Huxley, la mescalina e le porte della percezione

By | 4 maggio 2016

huxley_visionaryBen prima di Carlos Castaneda, il tentativo di riappropriazione della dimensione irrazionale era stato tentato da un autorevole figura della letteratura del Novecento, Aldous Huxley. L’autore de Il mondo nuovo, che si era soffermato più volte nei suoi romanzi sul rapporto tra realtà oggettiva ed emozione soggettiva, tentò negli anni Cinquanta di affrontare l’analisi di tali problematiche con un singolare approccio scientifico-filosofico, in seguito all’incontro con lo psichiatra Humpry Osmond. Insieme a John Smythies e Abram Hoffer, Osmond stava indagando la possibilità di studiare i meccanismi biologici della schizofrenia attraverso l’induzione di psicosi sperimentali con mescalina. Huxley accettò di fare da cavia in questi esperimenti, convinto che con la droga adatta avrebbe potuto finalmente aprire, come recita il titolo del libro in cui racconta queste esperienze, Le porte della percezione.

Huxley pensava che la mescalina avrebbe agito sulla sua coscienza «in modo tale da essere in grado di conoscere dall’interno ciò di cui parlano il visionario, il medium e perfino il mistico». Ed è proprio l’incontro con il mistico il punto di approdo del percorso della mescalina, secondo Huxley. L’attenuazione degli schematismi spazio-temporali della conoscenza ed il senso di espansione e di dissolvimento dell’io, mettono capo al sentimento di una totale identificazione col tutto, alla “contemplazione” che il tutto è in tutto. L’individuo sperimenta così, secondo Huxley, la trascendenza da se stesso. La chimica allucinazione della droga, in questo senso, permette agli individui che non ne sono capaci di vivere la “liberazione” mistica. «Quando, per qualunque ragione, gli uomini e le donne mancano di trascendere se stessi con l’adorazione, le opere buone e gli esercizi spirituali, sono indotti a ricorrere ai surrogati chimici della religione: alcool e “pillole della felicità” nell’Occidente moderna, alcool e oppio in Oriente, hashish nel mondo maomettano, alcool e marijuana nell’America centrale, alcool e coca nelle Ande, alcool e barbiturici nelle regioni più aggiornate del sud-America»[1]. Per queste ragioni Huxley era convinto che l’umanità non potrà mai fare a meno delle droghe. «La maggior parte degli uomini e delle donne conduce una vita, nella peggiore delle ipotesi così penosa, nella migliore così monotona, povera e limitata, che il desiderio di evadere, la smania di trascendere se stessi, sia pure per qualche momento, è, ed è stato sempre, uno dei principali bisogni dell’anima».[2]

La connotazione positiva della mescalina che Huxley offre ne Le porte della percezione era, tuttavia, macchiata da un dato esperienziale che egli non aveva potuto tacere, quello del deterioramento della volontà conseguente all’uso della droga. «Sebbene l’intelletto rimanga inalterato e sebbene la percezione sia enormemente migliorata, la volontà subisce un profondo cambiamento in peggio. Il consumatore di mescalina non vede ragione di fare niente in particolare e trova la maggior parte delle cause per le quali, in tempi normali, egli era pronto ad agire e a soffrire, profondamente prive di interesse.»[3]

La liberazione della mescalina allora passa, come nel progetto etico del filosofo Arthur Schopenhauer[4], nell’azzeramento della volontà, unica condizione di felicità totale. Ma, a differenza dell’elevazione morale predicata da Schopenhauer, che si ottiene per successive, attive e dolorose rinunce, a prezzo di un impegno gravosissimo, come conquista individuale, la liberazione che si ottiene dalla mescalina costa la rinuncia completa al controllo dell’individualità. La droga costringe allora, in realtà, alla peggiore forma di subordinazione, perché sottrae ad ogni volontario controllo psichico la vita della nostra coscienza. L’esperienza drogata diventa in questa prospettiva alienazione chimica, spossessamento dell’interiorità, delega del dovere morale a sostanze a noi estranee.

[1] A. Huxley, Le porte della percezione, Mondadori, Milano, 1979, p. 76.

[2] ibid., p. 70.

[3] ibid., pp. 25-26.

[4] A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Bari

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