Teoria della dipendenza razionale

By | 2 dicembre 2016

Nel 1988, Gary S. Becker, che poi prenderà il Nobel nel 1992 per l’economia e Kevin M. Murphy hanno proposto la teoria della dipendenza razionale (TDR d’ora in poi), un modello economico delle dipendenze fondato sulla struttura concettuale della teoria della scelta o dell’azione razionale[1].

L’idea generale di questo modello è che un individuo sceglie e agisce sempre al fine di ottenere una qualche forma di beneficio o vantaggio e nella consapevolezza dei costi e delle eventuali conseguenze negative associate alle scelte e alle azioni che assume. Secondo la TDR ciò vale anche per comportamenti problematici o apparentemente irrazionali come l’abuso di sostanze e la dipendenza.

Quando vediamo un soggetto che soffre di una dipendenza, un alcolista che manda in rovina la sua vita e la sua salute, un giocatore d’azzardo che dilapida il patrimonio familiare, si indebita, compromette tutte le sue relazioni affettive, noi pensiamo generalmente che questa persona non vorrebbe vivere l’esistenza che si trova a condurre e che se lo fa è perché soffre di una malattia in cui il controllo sull’alcol o sul gioco d’azzardo viene abolita: una malattia della compulsione per cui l’oggetto della dipendenza viene costantemente agito nonostante la volontà di smettere e la consapevolezza delle sue conseguenze negative. Questo peraltro è il nucleo teorico fondamentale della concettualizzazione biomedica della dipendenza. Ma la teoria TDR ipotizza che, sebbene il soggetto con la dipendenza possa preferire vivere libero da questa condizione, considerate tutte le variabili di cui è consapevole, egli giudica che la dipendenza sia l’opzione migliore, più vantaggiosa ovvero anche meno costosa e penosa, in un determinato periodo della sua vita, in un particolare contesto dato e per le prospettive future che immagina. Questa prospettiva sull’abuso di sostanze e sulle dipendenze appare peraltro coerente con la ricerca sul campo, con certa narrativa dei soggetti che vivono questa condizione, e con molte indagini etnografiche.

Anche per chi non ha mai sperimentato una dipendenza patologica è piuttosto facile capire che certi soggetti possano “razionalmente” preferire l’abuso continuo di sostanze a dispetto delle conseguenze negative se confinati in condizioni di grande disagio sociale, con una infanzia problematica, senza prospettive future, cresciuti in un ambiente dove il rapporto con le sostanze era comune. Ciò può valere anche per persone non economicamente e socialmente svantaggiate ma segnate da traumi profondi o ripetuti, lunghi periodi di stress, gravi perdite o lutti. Anche individui afflitti da un temperamento problematico, dalla depressione, vulnerabili all’anomia o a certe pressioni sociali verso il consumo voluttuario e l’eccesso potrebbero, tutto considerato, in certi periodi della vita valutare preferibile e vantaggioso l’abuso di sostanze e anche le dipendenze nonostante i loro costi economici, fisici e relazionali. In questo consumo possono infatti trovare, più o meno temporaneamente, sollievo, evasione, il conforto delle abitudini (se il consumo di una sostanza era abituale sin dall’infanzia), oppure il piacere in senso stretto, soprattutto per chi non ha, o non vede possibilità di avere, piaceri futuri più grandi verso cui è spinto a investire e per cui rinunciare alla ricompensa presente, sia pur dannosa nel tempo.

Secondo la TDR, in tutti questi casi il comportamento manifesta preferenze razionali, perché in linea di principio può essere interpretato come un piano per massimizzare l’utilità in un dato arco di tempo. L’utilità è un termine che gli economisti usano per quantificare il modo in cui una determinata persona computa i costi e i benefici associabili a una determinata scelta o azione. È una misura differente per ogni individuo. È evidente che, ad esempio, 100 euro non hanno lo stesso valore per una mendicante e per un milionario. Parimenti anche per il milionario stesso 100 euro hanno un valore diverso, cioè una specifica e differente utilità, quando rappresentano lo sconto che può avere per l’acquisto di un nuovo telefono rispetto a quando sono il ribasso che riesce a ottenere comprando una lussuosa macchina sportiva. Analogamente, l’utilità di 100 euro oggi potrebbe essere razionalmente maggiore di quella di 150 euro tra un anno, soprattutto, ad esempio, considerando il caso di un individuo cui è stata diagnostica una malattia che gli lascia meno di un anno di vita. Ma l’utilità è anche una misura per comprare il valore di cose molto diverse durante un processo decisionale. Tipicamente le scelte che governano il comportamento umano, compreso l’uso di sostanze, si realizzano attraverso la misurazione relative di variabili e fattori assai diversi. Ad esempio possiamo essere chiamati a decidere se usare una certa somma ereditata per partecipare a un corso di specializzazione oppure per un viaggio ai tropici, entrambi da tempo desiderati. In questo caso mettiamo in raffronto beni molto diversi tra loro e per ognuno di loro variabili costi-benefici molto dissimili e riferite a differenti piani temporali. Il sole e i bagni ai tropici, il piacere di conoscere una nuova parte del mondo contro il potenziale vantaggio occupazionale e nella remunerazione della partecipazione al corso, oppure al piacere stesso dello studio di una nuova cosa e per ognuno dei casi, i beni contemplati, le varie utilità, con l’investimento in danaro, in termini di impegno, di rinunce ad altre cose, di spostamenti e così via. E tutto ciò viene computato relativamente al modo in cui ci sentiamo nel presente e in rapporto a come immaginiamo la nostra soddisfazione dando corso alla specifica scelta.

Anche nel caso degli individui che abuso di sostanze psicoattive o soffrono una dipendenza si può chiaramente immaginare la scelta di assumere le sostanze come un piano teso a massimizzare nel tempo l’utilità tra di tutti i diversi fattori legati nel presente e nel futuro a quel comportamento. Massimizzare l’utilità può voler dire anche ridurre attraverso l’abuso di una sostanza o di un comportamento i costi di un determinato periodo della vita, il disagio vissuto o percepito: un piano che conseguentemente ha una sua razionalità.

Nel caso delle dipendenze va considerato inoltre che nelle prime fasi iniziali nell’itinerario che porta dall’uso, all’abuso e alla dipendenza i costi associati non ricadono nel presente ma sono soprattutto a carico del futuro del soggetto in questione. In quanto tali sono computati in modo scontato rispetto ai benefici immediati durante gli effettivi e particolari processi decisionali che portano alle singole decisioni di usare una sostanza o lasciarsi andare a un comportamento con potenziale additivo, come nel caso del gioco d’azzardo.

Secondo Becker e Murphy la TDR può spiegare una grande varietà di comportamenti additivi oltre alle tossicodipendenze: il cibo, la televisione, il lavoro, l’esercizio fisico, la religione e molti altri. In accordo alla TDR, questi comportamenti si sviluppano quando un certo tipo di bene consumabile o una certa attività possiede anche un effetto ritardato su chi li usa. Un bene consumabile (ad esempio l’alcol) o un’attività (ad esempio il gioco d’azzardo) sarebbero additivi quando il loro uso tende ad aumentare il consumo futuro. Secondo la TRD, ciò accadrebbe, analogamente alla concezione biomedica, perché questi beni e queste azioni particolari sono associate a un rinforzo positivo, una ricompensa, e perché inducono tolleranza. In questo caso la tolleranza è concettualizzata non in termini di adattamento farmacologico ma in prospettiva economica come riduzione dell’utilità di un bene acquisito e consumato.

Nella TDR un ipotetico consumatore di alcol dovrebbe sapere che assumere una dose oggi potrebbe aumentare il desiderio di consumarlo in futuro e di consumarne di più; dovrebbe essere inoltre consapevole dei costi futuri, di tipo fisico, sulla sua salute, economico, sociale, psicologico. Secondo la TDR, la scelta di consumare quella dose di alcol è una scelta razionale a seguito del calcolo dell’utilità scaturito dalla comparazione delle diverse variabili in gioco in termini di costi e benefici percepiti: il piacere di quel bicchiere, gli effetti sull’umore e sulla socievolezza, sulla riduzione dell’ansia, con i costi economici e il loro verosimile aumento nel tempo per effetto della tolleranza, con i costi sulla salute, sull’efficienza al lavoro, sui rapporti in famiglia e con gli amici e così via. Per queste ragioni, ad esempio, la TDR postula un decremento del consumo di una sostanza come effetto dell’aumento, anche solo annunciato, del suo prezzo. Una previsione confermata da diverse ricerche sul campo. Per altri aspetti la TDR sembra tuttavia un modello poco rispondente agli effettivi comportamenti, ai reali processi biologici, motivazionali e psicosociali che determinano l’abuso di una sostanza o di un comportamento e le dipendenze in generale. Ma in ogni caso alcune sue intuizioni sembrano utili in particolare alla comprensione delle ricadute sul welfare del consumo di beni potenzialmente additivi, così come nella formulazione e nell’implementazione delle politiche sulle sostanze psicoattive e le dipendenze[2].

[1] Becker, G. and K. Murphy (1988) “A theory of rational addiction”. Journal of Political Economy, 96, 675-700

[2] Melberg HO, Rogeberg OJ. Rational addiction theory: a survey of opinions. J Drug Policy Anal (2010) 3(1):5.10.2202/1941-2851.1019.

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