Morfina: dall’uso all’abuso

By | 12 aprile 2016

Il successo dell’accoppiata morfina-siringa era tale che su di essa cominciava a svilupparsi una terapeutica dalla casistica praticamente sterminata. La morfina non era soltanto un rimedio alle patologie organiche, ma diventava anche un farmaco per le malattie sociali. L’alcaloide dell’oppio doveva servire, secondo teorie mediche accreditate nella seconda metà dell’Ottocento, a sconfiggere la piaga dell’alcolismo e a risolvere così tutti i problemi sociali conseguenti a tale abuso. I vantaggi dell’uso della morfina risiedevano in vari fattori: economico, la morfina costava molto meno dell’alcool ed arrecava quindi meno danni alle tasche di chi ne faceva uso; clinico-patologico, i danni prodotti dall’alcool – epatici, cardio-vascolari e così via – erano molto più gravi di quelli causati dalla morfina; socio-politico, gli individui che facevano uso di morfina sono molto più tranquilli degli alcolisti, in quanto artificialmente sedati.

Non si doveva attendere molto, tuttavia, per assistere alle prime tragiche dimostrazioni della pericolosità dell’uso irrazionale della morfina iniettabile. Durante la guerra di secessione americana tra il 1861 e il 1865 e con il conflitto franco-prussiano tra il 1870 e il 1871, infatti, decine di migliaia di militari divennero assuefatti alla morfina, dei  veri tossicomani, tanto che la dipendenza a questa droga venne significativamente chiamata “malattia del soldato”. Gli ufficiali medici avevano purtroppo imparato a somministrare la morfina non soltanto come anestetico per le cure e le operazioni sui soldati feriti, ma anche per dare sollievo ai più piccoli malanni fisici e al disagio psicologico provocato dalla tensioni delle battaglie. La guerra franco-prussiana diffondeva la pratica della morfina anche tra lo stato maggiore dell’esercito tedesco e quindi tra le classi più agiate del Secondo Reich, sino al cuore dell’intellighènzia. Il musicista ufficiale del regime, Richard Wagner, e l’artefice dell’unificazione nazionale, paladino del militarismo prussiano e cancelliere del Reich, Otto von Bismarck, erano morfinomani. Agli inizi del Novecento, le commissioni sanitarie della federazione tedesca segnalavano la presenza di interi villaggi di morfinomani. La moda della morfina si radicava anche in Francia, soprattutto tra i ceti medio alti. Il derivato dell’oppio faceva adepti tra gli intellettuali, scienziati, uomini di stato. Il generale Georges Boulanger, ministro della guerra nella terza Repubblica francese e capo del movimento nazionalista e autoritario del boulangismo, era stato visto varie volte iniettarsi morfina in pubblico. Guy de Maupassant usava la morfina a scopo voluttuario e per stimolare la creatività. Negli ultimi anni della sua vita, il grande neuropatologo e maestro di Sigmund Freud, Jean-Martin Charcot, si iniettava una dose di morfina al giorno per trovare sollievo da una lombaggine cronica. Jules Verne ricorreva alla morfina per ridurre il dolore che gli provocava una pallottola conficcata nel piede che non poteva estrarre a causa del diabete che lo affliggeva.

L’uso della morfina raggiungeva quindi la Russia zarista, pronta ad importare ogni moda francese, anche la più nefasta. Ne dava più tardi testimonianza letteraria Michail Bulgakov in un opera del 1927, Morfina. Questo racconto si ispirava verosimilmente al terribile rapporto che l’autore aveva avuto con la morfina e che era cominciato appena dopo il conseguimento della laurea in medicina, quando era stato destinato all’ospedale del villaggio Nikol’skoe in qualità di direttore. In Morfina, Bulgakov denunciava con veemenza i pericoli dell’abuso del potente derivato dell’oppio: «Non uno stato depressivo, ma una morte lenta si impadronisce del morfinomane se lo private soltanto per una o due ore della sua morfina. Gli manca l’aria, non riesce ad inghiottire […] non c’è una sola cellula del suo corpo che non abbia sete […] di che cosa? Non c’è bisogno di precisarlo, né di chiarirlo. Insomma, non esiste più. È annientato. Un cadavere che si muove, soffre, si strugge. Non desidera nulla, non pensa a nulla, tranne che alla morfina. La morfina.»[1]

Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la morfina assurgeva a simbolo caratterizzante la cerchia elitaria di esteti e raffinati decadenti e per estensione degli intellettuali in genere. Si fabbricavano siringhe d’oro, astucci d’argento ornati da emblemi, incisioni, stemmi e iniziali di famiglia, contenenti il necessaire per la somministrazione della droga: una siringa d’oro ed un grazioso flacone di vetro intarsiato. I morfinomani della buona società regalavano questi preziosi strumenti scegliendoli con grande cura ed attenzione. Non era difficile incontrare nei caffè, al teatro, negli angoli dei salotti alla moda, dame e signori del bel mondo che si iniettavano con fare disinvolto la morfina in una coscia, anche attraverso gli indumenti.

Disintossicarsi dalla “medicina di Dio”

Così, quella che il grande medico William Osler aveva definito la «medicina di Dio» si era rivelata essere anche un potenziale veleno, il germe portatore di una delle più gravi epimedie della storia moderna, la causa scatenante di una piaga sociale apparentemente insanabile.

Si diffondevano quindi, soprattutto in Germania, cliniche per la disintossicazione, dove venivano applicati metodi disumani, irrazionali, a volte estremamente pericolosi. La maggior parte di questi metodi consisteva nel rinchiudere il tossicomane in una cella, più o meno comoda e confortevole, per almeno tre giorni, privandolo così drasticamente della droga. Non poche furono le vittime prodotte da questa cura disintossicante, uccise dalla sindrome d’astinenza che velocemente e drammaticamente sopravveniva.

Occorreva pertanto trovare un farmaco parimenti efficace contro il dolore che non provocasse però la dipendenza: l’ape senza pungiglione. Questa ricerca rappresentava un nuovo colossale affare commerciale e le maggiori industrie chimico-farmaceutiche dell’epoca investirono su di essa ingenti quantità di denaro.

[1] Michail Bulgakov, Morfina, Genova, 1988, p. 83.

 

Immagine: Morfina, di Albert Matignon, 1905.

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