L’oppio tra Settecento e Ottocento

By | 12 aprile 2016

Nel Settecento l’Inghilterra aveva indiscutibilmente il primato europeo del consumo d’oppio. Medici famosi come William Cullen e John Brown ne consigliavano la somministrazione per la terapia dei mali più disparati: tetano, tifo, cancro, colera, malaria, reumatismi e così via. Le prescrizioni tuttavia non avevano ancora nessuna base razionale, e venivano quindi fatte in via del tutto empirica, come testimoniava il fatto che Cullen considerava l’oppio un sedativo mentre Brown uno stimolante.

Con l’avviarsi della Rivoluzione industriale, in Inghilterra si registrava una vera e propria esplosione del consumo di oppio, che doveva successivamente investire tutta l’Europa e buona parte delle colonie europee negli altri continenti. L’uso di tale droga perdeva il carattere endemico che aveva sempre avuto nella storia e che dava luogo a situazioni molto simili a quelle che si verificano oggi per l’uso dell’alcool in paesi come il nostro, con consumatori occasionali e sporadici, individui farmaco-dipendenti che tuttavia erano socialmente accettati e che continuavano ad avere una vita di relazione nei canoni della normalità ed infine gruppi significativamente piccoli di tossicomani completamente dipendenti ed asserviti alla droga, ma che nonostante ciò non rappresentavano un grave pericolo sociale, data la loro scarsa consistenza numerica.

La coincidenza tra avvio della Rivoluzione industriale e inizio dell’epidemia dell’abuso di oppio e dei suoi derivati non fu certo casuale e si può spiegare riconducendola sostanzialmente a tre importanti e profondi cambiamenti d’ordine generale dell’economia e delle società di quel periodo: la completa maturazione del capitalismo nell’economia europea e l’asservimento dei fattori di produzione e dei mercati coloniali alle ragioni del capitale europeo; l’industrializzazione della medicina e l’ingresso della farmacia nell’economia di mercato.

Negli stati europei il modo di produzione capitalistico e l’industrializzazione avevano imposto condizioni di lavoro e di vita esasperanti e drammatiche. Milioni di operai, tra i quali moltissime donne e bambini, lavoravano fino a sedici ore al giorno in ambienti malsani, ed erano ridotti, da salari bassissimi, a vivere di un’alimentazione insalubre ed in abitazioni sudicie, inospitali, in condizioni di assoluta promiscuità ed assenza di igiene. L’assistenza medica era praticamente assente e gli operai conseguentemente avevano imparato a fare largo uso di preparati a base d’oppio per lenire i dolori delle varie patologie contratte, ignorando totalmente che alla lunga tali sostanze avrebbero prodotto sul loro corpo danni superiori a quelli che con esse tentavano di curare. L’oppio non era usato soltanto come analgesico, ma anche, e soprattutto, come l’alcool, a scopo di evasione. Con esso gli operai cercavano di distrarsi dalle assurde condizioni di vita cui erano costretti e di ottenere, seppur artificialmente, un sollievo morale. Soprattutto in Inghilterra l’oppio faceva bella mostra di sé il sabato pomeriggio sui banchi delle drogherie negli squallidi sobborghi industriali e veniva venduto a prezzi dalle cinque alle dieci volte più bassi di quelli della birra e dell’alcool. Gli inglesi infatti disponevano delle enormi piantagioni d’oppio dell’India, le cui produzioni, data la quantità e dato il basso costo della manodopera, potevano essere commercializzate a prezzi estremamente concorrenziali. L’invasione del mercato di un agente psicoattivo così potente ed economico indusse automaticamente l’esplosione del consumo, tanto che l’oppiomania si diffuse presto come una vera piaga sociale, raggiungendo e superando per gravità il fenomeno dell’alcolismo.

Gli interessi commerciali e l’avvio della produzione di farmaci a livello industriale inoltre favorirono contemporaneamente un’impressionante proliferazione ed incremento produttivo di rimedi a base d’oppio, la diffusione della loro pubblicità e la capillarizzazione del sistema di vendita. Sciroppi, cordiali, polveri, dai nomi familiari ed accattivanti (lo  sciroppo dolce della signora Winslow, L’elisir all’oppio di McMunn, il Cordiale Godfrey, Lo Cherry di Ayer e così via) e dalle confezioni appariscenti venivano reclamizzati su giornali e riviste, venduti per posta o direttamente dai medici, mentre nelle farmacie i preparati a base d’oppio rappresentavano il prodotto più acquistato.

Questa convergenza di interessi determinava quindi una rapida estensione del consumo dell’oppio e dei suoi derivati anche ai ceti sociali più agiati del proletariato. Negli Stati Uniti l’oppio diventava una sostanza d’abuso tipica della borghesia e soprattutto del sesso femminile. Stime ufficiali dell’Amministrazione Sanitaria della confederazione americana indicavano un rapporto variabile da uno a venti a uno a cento tra individui dipendenti da oppiacei e popolazione totale, laddove oggi tale rapporto nello stesso stato va da uno a duecento a uno a cinquecento.

L’oppiomania della Rivoluzione industriale è un esempio eloquente di come sia l’offerta delle droghe a creare la domanda e non viceversa. Il primato commerciale che deteneva nel mondo di quell’epoca, unitamente alla spregiudicatezza degli agenti delle sue compagnie mercantili, permetteva all’Inghilterra di rovesciare sul mercato nazionale quantità ingenti di oppio e farmaci psicotropi vari. La facile disponibilità di tale droga, sia in termini di diffusione al minuto che in termini di prezzo, contribuì in maniera determinante  all’origine dell’epidemia dell’abuso e quindi, conseguentemente, a confermare la positività sociale del valore dell’oppio e la sua piena legittimità.

 

Immagine: Wellcome Library, London, Opium-den in the East End of London, Engraving 1874. Creative Commons

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *