive interne come l’immaginazione del futuro, il fantasticare, il recupero della memoria autobiografica, la mentalizzazione[3], il vagare della mente[4]. L’attività DMN correla negativamente con altri sistemi cerebrali come quello dell’attenzione[5], diminuisce cioè quando non siamo concentrati su qualcosa di specifico e sembra implicata in diversi disturbi neurologici e del comportamento, tra cui l’Alzheimer, l’autismo, la depressione, il disturbo da stress post traumatico e, come vedremo più precisamente tra poco, con le dipendenze[6].

Il DMN possiede due poli primari, la corteccia prefrontale mediale e la corteccia cingolata posteriore. Le ricerche suggeriscono che l’attività di queste due strutture sia funzionalmente connessa a quella di diversi nodi periferici e negativamente correlata con i centri cerebrali più implicati nel monitoraggio del comportamento e nel controllo cognitivo e volontario, come, rispettivamente, la corteccia cingolata dorsale anteriore e la corteccia prefrontale dorso-laterale[7].

Sebbene i risultati siano piuttosto variegati e risulti ancora assente una ipotesi fisiopatologica in grado di sintetizzare e dar senso alla apparente eterogeneità dei dati, la ricerca ha dimostrato che le funzioni e la connettività del DMN risultano alterate nelle dipendenze[8]. In generale, tuttavia, questi risultati sembrano coerentemente indicare che uno dei principali tratti patologici del DMN nelle dipendenze sia un’aumentata connettività funzionale dei nodi del sistema che mediano il recupero della memoria autobiografica e una diminuita connettività funzionale dei centri associati al controllo cognitivo del comportamento[9]. Questo potrebbe spiegare anche la più elevata sensibilità verso gli stimoli associati alle sostanze e la diminuita capacità di esercitare il controllo sull’uso che caratterizzano le dipendenze.

Considerate la struttura, le funzioni del DMN e il quadro delle sue alterazioni nel disturbo da uso di sostanze appaiono consistenti le potenzialità della mindfulness come strumento complementare nel trattamento, come sembrano peraltro indicare alcuni studi. Ad esempio, otto settimane di training Mindfulness-Based Stress Reduction sono associate a una riduzione dell’attività del DMN in particolari compiti di attenzione[10]. La stessa riduzione si osserva nei meditatori esperti che, in uno stato mindful, osservano immagini emotivamente cariche[11], Brewer e collaboratori hanno accertato che nei meditatori esperti questa attenuazione delle funzioni DMN è comune a tre differenti tipi di meditazione, concentrazione, amorevole gentilezza e attenzione aperta[12]. In questo senso, è verosimile che, intervenendo sulle disregolazioni del DMN che correlano con la tendenza al vagare della mente, alla distrazione, alla maggiore sensibilità verso le memorie, il training mindfulness aumenti la capacità di monitoraggio e controllo del comportamento, attenuando la forza motivazionale degli inneschi al consumo appresi[13].

Stefano Canali

 

Riferimenti bibliografici

[1] Ad esempio: Mrazek MD, Smallwood J, Schooler JW. Mindfulness and mind-wandering: finding convergence through opposing constructs. Emotion. 2012 Jun;12(3):442-8.

[2] Rahl HA, Lindsay EK, Pacilio LE, Brown KW, Creswell JD. Brief mindfulness meditation training reduces mind wandering: The critical role of acceptance. Emotion. 2017 Mar; 17(2):224-230.

[3] Buckner RL, Andrews-Hanna JR, Schacter DL. The brain’s default network: anatomy, function, and relevance to disease. Ann N Y Acad Sci. 2008 Mar;1124:1-38

[4] Mittner M, Hawkins GE, Boekel W, Forstmann BU. A Neural Model of Mind Wandering. Trends Cogn Sci. 2016 Aug;20(8):570-8.

[5] Broyd, Samantha J.; Demanuele, Charmaine; Debener, Stefan; Helps, Suzannah K.; James, Christopher J.; Sonuga-Barke, Edmund J. S. (2009). “Default-mode brain dysfunction in mental disorders: A systematic review”. Neuroscience & Biobehavioral Reviews. 33 (3): 279–96.

[6] Buckner RL, Andrews-Hanna JR, Schacter DL. The brain’s default network: anatomy, function, and relevance to disease. Ann N Y Acad Sci. 2008 Mar;1124:1-38.

[7] Andrews-Hanna JR, Reidler JS, Sepulcre J, Poulin R, Buckner RL. Functional-Anatomic Fractionation of the Brain’s Default Network. Neuron. 2010; 65(4):550–562.

[8] Geng X, Hu Y, Gu H, Salmeron BJ, Adinoff B, Stein EA, Yang Y. Salience and default mode network dysregulation in chronic cocaine users predict treatment outcome. Brain. 2017 Feb 20; Li Q, Li Z, Li W, Zhang Y, Wang Y, Zhu J, Chen J, Li Y, Yan X, Ye J, Li L, Wang W, Liu Y. Disrupted Default Mode Network and Basal Craving in Male Heroin-Dependent Individuals: A Resting-State fMRI Study. J Clin Psychiatry. 2016 Oct;77(10):e1211-e1217; Ma N, Liu Y, Fu XM, Li N, Wang CX, Zhang H, Qian RB, Xu HS, Hu X, Zhang DR. Abnormal brain default-mode network functional connectivity in drug addicts. PLoS One. 2011 Jan 26;6(1):e16560; Kelly C, Zuo XN, Gotimer K, Cox CL, Lynch L, Brock D, Imperati D, Garavan H, Rotrosen J, Castellanos FX, Milham MP. Reduced interhemispheric resting state functional connectivity in cocaine addiction. Biol Psychiatry. 2011 Apr 1;69(7):684-92; Dalwani MS, Tregellas JR, Andrews-Hanna JR, Mikulich-Gilbertson SK, Raymond KM, Banich MT, Crowley TJ, Sakai JT. Default mode network activity in male adolescents with conduct and substance use disorder. Drug Alcohol Depend. 2014 Jan 1;134:242-50; Ma N, Liu Y, Fu XM, Li N, Wang CX, Zhang H, Qian RB, Xu HS, Hu X, Zhang DR Abnormal brain default-mode network functional connectivity in drug addicts. PLoS One. 2011 Jan 26; 6(1):e16560; Chanraud S, Pitel AL, Pfefferbaum A, Sullivan EV Disruption of functional connectivity of the default-mode network in alcoholism. Cereb Cortex. 2011 Oct; 21(10):2272-81.

[9] Ma N, Liu Y, Fu XM, Li N, Wang CX, Zhang H, Qian RB, Xu HS, Hu X, Zhang DR Abnormal brain default-mode network functional connectivity in drug addicts. PLoS One. 2011 Jan 26; 6(1):e16560.

[10] Farb NAS, Segal ZV, Mayberg H, Bean J, McKeon D, Fatima Z, Anderson AK. Attending to the present: Mindfulness meditation reveals distinct neural modes of self-reference. Social Cognitive and Affective Neuroscience. 2007; 2(4):313–322.

[11] Taylor, VrA; Grant, J.; Daneault, Vr; Scavone, Gv; Breton, E.; Roffe-Vidal, Sb; Beauregard, M. Impact of mindfulness on the neural responses to emotional pictures in experienced and beginner meditators. Neuroimage. 2011; 57(4):1524–1533.

[12] Brewer JA, Worhunsky PD, Gray JR, Tang YY, Weber J, Kober H. Meditation experience is associated with differences in default mode network activity and connectivity. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America. 2011; 108(50):20254–20259

[13] Brewer JA, Elwafi HM, Davis JH. Craving to quit: psychological models and neurobiological mechanisms of mindfulness training as treatment for addictions. Psychol Addict Behav. 2013 Jun;27(2):366-79.

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