Smetto quando voglio, forse. L’uso controllato e il suo significato per la ricerca sulle dipendenze

By | 27 luglio 2016

Secondo l’opinione comune fare uso di sostanze psicoattive è un vizio. Nella migliore delle ipotesi una malattia mentale. È il capriccio di un soggetto deviante, povero di spirito e di forza di volontà. Una debolezza o un comportamento intemperante, per questo l’uso controllato è giudicato un concetto assurdo.

può sembrare incredibile, ma questo pregiudizio di fondo dipende in parte da un vizio sistematico della ricerca. Gli studi sul consumo e sui consumatori di sostanze infatti sono afflitti da una distorsione clinica assai ardua da superare. In primo luogo non è facile reclutare un numero di consumatori di vario tipo per poter svolgere studi sperimentali con un campione sufficiente. Ciò accade in parte per la natura illegale delle sostanze in gioco. La distorsione clinica però dipende soprattutto dal modo in cui sono reclutati i soggetti negli studi sul consumo di sostanze psicoattive. La gran parte di questi soggetti vengono proprio dalla clinica, sono persone in cura, magari da anni. Persone che hanno cercato aiuto o sono state obbligate al percorso terapeutico perché fuori controllo, spesso con doppia diagnosi, con altri disordini del comportamento o disturbi somatici più o meno gravi. Sono quasi sempre utenti dei servizi per le dipendenze, e non raramente persone con un passato carcerario, o che abitano ai margini della devianza e della criminalità.

La ricerca in Europa raramente si è occupata delle cosiddette hidden population. A causa della miopia e dei pregiudizi del mondo della ricerca[1], sono davvero pochi gli studi su quei soggetti invisibili che, per ironia della sorte, sono poi la maggior parte dei consumatori. Sono gli sperimentatori, occasionali o abitudinari, che usano sostanze illecite, anche per periodi di tempo molto lunghi, ma in modo controllato o scarsamente problematico. Un intero mondo di consumatori che non sviluppa patologie marcate, non provoca danni sociali, non si rivolge ai servizi e non viene intercettato dalla rete penale e sanzionatoria. Gli invisibili, appunto.

Così le inevitabili ‘generalizzazioni scientifiche’ finiscono per appiattire qualunque consumatore sulla tipologia del consumatore problematico, dell’abusatore, del dipendente cronico, del deviante.

Tutto questo fa sì che non si sappia come vivono, agiscono, scelgono e si orientano, milioni di consumatori europei. E di conseguenza, a tutta una serie di politiche sociali e normative sul consumo di droghe, che continuano a basarsi su una visione parziale del fenomeno.

Anche se, come abbiamo visto, la ricerca ha prodotto una letteratura scientifica tradizionalmente più puntata su disturbi psichiatrici e danni cerebrali, mettendo al centro del lavoro di indagine consumatori in carico ai servizi per le dipendenze o detenuti in carcere (cosa che Decorte[2] definisce il “tunnel”), tuttavia alcuni ricercatori hanno in più punti “rotto gli argini” di questo pensiero unico.

Primo tra tutti: Peter Cohen. Attraverso una ricognizione della letteratura scientifica sulla cocaina, il tossicologo ed epidemiologo dell’Università di Amsterdam evidenzia la contraddittorietà dei risultati di molte ricerche[3], aprendo la strada al disvelamento di modelli di consumo diversi da quello della dipendenza ‘pura’.

Riprendendo gli studi del collega, il sociologo Tom Decorte[4] analizza a sua volta le ricerche sull’uso di cocaina nella popolazione generale (da quelle condotte in Olanda e in Belgio agli studi canadesi, britannici, australiani e statunitensi) ed evidenzia come la stragrande maggioranza dei consumatori usi la cocaina per un tempo relativamente breve della vita. Lo fa per aumentare il piacere nelle occasioni di socialità e, in generale, preferisce dosi moderate che gli permettano di mantenere il controllo sulla situazione.

Questo nuovo sguardo evidenzia l’esistenza di traiettorie di consumo diversificate e disposte lungo un continuum. Il valore della ricerca di Decorte, infatti, risiede soprattutto nell’aver messo in evidenza come non esistano due mondi separati – quello del consumo controllato e quello “fuori controllo” – ma come le traiettorie individuali siano oscillanti e spesso includano l’esperienza dell’uno e dell’altro[5].

Ciò significa che consumatori controllati e incontrollati non rappresentano due categorie separate: «Molti devono attraversare un periodo di perdita di controllo in cui apprendono gli aspetti negativi del consumo prima di riuscire ad imparare ad usare la sostanza in maniera più consapevole, in modo cioè che non prenda il sopravvento sulle loro vite»[6], afferma Decorte in una pubblicazione del 2001. Il consumatore, quindi, impara continuamente dalla sua esperienza e da quella degli altri e «il processo del divenire un consumatore controllato si avvicina alla meta via via che si allarga la conoscenza della sostanza»[7].

Adriaen Brouwer (circa 1605/1606–1638), Il fumatore, 1630-1638, olio, 30.5 × 21.5 cm, Rijksmuseum Amsterdam

Come direbbe Howard Becker, autore del famoso studio sulla marijuana[8], «come qualsiasi consumatore, anche chi assume sostanze stupefacenti deve apprendere a consumare, in un lungo processo sociale che dura per tutta la ‘carriera’».

Un uso controllato quindi sembra esistere anche per le droghe illegali, anche se molti ancora sostengono che si tratti di una contraddizione in termini. Eppure, le medesime dinamiche di consumo non ci stupiscono se si tratta di droghe legali, come alcol e sigarette. Non ci sembra affatto strano che molti consumatori ‘legali’ lo siano in maniera controllata. Ci sono quelli che bevono alcolici solo ai pasti o in determinate occasioni particolari come cerimonie o festività e quelli che fumano solo sul terrazzo, al di fuori delle ore di lavoro e solamente un certo numero di sigarette al giorno. In questi casi non abbiamo difficoltà a pensare che possa esistere una distinzione tra uso ed abuso. Perché per le sostanze illegali dovrebbe funzionare diversamente?

Nell’ambito degli studi sull’uso controllato di cocaina, ad esempio, Tom Decorte illustra come molti consumatori, durante le interviste, riferissero di percepire la propria assunzione di droga come ‘controllata’ (il 77,6%, contro un 10,3% di “incontrollati”)[9]. La percezione era legata alla presenza di parametri che, secondo gli intervistati, permettevano di effettuare un’autovalutazione: per primo l’astinenza periodica, a seguire la capacità di rifiutare la cocaina quando offerta, poi i bassi dosaggi, la bassa frequenza d’uso e infine l’assenza di ricerca compulsiva. La presenza di tali caratteristiche, secondo Decorte, garantisce quasi sempre al soggetto di poter condurre una vita “attiva” e “socialmente integrata”[10].

Come per il funzionamento sociale e della vita quotidiana, rituali, consuetudini e norme implicite sono fattori importanti anche per il controllo del consumo di sostanze. La consapevolezza e la percezione soggettiva del confine fra uso e abuso possono dirigere i consumatori verso un’assunzione moderata della sostanza.

Come dice Decorte: «ormai, è necessario prendere atto dell’esistenza di un consumo non problematico, non patologico e non destinato all’escalation, e di come tale autocontrollo sia funzione di meccanismi di apprendimento, regolazione sociale e di autoregolazione individuale che influenzano il comportamento di consumo».

L’esito di questo approccio di ricerca non convenzionale è triplice: permette di riconoscere e descrivere diverse modalità d’uso, che appartengono alla maggioranza della popolazione dei consumatori di cocaina; contribuisce alla discussione critica attorno ai modelli interpretativi dominanti; offre una prospettiva in termini di politiche e modelli operativi utile, in modo differente, per ogni tipologia di consumo.

Questa espansione dell’orizzonte osservato può produrre un significativo e necessario slittamento paradigmatico. La sostanza in sé, con le sue proprietà chimiche, perde la sua centralità “farmacologica” per divenire uno dei fattori in gioco di un fenomeno assai più complesso in cui agiscono come determinanti anche le variabili individuali e quelle di contesto.

La possibilità di immaginare traiettorie individuali che non risultino per forza destinate all’esito problematico o patologico[11], consentirà di acquisire maggiori conoscenze sulle vite dei consumatori e permetterà di formulare strategie di interventi cliniche, preventive e politiche pubbliche più conformi alla natura complessa e articolata del fenomeno.

di Giulia Virtù

edited Stefano Canali

[1] si veda ad esempio, G. Zuffa (2008) I consumi tra “controllo” e “non controllo”. Modelli, teorie e ricerche Bagozzi e C. Cippitelli (2008) In estrema sostanza, Iacobelli Editore.

[2] T. Decorte (2000), The taming of cocaine: cocaine use in European and American cities, VUB University Press, Brussels

[3] P. Cohen (2003), Making peace with cocaine and advancing from harm reduction to harm refusal”, in Foro Social Mundial Tematico “Democracia, derechos humanos, guerras y cultivos de uso illicito”, Cartagena, Colombia, June 16-20 2003

[4] T. Decorte (2000), The taming of cocaine: cocaine use in European and American cities, VUB University Press, Brussels

[5] Tom Decorte, Drug users’ perceptions of ‘controlled’ and ‘uncontrolled’ Use, International Journal of Drug Policy 12 (2001)

[6] Cit. Tom Decorte, Drug users’ perceptions of ‘controlled’ and ‘uncontrolled’ Use, International Journal of Drug Policy (2001)

[7] Ibidem

[8] H. Becker (1987) Outsiders. Saggi di psicologia della devianza. EGA

[9] Tom Decorte, Drug users’ perceptions of ‘controlled’ and ‘uncontrolled’ Use, International Journal of Drug Policy (2001)

[10] Ibidem

[11] T. Decorte (2000), The taming of cocaine: cocaine use in European and American cities, VUB University Press, Brussels

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