La dipendenza come patologia del linguaggio

By | 25 maggio 2017

Nella ricerca, e ancor di più nella pratica clinica, il linguaggio utilizzato costituisce un’impalcatura cognitiva e una prospettiva che dà forma ai ragionamenti, alle ipotesi, ai giudizi e alla concreta azione terapeutica.

Nel dominio della ricerca e della clinica del comportamento, il lessico scientifico e medico, significati, parole, retorica, hanno un impatto formidabile sul modo in cui un paziente vede e vive la sua malattia psichiatrica, come ad esempio la dipendenza. In misura straordinariamente maggiore delle malattie somatiche, i sintomi dei disturbi del comportamento e quindi le possibilità di curarli dipendono anche dalle rappresentazioni che un soggetto ha di se stesso e della sua patologia. E la sostanza dell’idea che ha di se stesso e della sua malattia è in larga parte formata dalle parole con cui quella condizione patologica viene descritta, da come se ne parla, come viene rappresentata nel linguaggio della medicina e nella sua sedimentazione pubblica.

 

Le parole come strumenti della pratica medica

I medici dimenticano troppo spesso che le parole sono strumenti essenziali nella pratica clinica. Si investe giustamente nella ricerca e nella formazione all’uso di strumentari diagnostici e terapeutici sempre più complessi e sofisticati. Ma la clinica e l’atto terapeutico sono relazioni, rapporti tra persone, tra chi cura e chi viene curato. E le relazioni si realizzano nella comunicazione, attraverso lo strumento della parola. Usando lo stetoscopio o un elettroencefalografo il medico può avere una rappresentazione dei processi patologici in corso, come anche con le indagini di laboratorio sul sangue. Ma è con la parola che il medico ricava le informazioni utili a ricostruire la storia, le cause della malattia, e quindi anche le possibilità di cura di un paziente. È con la parola che il medico comunica la diagnosi, descrive le possibili prognosi, illustra il percorso di cura, convince il paziente a seguirlo e a modificare il suo stile di vita per evitare recidive.

Quando poi il linguaggio della scienza e della medicina entra in contatto con l’arena pubblica e si diffonde – tradotto – nell’immaginario collettivo, esso finisce per veicolare norme sociali, credenze, a mescolarsi con ideologie e a trasformarsi in azione politica. Per ovvie ragioni, questa mediazione di valori e atteggiamenti, quindi anche di azioni, è particolarmente forte per le scienze del comportamento e per la clinica dei disturbi del comportamento e ancor più acuto per l’uso di sostanze, droghe e per le dipendenze, condizioni che continuano a mantenere una problematica connotazione morale e ideologica.

Per tutto ciò, una parte importante dei doveri del medico dovrebbe essere quella di usare un linguaggio capace di riflettere le evidenze scientifiche e i fatti clinici nella loro perspicua esattezza, razionalità, ma anche nel loro carattere problematico, incerto, nella loro costante apertura alla correzione: attributi che sono diretta espressione della distanza della ricerca e della pratica clinica dalle visioni e dalle pratiche ideologiche.

Purtroppo i medici, e in particolare quelli che si occupano di disturbi del comportamento e delle dipendenze, sembrano derogare troppo spesso da questa parte vitale dei loro doveri.

 

Stigma e stigmatizzazione linguistica nella clinica delle dipendenze

Hugo Simberg, L’angelo ferito, 1901. Galleria nazionale finlandese

La dipendenza rappresenta uno dei disturbi maggiormente stigmatizzati nella società contemporanea non soltanto per un retaggio moralistico, per la naturale inerzia con cui l’opinione pubblica fa suoi i contenuti della ricerca, ma anche per l’uso improprio del linguaggio da parte del personale sanitario che tratta le dipendenze. Alcune ricerche hanno rilevato che il 63% della gente comune percepisce e parla delle dipendenze attraverso la lente del pregiudizio, come indissolubilmente legate a un qualche deficit di tipo morale, ma purtroppo questo moralismo nel lessico è condiviso da quasi la metà (43%) degli “addetti ai lavori” (43%)[1]. È sconcertante che ciò accada ancora oggi, quando viene data per definitivamente affermata l’idea della dipendenza come malattia, quindi come condizione al di fuori della sfera etica. Eppure gli operatori delle dipendenze continuano a ricorrere a parole come abuso, abusatori; si riferiscono ai riscontri tossicologici delle urine positivi con l’aggettivo “sporche”, perseverano cioè nell’uso di termini che veicolano l’idea del vizio morale. Un’idea che implica la responsabilità, anzi la colpa, che rende perciò i soggetti dipendenti non degni di cure. In uno studio sperimentale è stato dimostrato che anche il personale della salute mentale con elevata qualificazione tende a pensare che un paziente sia personalmente colpevole della sua condizione e addirittura meriti delle misure punitive se il paziente viene descritto come abusatore di sostanze[2]. La parola abuso è infatti fortemente associata a comportamenti violenti e criminali, come lo strupro, la violenza domestica, la pedofilia[3].

Tra l’altro il termine abuso riferito alle persone con dipendenza è un ingenuo controsenso, un abuso esso stesso, linguistico, più precisamente semantico. Se consideriamo il tipo di rapporto e il valore che danno alle sostanze, allora siamo costretti a riconoscere che i tossicodipendenti non abusano di droghe. Al contrario essi usano e trattano le sostanze con una cura e una devozione straordinarie. D’altra parte è per questo tipo di rapporto che sono dipendenti, purtroppo.

La stigmatizzazione linguistica delle dipendenze inquina perciò anche il contesto medico, i servizi per le dipendenze, con gravi riflessi sulla fiducia che invece dovrebbero avere i potenziali utenti per avvicinarsi e cercare le cure. I soggetti che hanno un consumo problematico e potrebbero giovarsi dei percorsi terapeutici disponibili fanno fatica a chiedere aiuto perché hanno paura del giudizio e della considerazione dei servizi sanitari. Questo sentimento purtroppo sembra vissuto anche da molti dei soggetti in cura. Ed è una impressione che spesso porta i soggetti dipendenti in trattamento vedere le normali tensioni, le comuni incomprensioni e le problematiche oggettive dovute alla logistica, ai regolamenti, alla scarsità di fondi e di personale come evidenti segni di disprezzo e ostilità[4].

La cura di ciò che viene definito abuso di sostanze diventerebbe perciò più efficace curando l’abuso del linguaggio. E la terapia del linguaggio, che Ludwig Wittgenstein poneva alla base del superamento dei problemi filosofici, dovrebbe diventare un obiettivo prioritario nella clinica delle dipendenze. Sarebbe auspicabile una selezione scientifica delle parole efficaci e l’eliminazione di quelle patologiche e patogene; ma anche appropriata formazione alla comunicazione per gli operatori. Perché nessun nuovo farmaco o trattamento oggi all’orizzonte sembra avere l’efficacia terapeutica che ci si può attendere dall’uso di parole e di un linguaggio capaci di comunicare profonda comprensione, scientifica ed umana, per questa problematica condizione.

Stefano Canali

 

Riferimenti bibliografici

[1] Richter, L., & Foster, S. E. (2014). Effectively addressing addiction requires changing the language of addiction. Journal of Public Health Policy35(1), 60-64.

[2] Kelly JF, Westerhoff CM. Does it matter how we refer to individuals with substance-related conditions? A randomized study of two commonly used terms.Int J Drug Policy. 2010 May; 21(3):202-7.

[3] Wakeman SE. Language and Addiction: Choosing Words Wisely. Am J Public Health. 2013 April; 103(4): e1–e2.

[4] Merrill JO, Rhodes LA, Deyo RA, Marlatt GA, Bradley KA Mutual mistrust in the medical care of drug users: the keys to the “narc” cabinet. J Gen Intern Med. 2002 May; 17(5):327-33.

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