La canapa nell’antichità

By | 17 marzo 2016

Si suppone che l’uso della cannabis cominci in eta’ neolitica nei territori situati a sud ovest del Mar Caspio e corrispondenti all’attuale Afghanistan. La conoscenza della canapa si sarebbe da qui diffusa verso la Cina, dove la sua utilizzazione e’ documentata nel Rhyya, un testo cinese di botanica del XV secolo a.C. Nel trattato farmacologico risalente al leggendario imperatore Shen Nung (nell’immagine), la canapa veniva descritta come sedativo e panacea. Il testo indiano Atharveda indicava la canapa come elemento magico e medicinale.

In India la canapa era ritenuta di origine divina, in quanto derivava dalla metamorfosi dei peli della schiena di Visnu. Come tutti gli oggetti sacri essa possedeva vari epiteti tra i quali quello di Vijahia (fonte di felicita’ e successo) e di Ananda (che produce la vita).

La canapa era coltivata dai bramini negli orti dei templi e serviva alla preparazione di un infuso chiamato bhang, che, assunto in determinate occasioni rituali favoriva l’unione con la divinità.
Il bhang, bevanda favorita di Indra, la maggiore divinità della più antica mitologia indiana, era un preparato sacro, dotato di poteri taumaturgici e capace di portare fortuna e lavare dal peccato. La divinità Induista Shiva comandava, invece, di ripetere la parola bhang durante la semina, la raccolta e la lavorazione della canapa. Una tradizione del Buddismo Mahayana racconta che nei sei stadi ascetici verso l’illuminazione, Buddha sarebbe sopravvissuto mangiando un seme di canapa al giorno.
Gli Assiri bruciavano una sostanza chiamata qunnabu nei loro templi, mentre Caldei e Persiani la conoscevano rispettivamente col nome di kanbun e di kenab. Nell’Avesta persiano la canapa occupava il primo posto in una lista di migliaia sostanze terapeutiche.

La canapa non era una pianta psicotropa cara ai greci, nonostante Erodoto ne avesse svelato le proprietà narrando il suo uso in occasione dei riti funebri presso il popolo degli Sciti nel IV libro delle Storie. «Nel paese degli Sciti cresce una pianta chiamata cannabis, che assomiglia molto al lino, se non che è più grossa e più alta. Gli Sciti se ne servono per abbandonarsi a certe pratiche loro particolari. Ecco in quale maniera essi procedono. All’interno di una capanna, accuratamente chiusa, essi spargono dei semi di canapa su alcune pietre incandescenti, posate sul fondo di una buca. Il fumo odoroso che sprigiona dai semi bruciati li inebria e li eccita al punto che si mettono a urlare.» Dioscoride, più tardi parlava della canapa nella sua Materia medica, ricordando la sua utilità tessile, i negativi effetti dei suoi semi sulle prestazioni sessuali ed il potere sedativo che essi hanno nei confronti del mal d’orecchi e delle affezioni infiammatorie, ma ignorandone completamente l’attività psicotropa. Più tardi Diodoro rivelava che le donne di Tebe preparavano una bevanda con la canapa che agiva come il nepente di cui parla Omero nell’Odissea e a cui fa riferimento Galeno, con Ippocrate il medico che ha avuto più influenza sulla storia della medicina occidentale.

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