Craving, automatismo o entrambi? Determinanti della dipendenza tra abitudini e desideri

By | 22 novembre 2017

Il desiderio irresistibile della sostanza, il cosiddetto craving, è largamente ritenuto uno degli elementi centrali della dipendenza. La persistenza di questa forte spinta al consumo sarebbe il principale tra i determinanti motivazionali dell’apparente natura compulsiva del consumo nelle dipendenze e delle ricadute che molto affliggono quelli che decidono di smettere, che intraprendono un percorso di recupero.

 

La dipendenza senza craving: un automatismo appreso?

Secondo un’ipotesi avanzata da Tiffany e Carter (1998)[1], le azioni di un soggetto dipendente non sarebbero affatto causate dall’esperienza del craving. In questi individui prevarrebbe invece l’aspetto dell’automaticità dei comportamenti, appreso attraverso la ripetizione di sequenze comportamentali di ricerca e consumo rinforzate dall’azione della sostanza sul sistema cerebrale che media la ricompensa e l’acquisizione di routine ad elevata efficienza.

Kasimir Malevich, Cerchio nero, 1915

L’evidenza del fenomeno del consumo senza craving ha indotto gli studiosi a ipotizzare che in realtà il craving non svolga un ruolo causale decisivo per spiegare perché un dipendente continui ad assumere la sostanza. Se questa ipotesi fosse corretta, allora il craving non dovrebbe essere ritenuto la condizione necessaria della dipendenza. Potrebbe rappresentare ad esempio un fenomeno accessorio, una concausa presente in certi individui e in certe circostanze ma spesso assente in altri.

Il craving potrebbe anche essere un’esperienza di carattere “epifenomenico”, cioè un’esperienza che occupa la superficie della coscienza senza tuttavia affondare radici nel flusso causale profondo degli eventi realmente determinanti ed efficaci per la produzione e il mantenimento della dipendenza. Potrebbe anche rappresentare una sorta di interpretazione soggettiva di dinamiche psicobiologiche diverse, una specie di racconto modellato sulla narrazione dell’idea del desiderio. D’altra parte questo tipo di racconto entra spesso in contrasto con la stessa esperienza soggettiva delle persone che vivono la dipendenza. Queste infatti ci raccontano generalmente la sostanziale differenza tra l’esperienza del desiderio della sostanza e l’esperienza degli altri desideri, nella cruciale diversità rispetto all’attesa, alla ricerca e al vissuto del piacere che sembra sussistere tra queste due forme di desideri.

Il craving potrebbe, ancora, essere un’esperienza che mantiene un suo ruolo causale, ma solo nel caso in cui l’esecuzione dei meccanismi determinanti che regolano la ricerca e il consumo sia per qualche motivo impedita o sospesa. Questa ipotesi sembra peraltro corroborata dall’esperienza comune dei soggetti che soffrono una forma di dipendenza e vivono tipicamente la manifestazione acuta del craving quando un certo tipo di ostacolo si frappone alla possibilità di dar corso liberamente al consumo della sostanza. I tabagisti a questo proposito avvertono acutamente la fitta del desiderio di fumare quando sanno che non hanno e non avranno modo di disporre liberamente delle sigarette, come durante i memorabili scioperi dei tabaccai, o salendo in treno, oppure entrando in lunghe riunioni da cui non possono uscire.

Cerchiamo di capire se le cose stiano veramente così, oppure se l’ipotesi di Tiffany e Carter contenga qualche errore di sopravvalutazione o sottovalutazione. 

Innanzitutto, partiamo dal modello teorico che Tiffany e Carter utilizzano per spiegare il fenomeno del consumo senza craving. I due autori si rifanno a un fondamentale modello cognitivo della mente, noto come “modello del processamento cognitivo” (“cognitive processing model”, cfr. Tiffany 1999)[2] che invoca l’esistenza nella nostra vita mentale di processi largamente automatizzati.

 

La pervasiva automaticità dei comportamenti umani

La ricerca sperimentale ha ampiamente dimostrato la pervasività degli automatismi nel repertorio comportamentale umano. Diversi studi suggeriscono che oltre il 50% dei comportamenti umani è costituito da abitudini fortemente strutturate, largamente automatiche[3]. Si tratta di apprendimenti profondi, comportamenti ripetuti frequentemente e in presenza di un insieme specifico di elementi situazioni, di stimoli esterni (un odore, un sapore, un luogo, una persona, un stress) o interni: organici (la fame, la sete, il freddo, il caldo, la fatica, ecc.), psichici (un senso di ansia, un’emozione particolare, la noia e così via). I comportamenti frequentemente ripetuti tendono a trasformarsi in automatismi, in azioni ad elevata efficienza che possono essere svolte in assenza di consapevolezza ed impegno cognitivo, diventano memorie procedurali, scritte in centri e vie cerebrali profonde largamente impervie alla coscienza e al controllo cognitivo. Allo stesso tempo, in questo processo di apprendimento profondo, gli stimoli associati frequentemente al comportamento ripetuto tendono a diventare parte del costrutto neurale che media questi stessi comportamenti. In questo modo gli stimoli associati diventano inneschi. E la loro presenza, anche non avvertita consapevolmente, attiva l’automatismo appreso. Per questo gli automatismi sono difficili da controllare intenzionalmente e dipendenti in modo preponderante dagli stimoli ambientali piuttosto che dalla coscienza e dalla volontà[4].

Il modello di spiegazione dell’automaticità può essere applicato direttamente alla spiegazione di aspetti importanti della dipendenza. L’idea è semplice e ben supportata dall’evidenza: una lunga storia di dipendenza fa sì che molte delle azioni coinvolte nella ricerca e nel consumo di una sostanza diventino profondamente apprese e quindi altamente automatizzate. Ad esempio, dopo anni di esperienza di consumo di alcool dopo il lavoro in un certo bar, un alcolista può dirigersi verso quel bar al termine del suo orario di lavoro senza nemmeno rifletterci o pianificare in alcun modo la cosa, e può farlo anche se ha deciso di smettere di bere. Di conseguenza, le azioni di un bevitore “esperto” e “allenato”, sia durante il consumo regolare che durante le ricadute, può essere visto non come la conseguenza del craving, ma come un esempio di comportamenti tipicamente esibiti durante l’esecuzione di una qualsiasi azione automatizzata. Così, il consumo di alcol nel nostro esempio viene attivato da certi stimoli, appare stereotipato, viene eseguito senza sforzo, a quel livello di automatizzazione è difficile da controllare o arrestare, e viene ampiamente regolato in maniera non consapevole. Probabilmente il tabagismo, più che l’alcolismo è strutturato su queste memorie procedurali, sugli automatismi e le routine inconsapevoli innescati da stimoli associati. Rispetto all’alcol, il tabacco ha proprietà euforizzanti minori, una minore capacità di attivare il sistema di ricompensa cerebrale e il rilascio di dopamina, che costituiscono il meccanismo neurale della gratificazione, della salienza incentivante e motivazionale di tutte le sostanze con potenziale d’abuso.

 

Il craving come correlato emotivo del”automatismo al consumo impedito

Il consumo automatico di alcol viene descritto anche da Ludwig (1988, p. 92)[5] in modo simile: i bevitori “essenzialmente pensano in modo istintivo, cortocircuitando sia l’immaginazione che la cognizione, e sono inclini ad agire senza sapere perché. Quando l’alcol è a portata di mano, essi bevono prima ancora di pensare”. Il craving quindi non sarebbe in alcun modo presente in sequenze di questo genere, mentre sembra plausibile che emerga esattamente quando simili sequenze sono in qualche modo impedite o bloccate. Tipicamente, infatti, i meccanismi automatizzati funzionano in assenza di impedimenti. Se per qualsiasi motivo qualcosa si frappone all’esecuzione senza sforzo e riflessione della sequenza, allora occorre ricorrere a funzioni cognitive di carattere cosciente e riflessivo, per portare a termine il compito. Questo accade per gli automatismi in generale, indipendentemente dal contesto delle dipendenze. Se ad esempio so guidare l’auto col cambio tradizionale e lo faccio in maniera automatica e senza riflettere, qualora acquisti un’auto col cambio automatico i primi tempi sarò irresistibilmente portata a cercare di usare piedi e mani nel modo in cui ho sempre fatto. Poiché però nella vettura non c’è né il pedale della frizione, né il pomello del cambio, dovrò concentrami bene e pensare a ciò che eseguo con le mani, ma soprattutto coi piedi, per evitare di premere inavvertitamente (e pericolosamente) il pedale del freno o dell’acceleratore quando nella vecchia auto premevo il pedale della frizione. La stessa cosa potrebbe accadere nelle dipendenze: se l’alcol non è disponibile, se il soggetto ha deciso di smettere di bere, se qualcuno glielo vieta, allora tutto ciò che prima era automatico viene drasticamente interrotto. A quel punto il soggetto comincia a riflettere coscientemente, e coscientemente ne avverte il bisogno e il desiderio. In questo preciso frangente emergerebbe il craving. In assenza di questo frangente, il craving non si registra.

A dispetto di queste diffuse evidenze sul rilievo dei processi automatici e sul peso relativo del craving restano aperte una serie di questioni di tipo epistemologico su ciò che intendiamo con automatismo e soprattutto su ciò a cui ci riferiamo col termine craving, nonché sul rapporto tra i due concetti e i due processi.

 

Sulla natura e l’utilità del concetto di craving

Per prima cosa è problematico il carattere dimensionale del craving. Il desiderio della sostanza potrebbe ad esempio motivare un comportamento di ricerca e consumo prima che si manifesti coscientemente la manifestazione acuta del craving. In questo senso, la spinta motivazionale della sostanza potrebbe essere in realtà assolutamente presente anche nel consumo automatico. Potrebbe essere presente in maniera fenomenologicamente assai poco accessibile perché di fatto prontamente sedato dal consumo automatico. Il consumo automatico si sarebbe in questo caso stabilizzato proprio perché il soggetto ha progressivamente garantito al suo organismo l’assunzione della sostanza che esso chiede per non sentire astinenza. D’altra parte nella definizione di craving c’è l’idea che sia un desiderio irresistibile, di complessa regolazione e gestione, quindi verosimilmente avvertito a livello soggettivo. Questo aspetto della comune definizione del concetto di craving tenderebbe dunque a far cadere il modello di spiegazione illustrato appena sopra, che si basa su dinamiche inconsce. Ma è davvero desiderabile un modello concettuale del craving che sminuisce le dinamiche motivazionali che si realizzano sotto la soglia della coscienza? Ne parleremo in un prossimo post.

 

Stefano Canali e Patrizia Pedrini

Riferimenti bibliografici

[1] Tiffany, S.T. & Carter, B.L. (1998), “Is craving the source of compulsive drug use?”, Journal of Psychopharmacology, 12: 23-30.

[2] Tiffany, S. T. (1999), “Cognitive Concepts of Craving”, 23, 3: 215-224

[3] Wood W, Quinn JM, Kashy DA., Habits in everyday life: thought, emotion, and action. J Pers Soc Psychol. 2002 Dec;83(6):1281-97.

[4] Bargh, John A.; Chartrand, Tanya L. The unbearable automaticity of being. American Psychologist, Vol 54(7), Jul 1999, 462-479.

[5] Ludwig, A. M. (1988), Understanding the Alcoholic’s Mind: The Nature of Craving and How to Control It, New York: Oxford University Press.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *