GHB: storia breve ma veridica

By | 6 giugno 2016

Ultimo tipo di stupefacente di sintesi, ennesimo derivato amfetaminico,  versione rinnovata dell’ecstasy, nuova droga sintetica, pericoloso steroide anabolizzante, droga da stupro. Sono solo alcuni degli inesatti, fantasiosi e fuorvianti appellativi usati dalla stampa e su Internet per indicare una sostanza di natura endogena presente nel cervello, studiata ed usata da circa quarant’anni: l’acido gamma-idrossibutirrico, meglio noto come GHB. Omettiamo ogni considerazione sui contenuti degli articoli, troppo spesso segnati da superficialità e vacuo moralismo: un campionario allineato agli standard che caratterizzano l’informazione al pubblico sulle sostanze ad azione psicoattiva. In questo caso però la disinformazione è ancor più deplorevole in quanto rischia di compromettere lo sviluppo degli studi e dell’applicazione di una molecola dalle interessanti proprietà per l’uso clinico e terapeutico.

La storia del GHB offre numerosi spunti di riflessione per i temi più caldi della politica delle droghe e dei farmaci psicoattivi, merita per questo di essere esaminata con attenzione.

Struttura chimica 3D del GHB

Struttura chimica 3D del GHB

Il GHB è stato sintetizzato per la prima volta nel 1874 dal chimico russo Alexander Mikhaylovic Zaytsev (1841-1910), all’epoca professore ordinario di chimica all’Università di Kazan e tra i più autorevoli studiosi della sintesi degli alcoli. La sostanza veniva nuovamente sintetizza e finalmente sistematicamente studiata nel 1960 da Henry Laborit, uno dei massimi farmacologi del Novecento, scopritore, tra l’altro, degli effetti antipsicotici della cloropromazina. Laborit stava valutando le possibili applicazioni farmacologiche dell’acido gamma-ammino-butirrico (GABA), un neurotrasmettitore che inibisce le funzioni cerebrali e possiede quindi un naturale effetto sedativo ed ansiolitico. La somministrazione del GABA si dimostrava tuttavia inefficace in quanto la sostanza è incapace di attraversare la barriera ematoencefaliche e penetrare nel cervello. Provando a sintetizzare analoghi del GABA in grado di passare la barriera ematoencefalica, Laborit arrivava al GHB, dimostrandone l’azione sedativa ed anestetica negli animali e nell’uomo.

Nel 1963 veniva dimostrata la presenza del GHB nel cervello dell’uomo. Si aveva la prova che il GHB è una sostanza prodotta naturalmente nel sistema nervoso centrale. Nel 1982 veniva invece accertata la presenza nel cervello di recettori specifici per il GHB. La sostanza isolata da Laborit era dunque un neurotrasmettitore, un mediatore chimico usato dalle cellule cerebrali nei processi di trasmissione nervosa.

Nel frattempo, gli studi preclinici avevano evidenziato un interessante effetto farmacologico del GHB negli uomini. Il GHB dimostrava di aumentare il sonno ad onde lente e di prolungare e consolidare gli episodi REM legati alle manifestazioni del sogno e fondamentali per l’effettivo riposo e per il normale svolgimento di una serie di funzioni cognitive ed emotive. Ciò a differenza degli altri ipnotici come le benzodiazepine e l’etanolo, che interferiscono tipicamente con i normali stadi del sonno e diminuiscono il numero e la durata delle fasi REM. Questa particolarità farmacologica del GHB è alla base degli studi e dell’uso di questa sostanza nel trattamento dei disturbi del sonno, come la narcolessia e l’apnea da sonno.

Studi successivi valutavano l’efficacia del GHB nel trattamento della schizofrenia, della dipendenza da oppiacei e barbiturici, nell’intossicazione acuta da alcol. Per la sua capacità di ridurre i livelli di ansia, stimolare il sonno REM e quindi il sogno, il GHB ha trovato anche utilizzo nelle psicoterapie ad indirizzo analitico.

Nel 1966 Gian Luigi Gessa all’Università di Cagliari dimostrava che il GHB incrementa il livello cerebrale di dopamina. La dopamina è il neurotrasmettitore centrale nella regolazione degli stati affettivi, associato in particolar modo ai processi motivazionali e all’esperienza del piacere, della ricompensa, della salienza degli stimoli. La ricompensa cerebrale e i relativi processi di neuroplasticità mediati dalla dopamina sembrano inoltre costituire i principali meccanismi cerebrali alla base dell’abuso di droghe e delle dipendenze.

La relazione tra GHB e dopamina induceva Gessa a sperimentare la sostanza come possibile farmaco per il trattamento dell’alcolismo. Negli anni ‘80, Gessa e Fadda a Cagliari dimostravano che il GHB sopprimeva il consumo volontario di alcol etilico e la crisi d’astinenza nei ratti alcolisti.

Queste importanti evidenze sperimentali davano finalmente impulso a ricerche di tipo clinico. Nel 1989, Gessa, Luigi Gallimberti e altri collaboratori dimostravano l’efficacia del GHB nel trattamento della sindrome d’astinenza negli alcolisti in studio a doppio cieco condotto presso il Centro di Alcologia e Farmacodipendenza dell’ospedale di Dolo. Inoltre, l’efficacia del GHB nel controllo dell’impulso a bere e il fatto che tale sostanza sembra mimare gli effetti centrali dell’alcol, senza averne la pericolosa tossicità, facevano del GHB una terapia di sostituzione per gli alcolisti simile a quella realizzata con il metadone per la dipendenza da eroina.

Nel 1991, veniva quindi autorizzato in Italia il trattamento degli alcolisti con GHB. L’Italia è lo stato pioniere di questa cura, quello che conta a livello mondiale il maggior numero di trattamenti. Numerosi studi in corso di trattamento e di tipo retrospettivo hanno dimostrato non solo l’efficacia del GHB nella cura degli alcolisti e degli eroinomani, ma anche il suo elevato livello di sicurezza e tollerabilità. L’uso clinico estensivo non ha infatti portato a gravi reazioni avverse, casi d’abuso e di intossicazione fatale, come evidenziato da diversi studi e rassegne, tra cui il recente lavoro di Fabio Caputo ed altri: A Brief Up-Date of the Use of Sodium Oxybate for the Treatment of Alcohol Use Disorder.

Tra l’altro, la natura endogena del GHB e il suo evidente ruolo nella regolazione dell’umore, unitamente alla tossicità contenuta, al potenziale d’abuso circoscritto, alla maneggiabilità e ai bassi costi di produzione suggeriscono secondo taluni ricercatori di saggiare l’efficacia e gli eventuali effetti collaterali della molecola come antidepressivo ed ansiolitico.

 

Stefano Canali

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