Droghe di guerra

By | 19 giugno 2017

Fin dall’alba della civiltà, gli uomini hanno impiegato tempo, risorse materiali, finanziarie e intellettuali in quantità straordinarie e modi dissennati per mettere a punto armi, mezzi e strategie di annientamento del nemico in guerra. Non è un caso infatti che le acquisizioni del progresso scientifico e tecnologico hanno spesso trovato un utilizzo bellico prima che civile. Col procedere della storia, così, gli eserciti si sono affrontati con strumenti di sterminio sempre più distruttivi, in guerre sempre più devastanti e totali, ricorrendo a pratiche di addestramento e tecniche di combattimento con crescente grado di sofisticazione. Questa vertiginosa spirale ha imposto alle truppe l’impegno via via maggiore di energie fisiche e soprattutto psicologiche, per aumentare la performance, l’aggressività e resistere allo stress dei combattimenti, per contenere la paura e l’ansia, ma anche per far fronte all’orrore legato all’atto di uccidere e alla visione della morte e della distruzione.

Per questa ragione, col passare dei secoli, è cresciuta l’importanza attribuita al fattore umano e quindi gli sforzi tesi alla ricerca dei metodi e dei dispositivi per incrementare il “capitale” psicologico dei soldati, per “fiaccare il morale” degli avversari, per estorcere informazioni ai nemici. Da qui l’incredibile armamentario di tecniche di condizionamento psicologico, di procedure finalizzate all’instaurazione dei più diversi stati mentali usato nei periodi di guerra: dall’addestramento esasperato dei militari all’indottrinamento radicale delle masse civili, dal “doping” dei soldati, alle tecniche di suggestione messe a punto per i prigionieri, dall’abolizione del dolore e della fatica alla soppressione dell’angoscia. In questo armamentario le droghe hanno avuto sempre un ruolo fondamentale. Infatti, la rapidità, la possibilità di controllo e l’economicità con cui le sostanze psicoattive permettono di ottenere lo stato mentale desiderato sono incomparabilmente superiori a quelle proprie di ogni altra tecnica o strumento psicotropo.

Di qui la costante presenza delle droghe nel corredo tattico dei soldati, di ciò spesso inconsapevoli, in tutte le epoche storiche, a tutte le latitudini, nelle forze armate delle nazioni democratiche come nelle milizie dei regimi totalitari, negli eserciti rivoluzionari o nelle truppe degli stati religiosi e confessionali.

Non va inoltre ignorato che la vita militare, in particolar modo nei periodi di guerra, rappresenta una condizione di severo appiattimento dell’indipendenza individuale e della soggettività, di subordinazione e adattamento ad un modello di autorità forte, con grandi capacità di controllo e manipolazione della coscienza e del comportamento. Essa quindi si pone quindi come esperienza psicotropa vivida e impressionante, vissuta nel percorso di una graduale assuefazione e tale la ricordano e la raccontano i reduci e molti militari di leva in tempo di pace. In tal senso, la vita militare riproduce e favorisce alcuni importanti aspetti dei comportamenti d’abuso di sostanze psicoattive. Ciò contribuisce a spiegare la ricorrente associazione tra epidemie di tossicomania e guerra, tra consumo di droghe e coscrizione militare.

 

Droghe e guerra nell’antichità classica e del lontano Oriente

Guerriero morente, probabilmente Laomedonte, dal frontone est del tempio di Aphaia a Egina, ca. 505–500 a.C. Glifoteca di Monaco

Droga che accompagna la fondazione e lo sviluppo delle civiltà classico, il vino è anche la prima droga da guerra del mondo occidentale. Il nettare di Bacco era usato dagli opliti delle falangi greche prima di gettarsi nei feroci dei combattimenti corpo a corpo delle battaglie dell’epoca, per medicare le ferite e attenuare il dolore che esse causavano. Diffuso tuttavia era anche l’uso euforizzante, finalizzato a mantenere alto il morale durante le marce estenuanti e le lunghissime campagne militari. Ciò spesso portava a disastrose conseguenze. Nella Ciropedia, Senofonte  narrava che il re Ciro riuscì a condurre le sue truppe in una interminabile marcia sostituendo gradualmente l’acqua col vino. Lo stesso Senofonte nell’Hellenica raccontava la rovinosa sconfitta degli Spartani durante l’invasione della Corciria nel 374 a.C. Questi dopo aver occupato l’isola saccheggiarono i depositi di vino, bevendo così tanto da finire sopraffatti e scacciati dagli indigeni. Nella stessa opera, Senofonte attribuiva agli eccessi alcolici la sconfitta subita dagli spartani a Leuttra nel 371 a.C.

Menandro nell’Aspis rappresentava questa non infrequente situazione quando faceva riferire a Davo che il suo reparto era stato annientato da un attacco nemico nella notte mentre tutti gli uomini smaltivano una colossale sbornia dormendo.

Il vino era elemento centrale delle razioni distribuite ai legionari romani, e costituiva uno strumento prezioso nella preparazione dei brutali scontri corpo a corpo che erano chiamati ad affrontare.

Diversa era la dotazione bellica di sostanze psicotrope delle popolazioni barbare con cui i Romani si trovarono a combattere. Gli Unni e verosimilmente i Galli facevano uso rituale di una sostanza, probabilmente identificabile con l’Amanita muscaria da cui traevano il furore e lo sprezzo della morte che tanto doveva impressionare i generali Romani. Le memorie di molte campagne riportano lo stupore e spesso il terrore delle truppe romane alla vista dei guerrieri Galli lanciati all’assalto, nudi – nonostante i rigori del clima -, in preda ad una frenesia allucinata, mentre levavano urla e canti selvaggi.

L’Amanita muscaria, ingrediente fondamentale del soma, bevanda sacra donata agli uomini da Indra, divinità massima dell’antica mitologia indiana, sosteneva il morale e il vigore dei soldati anche più a Oriente. Centinaia di inni del Rigveda, primo testo della letteratura religiosa indiano, sono dedicati al soma. Al soma si attribuivano straordinarie proprietà terapeutiche ed eccezionali virtù magiche: guariva le malattie, dava fecondità e felicità, ravvivava e acuiva le facoltà percettive ed intellettuali, ispirava i profeti, regalava infine l’immortalità e, declamava un inno, «ristora e rinvigorisce, infonde forza spirituale e fisica, ridona il coraggio smarrito al combattente». Il soma evocava inoltre manyu, la furia della battaglia, uno stato di coscienza al limite della trascendenza divina che infondeva ai guerrieri una forza invicibile. Il soma fu una costante antropologica delle antiche popolazioni ariane. Esso è presente, con il nome mutato in haoma, nell’Avesta, libro sacro dello zoroastrismo, la religione riformata degli Arii iranici, i Persiani, combattenti abili e spietati che con le guerre costruirono il più grande impero della storia antica.

 

Droghe e guerra nel Medioevo

Ancora più noto è l’uso dell’hashish per stimolare l’aggressività e instaurare l’obbedienza  e la dedizione assoluta delle truppe narrato nella vicenda leggendaria del “Veglio della Montagna” e della feroce setta dei suoi assassini, che Marco Polo riportava nel Milione. Numerose ed antiche sono le varianti narrative di questa storia. Il primo resoconto testuale di questa vicenda ci viene dalla Chronica Slavorum dell’abate Arnoldo di Lubecca, nel XII secolo. In essa si raccontava di come l’imam Hasan, infallibile ed onnipotente capo della città fortezza di Alamut nelle montagne del Kurdistan si servisse dell’hashish per arruolare i giovani e renderli privi di volontà e da lui assolutamente dipendenti in modo tale da spingerli nelle imprese più pericolose, non esluso l’omicidio. Il termine assassini, con cui si indicavano in Europa i componenti di questa devotissimo corpo armato di vendicatori, derivava dall’arabo hashishen, cioè dediti all’erba. Hasan infatti dava loro l’hashish per indurre estasi e visioni fantastiche e, armandoli di pugnale, prometteva che quelle gioie sarebbero diventate eterne se essi avessero eseguito ciò che veniva loro ordinato.

Il “Veglio della montagna” di Marco Polo, invece, aveva realizzato in una valle tra due montagne «lo più bello giardino e ‘l più grande del mondo», fedele riproduzione terrena dell’aldilà maomettano. Qui venivano fatti svegliare, dopo un sonno estatico provocato con un erba, i sicari scelti per le missioni delittuose. Si faceva loro credere che quello fosse il vero paradiso di Allah, e che avrebbero potuto viverci per sempre se solo avessero obbedito a tutti gli ordini del “Veglio”.

 

Stefano Canali

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