La mescalina di Castaneda

By | 4 maggio 2016

Il principale agente attivo del peyote, la mescalina, è stato identificato nel 1896 da un ricercatore tedesco, A. Heffter. Nel 1918, un altro chimico tedesco, E. Spaeth, riuscì a definire la sua struttura chimica. All’inizio degli anni Venti, quindi, era disponibile la principale sostanza allucinogena contenuta nel peyote, tuttavia gli avventurieri del viaggio psichedelico continuarono a preferire il consumo della pianta a quella della sostanza purificata, forse anche perché affascinati dall’aura di sacralità e dal valore simbolico assegnato dalle popolazioni indiane al peyote.

I resoconti letterari dell’esperienza peyotica, che superano di gran lunga quelli dei viaggi da mescalina, provengono da scrittori ed antropologi che hanno avuto un incontro diretto e profondo col peyotismo durante viaggi nel centro America. Significativa a questo proposito è stata la trascrizione delle esperienze di Antonin Artaud, che, recatosi in Messico per tenere delle conferenze, si accostava al peyotismo durante un viaggio compiuto per studiare le popolazioni dell’interno. La valenza mistica ed iniziatica del peyote all’interno delle pratiche religiose di queste popolazioni si riversò probabilmente nell’esperienza provata da Artaud sotto l’effetto della pianta allucinogena, determinando la profonda sensazione del contatto, della scoperta ultimativi: «Ci si sente come rovesciati e ribaltati dall’altro lato delle cose e non si capisce più il mondo che si è appena lasciato. Dico ribaltati dall’altro lato delle cose, e come se una forza terribile vi avesse dato la possibilità d’essere restituiti a ciò che sta dall’altro. Non si avverte più il corpo che si è lasciato e che vi garantiva nei suoi limiti, in cambio ci si sente molto più felici d’appartenere all’illimitato che a se stessi, perché si capisce che ciò che era a noi ci è giunto dalla testa di questo illimitato, l’Infinito, e che lo vedremo.»[1]

Lo stesso atteggiamento, fors’anche più esasperato, di fronte a tale droga è all’origine delle numerose e piuttosto famose opere di Carlos Castaneda, un antropologo brasiliano di origine italiana e formazione statunitense. Castaneda incontrava il peyotismo all’inizio del lungo soggiorno, dal 1961 al 1965, in Messico per studiare le proprietà di alcune piante medicinali. Fu uno stregone indiano Yaqui, don Juan, ad iniziare Castaneda ai segreti del peyote e di altre piante allucinogene, come la Psylocibe. In A scuola dallo stregone, Castaneda raccontava come don Juan insegnasse a cercare nelle piante allucinogene la forza per rompere i vincoli che legano gli individui alla realtà ordinaria e per giungere quindi ad una forma di conoscenza assoluta e radicalmente diversa da quella occidentale. Il peyote, secondo lo stregone, svelava una realtà assolutamente altra, inesprimibile a parole. La sua funzione è quella di sostenere chi ne abbia voglia nell’impervio viaggio attraverso una dimensione sconosciuta, coi caratteri del sogno e dell’incubo e la cui scoperta implica la completa rinuncia alla prospettiva razionale ed ordinata da dove la civiltà occidentale ha sempre guardato la natura delle cose.

In Una realtà separata e in Viaggio a Ixtlan, l’entusiasmo di Castaneda per questa avventura iniziatica nella conoscenza perduta dall’uomo occidentale si trasformava in ingenua ed acritica apologia dell’irrazionale. Quella che avrebbe dovuto essere una ricerca scientifica si trasformava così in una folgorazione mistica, perdendo conseguentemente ogni valore descrittivo ed esplicativo. Ciò gli è costato l’esplusione dalla comunità scientifica, ma gli ha anche attirato simpatie estreme, tanto che i suoi libri sono diventati, in taluni ambienti inclini allo spiritualismo, oggetto di venerazione.

[1] A. Artaud, Les Tarahumaras, in Oeuvres complètes, Paris, 1971, vol. IX, p. 117

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