La cocaina nella società e nella letteratura dell’Ottocento

By | 28 aprile 2016

Il caso del celebre chirurgo William Stewart Halsted, divenuto dipendente dalla sostanza, fu un fenomeno molto comune in ambito medico tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il consumo di cocaina a scopo voluttuario, infatti, nacque proprio tra i “figli di Ippocrate”, le persone che avevano più facile ed economico accesso alla nuova droga. Una statistica del 1901 di un’agenzia federale statunitense dimostra che il 30% dei cocainomani americani era costituito da medici. L’epidemia dell’abuso si diffuse quindi tra gli intellettuali, dove la cocaina veniva usata, oltre che a scopo d’evasione, anche come stimolante delle capacità critiche e creative, e come tonico per ristabilire le energie consumate negli «sforzi mentali».

Uno dei grandi classici della letteratura moderna è stato scritto, secondo taluni, sotto l’effetto della cocaina: Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mr. Hyde. Molti sono gli indizi a favore di questa ipotesi. In primo luogo, Robert Louis Stevenson ultimò la stesura dell’opera – si circa sessantamila parole – in tre giorni e tre notti consecutive. Poi, insoddisfatto, bruciò il manoscritto e lo riscrisse interamente nei tre giorni e nelle tre notti successivi. In secondo luogo si sa per certo che Stevenson era un morfinomane e che la moglie era una grande lettrice del British Medical Journal, rivista medico-scientifica dove sperava di trovare il rimedio che aiutasse il marito affetto da tubercolosi. Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mr. Hyde fu scritto nel 1885, anno in cui sul British Medical Journal uscirono numerosi articoli sulle proprietà terapeutiche della cocaina, e sulle sue indicazioni per la cura delle affezioni polmonari e per la disintossicazione dei morfinomani. Dal figliastro inoltre sappiamo che Stevenson in quel periodo aveva cominciato a fare uso di una nuova droga che «lo risvegliò e lo rallegrò in maniera indicibile». Quel qualcosa gli doveva procurare, come fa l’abuso di cocaina, delle allucinazioni, nelle quali gli apparivano dei piccoli esseri che chiamò Brownies.

Dagli autori ai personaggi della letteratura anglosassone, la cocaina conquistò nuovi ed eminenti proseliti. Il famosissimo Sherlock Holmes, immaginario detective dei gialli di Conan Doyle, al quale il suo ideatore faceva consumare notevoli quantità di cocaina, diede un indiscutibile contributo alla propaganda di questa droga. Così, in The sign of Four, del 1890, raccontava il dottor Watson, l’assistente di Holmes, cui Conan Doyle affidava la narrazione delle avventure:

Sherlock Holmes prese la bottiglia da un angolo della mensola del caminetto e da un elegante astuccio in marocchino estrasse la siringa ipodermica. Con le lunghe dita, bianche e nervose, innestò il fine ago  e tirò su il polsino sinistro della camicia. Per qualche istante osservò pensieroso il polso, poi, il muscoloso avambraccio, tutto crivellato di punti e cicatrici, lasciati da tante iniezioni. Infine vi immerse la punta acuminata, spinse il sottile pistone, e sprofondò con un lungo sospiro di soddisfazione nella poltrona di velluto. […]

– è cocaina – una soluzione al sette per cento. Le interesserebbe provarla?

– Nemmeno per sogno, –  replicai bruscamente. – Il mio fisico non si è ancora ripreso dalla campagna dell’Afghanistan, e non posso permettermi altri strapazzi.

Sorrise a vedermi così accalorato. – Forse ha ragione, Watson, – disse. – Si, credo che dal punto di vista fisico, la cocaina abbia un’influenza dannosa. Ma io la trovo così straordinariamente stimolante e chiarificante per la mia mente che la sua azione secondaria diventa di poco conto.

[…] – Il fatto è che la mia mente si ribella alla stagnazione. Datemi dei problemi, datemi del lavoro, datemi i relais più astrusi o le analisi più ingarbugliate, ed ecco che mi mettete nel mio naturale elemento. Allora posso benissimo fare a meno di stimolanti artificiali. Quel che odio è lo stupido tram-tran quotidiano. No, io per vivere ho bisogno dell’esaltazione mentale. Ecco perché ho scelto questa particolarissima professione o, meglio, me la sono addirittura inventata, visto che sono l’unico al mondo.

[…] – posso chiederle se, al momento, ha sottomano qualche indagine? – Nessuna. Ed ecco il perché della cocaina. Non posso vivere senza far lavorare il cervello. C’è forse qualche altra cosa per cui val la pena di vivere?

Immagine: Il dottor Watson osserva con costernazione Sherlock Holmes che utilizza la siringa ipodermica. Scena tratta da una rappresentazione teatrale al Garrick Theatre di New York,  R.H. RussellNew York  1900. Wellcome Library, London

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