La cocaina nella società e nella letteratura del Novecento

By | 28 aprile 2016

Tra fine Ottocento e inizio Novecento, la moda della cocaina guadagnò consensi sempre più vasti anche al di fuori delle élite intellettuali, soprattutto negli Stati Uniti. Nelle grandi metropoli europee e americane si inauguravano, assieme alla recente voga dello sniffo, ritrovi per il consumo di cocaina. La cocaina, come la morfina, si consumavano poi durante le feste private, nel buio delle platee dei teatri. La cocaina conquistava nuovi adepti anche nelle classi lavoratrici. I conduttori di mezzi di trasporto pubblico, le guardie notturne, lo usavano per sopportare il sonno durante i turni di notte. Per le stesse ragioni, la cocaina divenne sostanza d’abuso nel variegato mondo del popolo della notte. La assumevano scassinatori, prostitute, giocatori d’azzardo, frequentatori di locali più o meno alla moda. Negli stati meridionali dell’unione americana la cocaina costituiva una parte del compenso elargito ai raccoglitori di cotone negri.

In Europa l’abuso di cocaina ebbe in Francia la sua patria adottiva. Nel 1924 nella sola Parigi si contavano almeno 80.000 cocainomani. Nel 1914, un’indagine epidemiologica pubblicata sul Journal de Médicine française rivelava che almeno metà delle prostitute di Monmarte era dipendente dalla cocaina. Molti tra i dadaisti e i surrealisti francesi erano dediti a tale droga. La cocaina servì purtroppo a qualcuno di loro per darsi la morte. La familiarità dei letterati francesi con la polvere derivata dalle foglie di coca traspare nelle loro opere, dove la cocaina è spesso un importante elemento narrativo. In più punti della Recherche, Marcel Proust ritorna sull’uso e sugli effetti della sostanza. Le descrizioni delle sensazioni provate dai personaggi che assumevano la droga sono così particolareggiate, precise e appassionate, da far nascere il sospetto che lo stesso autore ne facesse uso per trovare sollievo dall’asma che lo affliggeva.

Il protagonista del romanzo Le grand Ecart di Jean Cocteau, scrittore francese oppiomane e pronto a sperimentare ogni tipo di droga, tenta di suicidarsi assumendo l’enorme dose di dieci grammi di cocaina sciolti in wiskey. Mentre Robert Desnos in L’ode à Coco dedica a questa droga addirittura delle composizioni poetiche.

In Inghilterra, invece, la cocaina trovò un veicolo di grande propaganda nelle opere di un singolare autore, fondatore di una setta di erotomani, Aleister Crowley. Crowley consigliava l’uso di cocaina per aumentare le prestazioni sessuali e per rendere più intenso il piacere dell’amore. La morale di Crowley è ben sintetizzata in un passo del suo  Diario di un cocainomane, libro del 1920 proibito in Inghilterra fino al 1973: «Rafforza i tuoi ardori con vino e droghe. Non aver paura: non ti faranno male!».

Anche in Italia la letteratura drogata partoriva la sua avventura cocainica: un romanzo di Pitigrilli, pseudonimo del giornalista Dino Segre, intitolato eloquentemente Cocaina. Il romanzo racconta il mortale viaggio nella cocaina di Tito Arnaudi, un giornalista agli esordi impegnato in un’inchiesta sui cocainomani di Parigi. La trama narrativa costituiva un pretesto per descrivere in maniera estremamente analitica le manie, le compulsioni, le disgrazie e soprattutto le alterazioni mentali degli schiavi della cocaina. «Il danno principale è di natura puramente psichica. La cocaina sdoppia la personalità: fa una tremenda opera disgregatrice, elettrolitica quasi, della coscienza. […] per opera della cocaina, lo sdoppiamento della personalità avviene come un’esplosione di ripugnanze; i due individui che sono entro di me si criticano, si condannano in modo che ne risulta l’odio di me contro me stesso», scriveva Pitigrilli.

Il mito della cocaina, come ogni altro topos della storia della letteratura, coglieva ed esprimeva una presenza diffusa della realtà dell’epoca, raccontava un segno dei tempi, era il sintomo sublimato di un male oscuro non più occultabile della società, il chiaro indizio di un incombente «secolo nevrosico», prediceva il medico italiano Paolo Mantegazza. La cocaina era divenuta, infatti, un grande affare commerciale e, attirando conseguentemente gli interessi della malavita, si era trasformata in una grave minaccia per l’ordine pubblico, tanto che le autorità dei vari stati americani cominciarono, a partire dagli inizi del Novecento a prendere seri provvedimenti restrittivi e ad iniziare una vigorosa campagna educativa nelle scuole e presso gli eserciti. L’atteggiamento degli Stati Uniti veniva fortunatamente presto imitato a livello internazionale. Il documento elaborato per la «Convenzione dell’oppio» all’Aja dalla Società delle Nazioni, nel 1912 e nel 1914, infatti sanciva la messa al bando della cocaina e restringeva la liceità del suo uso esclusivamente alle applicazioni mediche e alla ricerca.

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